I Mille, i tre mandati e la domanda “espressa” di Illy [cronache dell’innovazione/1]

Fino a qualche mese fa la domanda era: vado o resto? Dall’Italia si intendeva. Erano i giorni di Fazio e Saviano in tv, e quel tormentone era una foto efficace di uno stato d’animo diffuso. Oggi la domanda è: ce la facciamo o no? E’ la domanda chi è rimasto e si guarda attorno angosciato. Io questa angoscia, ma anche la voglia di reagire, l’ho vista in vista in questi giorni avendo l’occasione di viaggiare da nord a sud per eventi, convegni, premiazioni. Progetti che presto vedranno la luce. E non ho una risposta esatta, almeno non adesso che sto partendo da Lamezia Terme per tornare a Roma provando a mettere ordine in quello che ho imparato in questo tour dell’innovazione.

Dunque, la prima tappa è stata a Marghera, ormai una settimana fa. Il Pd mi aveva invitato a condurre la giornata della innovazione. Io ho accettato, intanto perché ho trovato importante che il principale partito di opposizione che molti sondaggi indicano quale primo partito, dedichi una giornata intera all’innovazione. E poi per capire quale idea avessero di innovazione visto che nella contromanovra di Bersani non ne avevo vista traccia. L’appuntamento era al Vega, il parco Scientifico a 10 minuti da Venezia. E devo dire che la partenza è stata surreale, sembrava un film di Peter Sellers: qualche buontempone aveva spostato tutti i cartelli che avrebbero dovuto portarci all’aula magna e quindi per una buona ora abbiamo tutti vagato fra un edificio e l’altro finendo in vicoli ciechi, portoni chiusi e semplicemente posti sbagliati. Per un attimo ho pensato che quella scena fosse una metafora dei discorsi della innovazione in questo paese: ti fanno camminare tanto ma non portano a nulla. Poi abbiamo iniziato.
In sala la mattina c’erano otto persone ad ascoltare. Il pomeriggio la situazione è migliorata: ne ho contate diciassette. Che vuol dire? Forse che il convegno non era stato comunicato bene, certo, ma anche che la formula convegno oramai nella gran parte dei casi è vetusta. Meno innovativo di un convegno c’è solo la frase “facciamo un tavolo” e forse anche la citazione “serve un cambio di paradigma”. I convegni vanno ridotti di numero e fatti solo quando è davvero necessario comunicare qualcosa di forte e far incontrare le persone, quando ci si attende qualche cosa di grosso dal confronto dei relatori; altrimenti meglio una tavola rotonda a porte chiuse in live streaming che uno se vuole se la vede dall’ufficio o da casa.
Oppure, meglio lavorare e innovare davvero.
La giornata della innovazione del PD però non è stata affatto inutile. Ho scoperto tante persone di valore. Il giovane assessore alla innovazione di Udine Paolo Coppola, che sta facendo cose egregie con leggerezza (intendo senza dare l’impressione di spostare macigni), competenza e senza soldi. Ne sentiremo parlare. E poi Alessandro Giari, presidente dei parchi scientifici e tecnologici oltre che fondatore di quello di Navacchio, vicino Pisa (le cui cifre di crescita farebbero impallidire la Cina: +33 per cento da un anno all’altro).
Mentre altri trombonavano sul tema Giari ha dato una definizione di innovazione semplice, prendendola a prestito da quanto aveva detto una signora intervistata da una tv. “L’innovazione è quando fanno qualcosa di nuovo che mi migliora la vita”. Ecco. Meglio di tanti convegni.
Visto che c’ero ho provato a introdurre un tema che in questi giorni mi sta molto a cuore, ovvero il ricambio della classe politica. Lo considero un tema di innovazione sociale. Per quel che riguarda il PD questo vuol dire applicare lo statuto che prevede un massimo di tre mandati parlamentari: come i lettori del Post sanno bene applicare questa norma vuol dire lasciare a casa tanti deputati e senatori. Quando sul palco è salito Oriano Giovannella, gliel’ho chiesto a bruciapelo. “Sei d’accordo?”. Lui ha tentennato, ha detto che comunque è al secondo mandato quindi ci sta dentro, ha provato a tirare in ballo Napolitano che non sarebbe diventato presidente della Repubblica se non fosse rimasto parlamentare fino alla fine (ma non serve essere parlamentari per diventare capo dello Stato, com’è noto), e poi ha concluso che la norma va applicata, sì, certo, tranne che per quei “residui”, ha detto così, che hanno fatto la storia del partito e che vanno rieletti.
Residui, ha detto: innovazione poca.
La stessa domanda nel pomeriggio l’ho fatta a Vincenzo Vita, che conosco da molti anni e con il quale a volte ci siamo trovati dalla stessa parte (penso alla campagna per il Nobel a Internet): e devo dire che Vita non mi ha deluso. Ha detto che i mandati dovrebbero essere solo due e ha auspicato, anzi, si è detto certo, che “quando si voterà, perché prima o poi si voterà no?”, ci sarà un grande rinnovamento della classe dirigente perchè, “se la politica non saprà ascoltare questa domanda di cambiamento, non è più politica”.
(nota: il tema del rinnovamento riguarda tutti i partiti non solo il PD, e per essere efficace si accompagna alle primarie e ad una nuova legge elettorale, lo so, altrimenti uno, uno a caso, nomina i candidati, li sceglie fra le donne giovani e belle che frequentano casa sua e siamo daccapo).

Martedì 21 ero invece a Trieste per il Tour dei Mille, la campagna che con Telecom Italia e il Premio Nazionale Innovazione sta girando l’Italia per raccontare e mettere in gara i progetti di innovazione. Si tratta di un format di grande successo, testimoniato dai quasi 2200 progetti in corsa per un montepremi totale di 2,5 milioni di euro. Più dei numeri però parlano le facce, le cose che dicono questi ragazzi. Facce e parole che ti fanno venire voglia di dire: no, non è un paese di merda (e infatti l’ho detto dal palco, facendo impallidire qualche autorità nelle prime file).
A Trieste erano in gara dodici progetti scientifici e la competenza dei concorrenti ha messo a dura prova la mia conduzione. Per fortuna avevamo una giuria supercompetente che ha retto alla grande il confronto (anche qui, vi segnalo un nome, Sara Giadrossi, giovane cervello non in fuga che si occupa di biotech: brava brava).
Il pomeriggio triestino, in una grande sala del Porto Vecchio che ospita la Biennale Diffusa, avevo deciso di aprirlo con una specie di performance teatrale. “Le lettere della banda larga”. Si tratta del verosimile scambio di missive tra un ragazzino friulano di 13 anni assetato di Internet e il suo sindaco. Il ragazzino oggi ha 16 anni, la banda larga l’ha portata in sei comuni friulani con una spesa irrisoria (un euro ad abitante) e la sua storia l’avevamo raccontato nel numero di Wired che lanciò la campagna Sveglia Italia! Lui è Federico Morello e se non lo conoscete, andate a cercare i suoi video in rete: è un fenomeno di bravura e grinta. Le sue lettere (la voce del sindaco era del mio partner di Tour, Gianluca Dettori), sono un monumento alla innovazione fatta a mano, quella che ogni giorno qualcuno realizza nonostante tutti.
Sul palco, tra un pitch e l’altro, abbiamo ascoltato le storie di Roberto Siagri, che a Udine ha fondato un colosso che si chiama Eurotech, e di Riccardo Donadon, il creatore di H-Farm, la più bella e concreta fabbrica di startup che abbiamo in Italia (tra Treviso e Venezia). Poi è toccato ai big. “Ce la facciamo, ce la fa l’Italia?” è stato il filo conduttore delle domande fatte al ceo di Telecom Marco Patuano e al presidente di Generali Gabriele Galateri e se vi devo dire l’impressione che ne ho ricavato, andando oltre le parole che hanno detto, è che questo pezzo importante del capitalismo italiano ne ha le scatole piene di questo premier, non per ragioni etiche, non sia mai, ma perché è un danno quotidiano alla credibilità del paese. “Il mondo ci chiede disciplina e serietà”, ha detto Patuano, citando due valori che non sono stati in cima all’agenda politica in questi anni purtroppo.
In questa occasione mi ha fatto piacere conoscere Riccardo Illy, sentirlo parlare di innovazione nel caffé, di voglia di migliorare che si trasmette da nonno in nipote e avvertire un dispiacere nel vedere cosa è diventata la politica in questi anni in Italia. Perché i giovani non protestano come hanno fatto in Spagna o in Egitto?, gli ho chiesto. Perché non stanno ancora abbastanza male grazie alle famiglie, mi ha detto. Manca poco, però, ho aggiunto io. Illy a quel punto ha detto una frase raggelante, almeno per me: ha detto che stiamo crescendo generazioni di disoccupati, che non sono più neanche giovani, “e un quarantenne disoccupato chi vuole assumerlo oggi?”. La sua domanda ha atraversato i volti di Patuano e Galateri senza risposta.
Con il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, un ex direttore della CNA e quindi vicino al mondo delle piccole e medie imprese, sono tornato sul tema del limite dei tre mandati. “Tre mandati? Facciamo due”, ha detto facendomi felice. Lo ascolteranno a Roma?

Il giorno dopo con il mio compagno di conduzione Gianluca Dektor Dettori siamo sbarcati in Calabria per la StartCup locale quest’anno legata al TechGarage organizzato da Gianluca. Passare in poche ore da Trieste a Cosenza fa un certo effetto. Le ferite inferte al territorio dal cemento, la povertà di certi servizi, un senso di lontanza dal resto del paese, come se la secessione l’avessero già fatta, beh, queste cose si notano e fanno male. Una cosa però era identica: la bravura dei ragazzi in gara. Anche qui dieci progetti, sei minuti per presentarsi, grinta e bravura vera. Delle autorità mi ha colpito il rettore della università Giovanni Latorre, che mi ha accolto dicendomi “dobbiamo far sì che i ragazzi si creino un lavoro”, proprio come il rettore di Harvard in The Social Network. E il presidente della confindustria di Cosenza Renato Pastore. Gli ho chiesto: “La Marcegaglia vuole le dimissioni di Berlusconi, lei è d’accordo”. Ha preso fiato e mi ha detto, con un gesto eloquente: “Di più”. Poi mi ha raccontato che le aziende sanitarie locali sono praticamente in default, visto che Unicredit non sconta più le fatture che arrivano. Mi sembra un fatto enorme: se una banca come Unicredit non crede che una azienda pubblica onorerà un debito, come fanno a credere in noi i tedeschi?

Poi sul palco è salito il presidente della provincia, Mario Oliverio, politico di sinistra di lungo corso. Non potevo non chiedergli del limite dei tre mandati e del rinnovamento della politica. “Sono d’accordo, anzi, facciamo due mandati”. Quando però gli ho chiesto se le province sono davvero inutili ha iniziato un lungo discorso e alla fine, lo confesso, non ho capito la risposta…
(segue)