Internet, in effetti, si è rotta

Andrea Daniele Signorelli, che è un giornalista molto bravo che conosco e che si occupa da tempo di cultura digitale, ha scritto per Domani un articolo che si intitola: “Internet si è rotta: coi siti cancellati sparisce la nostra memoria collettiva”. Il tema, come è possibile ricavare dall’abstract del pezzo, è noto e importante e potrebbe essere così riassunto: a differenza di quanto pensavamo un tempo la memoria digitale si è rivelata essere molto meno solida di quanto era logico aspettarsi, molto più fragile di quella affidata ad un supporto fisico come un libro di carta, assai più dipendente da variabili sulle quali non abbiamo grande controllo come i formati e l’hardware utilizzato o, più in generale, l’architettura stessa di rete, basata su protocolli e luoghi che hanno, nel loro essere effimeri, una della caratteristiche principali.

Vale ovviamente per tutto, perché la frana dei contenuti digitali che scompaiono alla nostra vista non si occupa della qualità dei contenuti stessi: scompaiono così improvvisamente intere comunità di persone perché la piattaforma tal dei tali ha cambiato proprietario, vengono cancellate le tracce del nostro archivio fotografico familiare perché il luogo di rete nel quale avevamo deciso di custodirle improvvisamente chiude, ma scompaiono ugualmente anche contenuti che la comunità stimerebbe probabilmente meno trascurabili delle foto dei nostri viaggi o della nostra prima casa online su Geocities, per esempio i lavori accademici disponibili per gli studiosi: già nel 2014 si stimava che il 20% dei collegamenti a risorse scientifiche sul web per il periodo 1997-2012 risultasse non più funzionante. Figuriamoci oggi.

Scompaiono interi archivi di prestigiosi quotidiani perché il tecnologo che se ne era occupato a suo tempo aveva scelto un formato di archiviazione che ora non si usa più, scompaiono gli archivi musicali di MySpace perché a un certo punto della parabola discendente di uno dei primi social network qualcuno si è stufato di spendere soldi nella manutenzione di quelle pagine che nessuno consulta più.

Insomma, Internet non sembra essere l’archivio ideale, eterno e a portata di mano che ci eravamo immaginati.
Signorelli, nel breve riassunto del suo pezzo, scrive:

• Centinaia di milioni di siti web oggi non sono più online, portando con loro miliardi di pagine anche di grande valore culturale
• La digitalizzazione della nostra epoca rende molto più effimera la conservazione del sapere, sottoponendolo anche al rischio censura
• Realtà come Internet Archive o progetti come IPFS puntano a salvare i contenuti del web, che si è dimostrato un custode poco affidabile

E questo elenco per punti, così interessante, è tutto quello che ci è dato sapere, perché l’articolo di Andrea è dietro il paywall di Domani, come ormai la grandissima maggioranza dei contenuti giornalisti in Italia.
Così ora abbiamo un altro punto da aggiungere alle molte ragioni per cui Internet si sta naturalmente trasformando in un luogo non così adatto alla circolazione della conoscenza.

Molti contenuti scompaiono dentro un meccanismo quasi biologico di cancellazione e perdita di memoria digitale, altri per ragioni di sostituzione tecnologica dentro la quale l’innovazione vince ogni volta nei confronti della conservazione, ma la grande maggioranza dell’intelligenza del mondo si allontana oggi da noi per ragioni economiche. Non ha troppa importanza stabilire quali siano, né dare giudizi su di esse. Sarà forse più importante considerare un dato di fatto: la memoria collettiva aveva paladini più determinati e battaglieri quando archiviare il sapere del mondo era un lavoro duro e complicato. Penso ai plutei dell’austera biblioteca Malatestiana di Cesena, penso anche, inevitabilmente, ad un’idea di rete che pure qualche decennio fa esisteva e di cui ora si fatica a riconoscere i segni.