Vent’anni dal G8 di Genova

Vent’anni dal G8 di Genova, 19-20-21 luglio 2001. Ci sono libri, rievocazioni, interviste, ricostruzioni. A me vengono in mente flash, parole e immagini, ancora nitide. Eccole.

L’uomo di circa 60 anni che la mattina del 20 luglio scavalca la barriera ed entra nella zona rossa, i poliziotti lo guardano e basta.

Il caldo torrido.

Silvio Berlusconi che da presidente del consiglio passa per le vie di Genova, qualche giorno prima del G8, e dice che vanno tolti i panni stesi che se no si fa brutta figura con il mondo.

Gianfranco Fini che è nella sala operativa della Questura di Genova e non dovrebbe esserci.

La versione del Questore di Genova Colucci secondo cui c’era un accordo con le tute bianche per una violazione simbolica della zona rossa.

Luca Casarini che in diretta a Porta a Porta, la sera del 20 luglio, mostra i bossoli di colpi sparati dalla polizia.

Gianfranco Fini che a Porta a Porta dice che Carlo Giuliani aveva tra le mani una bombola d’ossigeno e lui l’ha riconosciuta perché è un sub.

I giornalisti che in collegamento da un tavolino di un bar al porto di Genova commentano con cinismo quello che è successo.

Le parole black bloc.

Manu Chao che la sera del 19 luglio canta “Clandestino” in piazzale Kennedy.

I poliziotti che il 21 luglio fanno ascoltare con i loro telefonini “Faccetta nera” ai fermati nella caserma di Bolzaneto.

“Un due tre viva Pinochet” scandito dai poliziotti nella caserma di Bolzaneto.

La discussione sul numero identificativo sul casco dei poliziotti che da allora è ancora ferma lì.

Il funzionario di polizia che disse che alla Diaz c’erano stati una decina di feriti, la maggior parte pregressa.

I certificati medici che attestano che alla Diaz ci furono 82 feriti, tre dei quali in modo molto grave.

Gli avvocati che a mani alzate tentavano di entrare la sera del 21 luglio nella scuola Diaz.

La corsia d’ospedale dove erano stati portati feriti della Diaz e i poliziotti che passano picchiando i manganelli contro il muro.

Un agente della Guardia di Finanza in maglietta e pantaloni neri con protezioni in tutto il corpo e i giornali che titolano “Robocop” sotto la sua foto.

Il funzionario di polizia che raccoglie un sasso vicino al corpo di Carlo Giuliani e urla ai manifestanti “L’avete ucciso voi”.

Il dirigente di polizia Michelangelo Fournier che davanti alle domande di chi conduceva l’inchiesta sulla scuola Diaz usò le parole “Macelleria Messicana”, citando Ferruccio Parri che lo disse davanti ai corpi di Mussolini e dei gerarchi appesi in piazzale Loreto.

Daniele Farina, del centro sociale Leoncavallo di Milano, che a Radio Popolare dice “Ci sono un centinaio di neri che fanno casino”.

Silvio Berlusconi che il 22 luglio disse: “Ho avuto questa mattina una telefonata del ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genoa Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente”.

L’autista della Polizia che nel luglio 2002 disse: “Le molotov nella Diaz le ho portate io, me lo ordinò un superiore”.

I neri, tedeschi e di alcuni centri sociali torinesi e del Sud, che si contrappongono alle tute bianche dei centri sociali veneti e di Milano.

Gli antagonisti greci fermati ad Ancona e non fatti scendere da una nave strapiena.

I bambini che al mare alcuni giorni dopo si inseguono giocando al G8.

Il rumore ritmato dei manganelli sugli scudi.

Il vicequestore che davanti alle videocamere tira un violento calcio in faccia a un ragazzo.

Il servizio d’ordine del corteo del 20 luglio che non è servito a nulla.

I poliziotti in borghese lungo il corteo del 20 luglio che a un certo punto se ne vanno.

Le 18 di Venerdì 20 luglio e le prime voci su un ragazzo morto in piazza Alimonda.

I cinque neri che girano in tondo picchiando sui tamburi.

Le tute bianche che si ritirano nello stadio Carlini e lasciano via libera al blocco nero.

Il blocco nero che distrugge tutto ciò che trova.

Mark Covell, ridotto in fin di vita alla Diaz, che durante l’inchiesta venne soprannominato “lo spirito” perché, nonostante lo avessero picchiato in tanti, nessuno ammetteva di averlo visto.

Il 21 luglio l’uomo in mezzo alla strada, seduto a terra, che fa fatica a respirare e le decine di poliziotti che gli passano attorno ignorandolo fino a che uno non gli dà una pacca sulla spalla.

La carica dei carabinieri che spezza in due il corteo in via Tolemaide il 20 luglio e che nessun dirigente dice di aver mai ordinato.

I poliziotti che a Bolzaneto cantano “Te gusta el manganello” al ritmo di Manu Chao.

Le videocamere dei giornalisti gettate a terra e sfasciate.

Le minacce di stupro alle ragazze portate alla caserma di Bolzaneto.

L’infermiere in servizio a Bolzaneto che poi raccontò tutto.

La gente dai balconi che prima degli incidenti getta acqua ai manifestanti perché il caldo è insopportabile.

Il capo dei medici di Bolzaneto che urlava «Ve lo do io Che Guevara, sporchi comunisti».

La dirigente di Amnesty International che definì i tre giorni di Genova «la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale».

Il silenzio sui treni che ripartivano da Genova la notte del 21 luglio.

La registrazione della poliziotta che dice a un collega, dopo la morte di Carlo Giuliani: “Uno a zero per noi”.

Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che anni dopo dice: «A Genova un’infinità di persone incolpevoli subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. Non è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori».