Angelo Quattrocchi e gli ippi italiani

Malgrado io possa ostentare un’informazione-modello su Noemi-D’Addario-Tulliani, mi faccio prendere in castagna dalla notizia che sia morto da oltre un anno un personaggio italiano notevole, della cui dipartita la grande informazione s’era disinteressata e io colpevolmente non mi sono accorto. Lo ricordo qui. Il suo nome è Angelo Quattrocchi, creativo ante-litteram, fricchettone monstre, mega-attivista di qualsiasi controcultura, gonzo journalist e nell’ultimo decennio editore di una casa scapigliata, Malatempora.

In sostanza uno di quelli che hanno dato all’Italia la nostra piccola alternativa psichedelica. Con base nel suo leggendario appartamento di Via Tittoni a Trastevere, anzi, nel letto a tre piazze che usava da ufficio e redazione, per ricevere gli amici, tenere riunioni e farci i suoi comodi.

Quattrocchi era un vulcanico casinista, un provocatore, ma anche un esploratore avanti sui tempi di ciò che in America succedeva dentro all’idea di costruire culture antagoniste. Fondò un paio di giornalini belli ed effimeri, dei quali con fatica si trova qualche traccia sulla Rete. Il primo di chiamava “Roma High” e il secondo, più ambizioso, era “Fallo!” come il libro di Jerry Rubin, che per Angelo era l’ispiratore, nonché il compagno di Beverly Axelrod, l’imponente avvocatessa di colore che Quattrocchi gli soffiò sotto gli occhi, portandola con sé a Roma nel lettone di Trastevere ed esponendola agli amici che venivano in processione, ricordando a tutti che, ebbene sì, Beverly era colei a cui i capi delle Pantere Nere s’affidavano per la difesa legale. Insomma Quattrocchi era un prodotto estremo dei suoi tempi, in particolare se visto con gli occhi dei liceali che annusavano quelle aree culturali fuori dai canoni.

Chiudo con alcuni episodi visti coi miei occhi, che aiutano a focalizzare la follia buona del tipo, e a capire che anche da noi ci sono stati gli Hunter Thompson. Dunque ecco l’arrivo di Angelo Quattrocchi al festival di Re Nudo che si tiene a Zerbo, sulle riva del Ticino. Ci sono hippies, tanti studentelli arrapati e pochissima musica. Ma lui riesce a stupire tutti quando giunge sul posto, in cospicuo ritardo, e si fa montare un enorme wigwam, la tenda autentica degli indiani d’America che chissà com’era riuscito a procurarsi. Poi ci si chiude dentro, con la Beverly al debutto italiano, e per due giorni furono solo invidiati grugniti di piacere. Un’altra volta a Roma, anni Settanta: seguendo l’esempio di Jerry Rubin, Quattrocchi fonda il partito “ippi” (quello Usa si chiamava yippie, ma la sostanza, se la vogliamo chiamare così, era la stessa), insomma pace, molto amore e sfilatini per tutti. Siccome in quei giorni a Roma arriva Joe Cocker, all’epoca lo show più trendy del mondo (!) dopo “Mad Dogs and Englismen”, Quattrocchi s’inventa che sarà Joe a mettersi alla testa della prima (e ultima) dimostrazione pacifica degli “ippi” – programmata per piazza San Cosimato, ovvero sotto casa sua.

Del resto quell’appartamento era l’epicentro di un mondo. Anche perché era una casa “aperta”, come usava al tempo, insomma se un gruppetto di sbarbati decidevano di scendere da Milano a Roma per fare baldoria, era scontato che poteva suonare senza preavviso alla porta di Quattrocchi e lui, controvoglia, finiva per farli entrare e indicava la spoglia stanza dove accamparsi. Poi mica dava fastidio, li lasciava stare. Solo che, dal momento che era un buontempone, la mattina alle sei piombava in quel puzzolente dormitorio, gridando come un ossesso che dovevano sbrigarsi a sparire, perché la polizia veniva per una perquisizione. Tanto lo sapeva che non se lo filava nessuno e che i rompiscatole sarebbero rimasti finché ne avevano voglia. Se la polizia avesse avuto la sfiga di entrare là dentro, loro a malapena si sarebbero girati dall’altra parte.