La bravura dei politici

Secondo molti commentatori, Matteo Salvini è un bravo politico: raccoglie vittorie politiche sui migranti, si dimostra uno stratega, è addirittura il migliore di tutti.

C’è una domanda, però, la cui risposta pare essere scontata per molti ma a me lascia perplesso. Come si misura la bravura di un politico? È una domanda importante, perché dire che un politico è bravo a fare il suo mestiere (anche quando, e forse soprattutto quando, non si condividono le sue idee) significa prendere posizione su che cosa dovrebbe essere il mestiere della politica e quindi, in ultimo, su quale sia lo scopo della politica.

C’è un modo di rispondere a questa domanda, secondo cui il mestiere del politico sarebbe quello di avere le idee giuste e professarle, proporle, difenderle nel tentativo di cambiare il mondo per il meglio. C’è un altro modo, meno ingenuo, di intendere la politica, secondo cui quel lavoro richiede anche di stringere alleanze, delineare strategie, saper vendere se stessi e il proprio messaggio al fine di poter realizzare per davvero quel qualcosa di buono. Eseguire un paio di buone idee è, in genere, più utile che declamarne dieci senza riuscire a combinare nulla; il politico che fa la prima cosa è più bravo di quell’altro.

Ovviamente diverse persone hanno diverse opinioni su quali siano le idee giuste da realizzare e di come farlo, e per questo è difficile pensare contemporaneamente che un politico sia bravo e  che le sue idee non siano affatto buone. Con Salvini, però (ma in realtà parecchio prima di lui), pare che sia divenuta corrente una terza teoria della bravura politica: un bravo politico è un politico che domina il dibattito, prende voti, e aumenta il proprio consenso a prescindere dalla qualità delle sue idee e della loro realizzazione.

Se penso che le idee di Salvini e le cose che realizza e che tenta di realizzare siano cattive per l’Italia e per il mondo, posso concludere che è un bravo politico? Forse Salvini è bravo nel mantenere il potere, aumentare la propria visibilità e i voti del suo partito, ma se pensiamo che gli obiettivi e le strategie di Salvini e del suo partito non siano buone, la sua bravura nel vendersi è solo bravura nel fare il proprio interesse, non bravura nel mestiere che ci si aspetta che faccia.

È buffo, a pensarci bene, perché per nessun altro lavoro ci sogneremmo di dire che qualcuno è bravo solo perché sa destreggiarsi con le apparenze e la tattica. Non pensiamo che un medico che riesce a farsi nominare primario ma non sa curare i pazienti sia un bravo medico. Non pensiamo che un manager che guadagna un sacco di soldi ma fa fallire l’azienda sia un bravo manager. Non pensiamo che un attaccante strappato agli avversari a un prezzo esagerato ma che non segna un gol sia un bravo calciatore. Non pensiamo che un insegnante di matematica che riesce a farsi assegnare gli orari e le classi che vuole ma che non sa spiegare le equazioni ai suoi studenti sia un bravo insegnante.

Siamo tutti sufficientemente cinici da pensare che tanta gente preferisce il proprio tornaconto allo scopo obiettivo del lavoro per cui è pagata, e tra questi ci sono certamente medici, manager, calciatori, insegnanti, e ogni altro tipo di lavoratori – compresi i politici. Siamo però anche abbastanza lucidi da saper distinguere queste persone da chi sa fare bene il proprio lavoro.

Abbracciare una certa idea di bravura politica vuol dire, semplicemente, abbracciare una certa idea di politica. Qualcuno pensa che le idee politiche di Salvini siano buone e che quindi lui sia bravo nel proporle efficacemente; qualche altro suo sostenitore, più correttamente, vorrà aspettare i risultati prima di pronunciarsi sulla sua bravura. Ma nessuno tra quelli che ritengono sbagliate le idee che propone possono dire che Salvini è un bravo politico, a meno che sia convinto che il lavoro di un politico consista solo nel prendere voti, invece che governare bene il paese. Per fare la seconda cosa i voti servono, ma non bastano; sono un mezzo per un fine.

E se forse i fini a volte giustificano i mezzi, è ridicolo pensare che i mezzi possano giustificare i fini.

Sembra solo una questione linguistica (bravo o scaltro o abile a mettere gli altri nel sacco: son solo aggettivi e si intuisce quel che intendono), ma è invece una postura mentale e culturale. Ovviamente è legittimo che chi prende abbastanza voti possa provare a mettere in pratica le proprie idee politiche (entro i limiti che la nostra repubblica si dà) ed è anche legittimo che qualcuno scelga il mestiere di coach tattico, commentando l’abilità di un politico a sapersi vendere; ma è curioso (e in ultimo nocivo) che gran parte del commento politico più brillante sia solo e soltanto una faccenda di tattica invece che di merito.

L’idea normativa che abbiamo della politica – l’aspirazione, se volete, di ciò che la politica dovrebbe essere – dà forma in qualche misura a quel che la politica può fare. Ridurre il mestiere del politico all’arte dell’auto-promozione significa aver rinunciato già in partenza alla promessa della democrazia.

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