Vecchie conoscenze
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Michele Serra
Martedì 14 novembre 2023

Vecchie conoscenze

(Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)
(Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

“Quando la sveglia si sente suonar/il buon soldato si deve alzar/si deve alzare con grande allegria/viva Savoia Cavalleria”.
Da un paio di giorni mi sveglio – di mattina molto presto – con questa assurda canzoncina nella testa. E la canticchio accendendo la macchina del caffè. La cosa incredibile è che non la sentivo e non la cantavo da una sessantina d’anni (parecchio tempo, direi). Me la cantava mia nonna quando ero bambino. Apriva gli scuri della mia stanza, nella casa al mare dove passavo l’estate, e il “buon soldato” si alzava. Ora quella canzoncina stupida e allegra è ritornata. Per suo conto, e senza chiedermi il permesso.
Perché? Da dove? Quale è stato l’innesco che l’ha fatta sortire dagli anni Sessanta del secolo scorso? Davvero non saprei. So solo che ha fatto il suo percorso in mezzo al groviglio delle mie sinapsi ed è riemersa da sé sola, come un sughero che si libera da una rete in fondo al mare. È affiorata, è rifiorita. Con sbalordimento mi sono sentito cantarla senza alcuna intenzione, forse era lei che cantava me. Il bambino che ancora mi abita ha ripreso voce per un istante, e di sua volontà. I ricordi, come i sogni, fanno un po’ quello che vogliono loro, vanno e vengono senza chiedere il permesso.

Vi racconto questa cosa – la racconto soprattutto ai lettori miei coetanei; quelli più giovani, che per mia fortuna sono tanti, portino pazienza – perché, con il trascorrere degli anni e della vita, ho sempre più spesso la sensazione che il tempo perda la sua linearità; e quasi, anche, la sua consistenza. Da ragazzo il tempo era un rettilineo indiscutibile che volevo e dovevo percorrere chilometro dopo chilometro. Ora il percorso mi sembra più vago, le date e gli eventi un poco si confondono e si sovrappongono, di cose che risalgono a trent’anni fa mi capita di pensare che sono accadute da pochissimo tempo, e viceversa retrodato a chissà quando eventi recenti (l’iPhone è del 2007, ha appena sedici anni. Non è incredibile?). È un poco come se tutto si ingorgasse, a un certo punto, dentro l’imbuto immenso della memoria, e tracimasse in ordine sparso, come capita. E i ricordi, le esperienze, le persone conosciute, quelle amate, quelle detestate, non procedono più in fila indiana, ma si dispongono tutti attorno in una grande cerchia assembleare.

Dal punto di vista “tecnico” la soluzione è facile. Quando scrivo controllo sempre più spesso le date, bastano un paio di clic per rimettere tutto in ordine. Dal punto di vista psicologico, emotivo, sentimentale, è molto diverso. Meno controllabile ma, devo dire, tutt’altro che spiacevole. Mia nonna mi è riapparsa accanto e se non credo negli spiriti credo negli incontri: è stato un bel ritrovarsi. Era francese, nata a Tolosa, ma di madre “mandrogna”, piemontese di Alessandria. Immagino che la marcetta savoiarda con la quale la nonna mi dava la sveglia facesse parte della sua infanzia. Mia bisnonna deve averla cantata a lei bambina (era del 1888), lei la cantò a mia madre e a me, una filiera di donne e in fondo alla filiera un bambino che oggi, nel novembre del 2023, si sveglia cantando la stessa canzone ottocentesca. Fischiettata in origine, probabilmente, da qualche fantaccino in marcia verso Pastrengo o Solferino. Come se oggi io cantassi a mio nipote la sigla di un cartoon della mia infanzia e tra un secolo e mezzo, chissà dove nel mondo, qualcuno la ricanterà senza capire bene perché la sta cantando.

La circolarità del tempo è qualcosa che si sperimenta tardi: almeno, a me è accaduto così. Invecchiando il tempo diventa qualcosa di già speso, in larga parte già speso e trascorso. Però anche di più solenne, che non vuol dire pomposo, come capita di pensare per colpa della pomposità delle ricorrenze solenni; vuol dire che a battere il tempo, astronomicamente parlando, è il nostro cerchio attorno al Sole (solemnis). Sì, un cerchio. Le famose meccaniche celesti, quello è il nostro orologio. Vuol dire che in qualche modo tutto ritorna, e la dissipazione di ciò che siamo appare un poco meno inesorabile. Forse perché si corre di meno (manca il fiato) e ci si siede di più, e nella stasi le cose attorno hanno il tempo di raggiungerti, e di disporsi in un ordine differente. Se vi sembro Battiato, cercate di non prendermi troppo per i fondelli.

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“Caro Michele,
a proposito del livore che spunta da tutti i social, hai mai provato a leggere i post di una chat fra esperte di uncinetto? Io lo faccio, di tanto in tanto, sollecitato da mia moglie (‘ma senti che roba che scrivono!’). Una rissa fra frequentatori ubriachi dell’angiporto potrebbe sembrare un colloquio fra educande dell’800, al confronto”.
Marco

Che cos’è una notizia? Non so se il peraltro direttore sia d’accordo, ma per me una notizia è precisamente quanto ci ha appena comunicato Marco: che anche nelle chat tra esperte di uncinetto ci si accapiglia furiosamente, chiaro segno che l’Apocalisse è alle porte e la guerra mondiale ha già sottomesso le nostre anime. Secondo i sani costumi del Post, io sarei tenuto a controllare le fonti. Ovvero, a leggere le chat di esperte di uncinetto. Ma, punto primo (chissà se esiste il “punto primo”, nell’uncinetto) non ho idea di come fare, per me i social sono come gli anelli di Saturno per un cavallo, non ho idea di come imboccarli, figuratevi poi, in mezzo a tutto quel casino, rintracciare le chat di uncinetto. E poi, punto secondo, sono pur sempre un autore di satira, e la cattiva novella sul mondo dell’uncinetto è troppo esilarante perché io mi prenda la briga di smontarla, dimostrando a Marco e a sua moglie che esistono anche chat di uncinetto educatissime, eque e solidali. Per non dire il mondo del punto-croce, che è di esemplare correttezza.
Vi faccio una proposta. Facciamo una specie di indagine collettiva sulle chat di uncinetto. Ognuno partecipi come sa e come può: da par loro gli attenti redattori del Post, poi i lettori e le lettrici. Che sta accadendo nel mondo dell’uncinetto? Come possiamo intervenire utilmente, affinché si torni a tessere, cucire e ricamare in buona armonia con il creato?

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Nelle “Zanzare mostruose” entra a furor di popolo (parecchie segnalazioni) questo recente titolo di Repubblica Spettacoli:

Il barboncino gioca con il telecomando e acquista 70 euro di film pornografici.

La “notizia” ha come fonte il non autorevole Daily Mirror, e tanto basta per capire che si tratta di una libera elaborazione di fatti forse accaduti, ma probabilmente accaduti in maniera diversa. Un paio di lettori avanzano l’ipotesi che si tratti della versione di un marito còlto sul fatto dalla moglie: “è stato il barboncino”. Inevitabile la stra-citata citazione: a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

Con nobile intenzione, mi scrive Maurizio Andreoli: “Mi autodenuncio.
Come capo della redazione di Rimini del Corriere Romagna fui autore, a suo tempo, del seguente titolo:

Col laghetto nel trattore e muore.

Non fui licenziato. In questo Paese non esiste la meritocrazia ma neanche la demeritocrazia”.

Maurizio, non ti abbattere. Può capitare a tutti. La fretta incombe, bisogna andare in stampa. E poi il titolo, alla fin fine, è decifrabile: anche il lettore meno vivace è in grado di capire che è il trattore che finisce nel laghetto, non viceversa. E comunque è di definitiva chiarezza la tragica chiusura della vicenda. Vittima dell’incidente non è il trattore e nemmeno il laghetto.

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Mi ero tenuto uno spazio (non sapevo se uno spazione o uno spazietto; è uno spazietto) per raccontarvi del mio incontro, ieri sera, dopo vent’anni di interruzione, con Beppe Grillo, con il quale ho lavorato dall’88 al ’92; e fummo molto amici, prima che la politica lo trasformasse in quel monstrum che tutti abbiamo avuto modo di conoscere.
In questi ultimi vent’anni mi sono sempre chiesto se Grillo si sia mai reso conto che la battuta, il paradosso, l’invettiva, che nel monologo comico sono a casa loro, inequivocabili, tradotti in politica perdono senso, e minacciano di sembrare una puttanata gratuita, una semplificazione greve, uno slogan offensivo. Ieri sera, sentendolo da Fabio Fazio, ho capito che non se ne è ancora reso conto. Mi è dispiaciuto per lui e soprattutto per i tantissimi che in quell’equivoco sono caduti. Ci siamo incontrati nello studio in penombra, ci siamo abbracciati come devono fare due vecchi amici. Lo rifaremo, in caso di estrema longevità sua e mia, tra altri vent’anni. Non prima. Ciao Beppe, è stato bello conoscerti, tanti anni fa, e un onore lavorare con te quando eri il primo giullare del Paese.