Il giorno in cui arrestarono Enzo Tortora

La sera del 16 giugno 1983 Enzo Tortora ricevette strane telefonate. Erano giornalisti che gli chiedevano se fosse vero che stava per essere arrestato come affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Tortora pensò a uno scherzo, non si mise a ridere, non era il tipo. Ma non si preoccupò. Non chiamò avvocati, non avvertì la sua compagna. Andò a dormire.
Lo presero i carabinieri alle 4 del mattino di venerdì 17 giugno, dalla sua stanza dell’Hotel Plaza di Roma, in via del Corso. Quando uscì dalla stazione dei carabinieri per essere portato a Regina Coeli aveva lo sguardo allucinato ma, dirà, poi, era ancora convinto che si trattasse di un errore di facile soluzione, pensava a qualche ora per chiarire tutto. I fotografi intorno urlavano «Le manette, le manette». Qualche passante gridò «Bastardo, devi marcire in galera». I due carabinieri che lo tenevano sottobraccio diedero una leggera spinta verso l’alto: le manette ora si vedevano bene, le fotografie potevano essere scattate.
Il mandato di arresto parlava di associazione camorristica e traffico di droga. Tortora non era il solo quella mattina in manette. Due sostituti procuratori napoletani, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, avevano firmato 855 ordini di cattura: in 216 casi furono compiuti errori di persona. Duecentosedici persone arrestate o coinvolte per sviste su nomi e indirizzi. Un’enormità.

L’arresto di Tortora occupa ogni spazio televisivo possibile. L’Italia, come sempre avviene in questi casi, ridacchia. Uno potente, uno in vista, è finito nei guai, e che guai. Lui poi è così distinto, così conservatore, così borghese del Nord. E ora invece la televisione, la stessa televisione che l’ha reso famoso e fortunato, dice che spacciava droga. Anche nelle redazioni dei giornali si ridacchia: Tortora non è simpatico, un po’ lo invidiano per il successo di quella trasmissione, Portobello, che si è inventato dal nulla nel 1977. Andava in onda il venerdì sera, nel periodo d’oro raggiungeva soglie d’ascolto da finale dei Mondiali: 26 milioni di telespettatori. L’altra frase che si sente ripetere è «Se l’hanno arrestato in quel modo qualcosa avrà fatto, no?». Lo dice anche, in un’intervista, Camilla Cederna. L’unico che prova ad andare controcorrente è Enzo Biagi. Firma un editoriale sul Corriere della Sera che si intitola: E se Tortora fosse innocente?
La domanda, invece, i magistrati che hanno ordinato l’arresto non se la pongono proprio. Per loro Tortora è un mostro, un criminale travestito da bravo presentatore. Si fanno vivi improbabili testimoni che giurano di averlo visto passare bustine di droga ai cameraman negli studi televisivi.
Ma come c’è finito, Tortora, in tutto questo? Qui si entra nel campo dell’ancora più surreale. Un camorrista, tale Barbaro, detenuto a Porto Azzurro, ha mandato dei centrini da tavola a Portobello perché vengano messi in vendita. La redazione ripone i centrini da qualche parte assieme alle migliaia di altri oggetti in attesa di essere valutati, o semplicemente dimenticati. Il camorrista la prende male. Non sa scrivere, così chiede al suo compagno di cella, Giovanni Pandico, di inviare lettere, sempre più minacciose, alla trasmissione. Alla fine, la Rai risarcisce Barbaro con 500 mila lire. Ma a Pandico non basta: sta diventando collaboratore di giustizia, racconta ai magistrati che quei centrini erano in realtà partite di droga. Quando i magistrati chiedono ad altri camorristi pentiti se sia vero che Tortora è uno di loro, rispondono di sì. Non possono credere che basti così poco a mandare nel caos un’inchiesta. Intanto dall’agendina telefonica della moglie di un affiliato alla Nuova Camorra Organizzata saltano fuori un nome e un numero: Tortosa, 081……Tanto basta, i magistrati dicono che lì in realtà c’è scritto Tortora. Forse basterebbe digitarlo quel numero. Nessuno lo fa.
Il 14 agosto, intanto, Tortora è stato trasferito nel carcere di Bergamo. I fotografi si appostano sui tetti per fotografarlo mentre, a torso nudo, cammina per il cortile da solo, nell’ora d’aria. Due avvocati già affermati ma che in quel periodo diventeranno famosissimi, Alberto Dall’Ora e Raffaele Della Valle, lavorano alla strategia difensiva. Hanno di fronte la granitica convinzione dei magistrati napoletani e i giornali che rincorrono notizie senza senso: conti trovati all’estero, ville e yacht comprati con i soldi della droga. Non è vero nulla, ovviamente.

Dopo più di sei mesi di carcere Tortora ottiene gli arresti domiciliari. Va a casa, a Milano. Accetta la candidatura alle elezioni europee con il Partito Radicale. Marco Pannella ha avuto una delle sue forti e vincenti intuizioni politiche. Tortora ottiene 415 mila preferenze, torna a essere un uomo libero. Nel frattempo a Napoli si sta svolgendo il processo. Il pubblico ministero dice che Tortora è stato eletto con i voti della camorra. Dice anche che è “un uomo della notte”. Lo definisce, con una frase presa da qualche manuale della banalità, “cinico mercante di morte”. Il 17 settembre 1985 viene condannato a dieci anni di carcere. La leggenda dice che appena usciti dal Tribunale i giornalisti abbiano brindato. Forse non è vero. Certamente quelli che gridano alla sentenza scandalo sono pochi. A fine 1985, Tortora si dimette da europarlamentare e rinuncia all’immunità. Torna agli arresti domiciliari. Deve passare un altro anno perché il teorema accusatorio venga smontato. Il 15 settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli assolve Tortora con formula piena. I giudici che emettono la sentenza ricostruiscono i fatti: i pentiti in carcere cercavano, facendo un nome famoso, di ottenere sconti di pena. Non esisteva nessun riscontro, né forse era mai stato cercato. Il 13 giugno 1987 la Corte di Cassazione conferma l’assoluzione. Nessuno dei magistrati che avevano condotto l’operazione Portobello (così, non a caso, era chiamata nei corridoi del Tribunale di Napoli) vedrà la sua carriera penalizzata. Solo uno dei pentiti che accusarono Tortora, Gianni Melluso, detto cha cha cha, chiederà pubblicamente scusa alla famiglia.

Nel 1985 Tortora era tornato in televisione. La puntata di Portobello era iniziata così: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Il 3 novembre di quell’anno era stato eletto presidente del Partito Radicale. Negli anni che gli rimangono da vivere (è morto per tumore, a Milano, il 18 maggio 1988) si batte per cercare di migliorare la situazione nelle carceri. Durante una sua visita nel carcere di Ascoli Piceno incontra Raffaele Cutolo. Il capo della Nuova Camorra Organizzata si presenta così: «Buongiorno, io sarei il suo luogotenente. Sono felice di stringere la mano a un innocente».
Giorgio Bocca ha definito il caso Tortora «il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso nel nostro Paese».