Discorsi sulla rete che non c’è

Se ne parla da anni. A nessuno, nelle stanze in cui si decidono le cose, è mai interessato troppo. Alludo all’annosa questione della trasformazione dell’infrastruttura digitale del Paese che è ancora oggi molto simile a com’era dieci anni fa.
Le parole si sono accumulate, i piani si sono succeduti: quasi sempre l’Europa ci ha offerto soldi per cablare l’Italia e noi abbiamo saputo sprecarli.

Se anche fossimo stati meno cialtroni nell’immaginare il mondo di domani la questione sarebbe rimasta complicata lo stesso. Perché, come è noto, l’infrastruttura è solo una parte del problema: abilita le persone e le aziende a “fare cose” ma se quelle persone e quelle aziende quelle cose non le vorranno fare l’infrastruttura perderà una parte della sua ragione d’essere. È il motivo per cui, da anni, gli operatori delle TLC investono poco nelle nuove reti fisse: perché temono e sanno che i propri prodotti non saranno troppo apprezzati.

Una sintesi efficace di quale sia la situazione attuale dell’infrastruttura in fibra del Paese, delle possibilità e delle attese del momento, la trovate in questo post del prof. Alfonso Fuggetta. Ai tre scenari immaginati da Fuggetta aggiungerei un paio di considerazioni che mi pare possano aiutare a completare il quadro.

La prima: a chi spetta cablare il paese? Al mercato? Allo Stato? Ad entrambi?

La risposta è complessa e potrebbe essere così riassunta.

a) Non spetta al mercato, perché gli interessi del mercato – lo abbiamo visto mille volte – non coincidono con quelli della crescita culturale e economica del Paese: il mercato mette soldi ed energie semplicemente dove pensa che domani ne riceverà altri indietro.

b) Non spetta allo Stato, o al governo, perché le TLC sono un business che richiede visione e competenze non occasionali. Quando lo Stato pensa di poter gestire un business mettendo in piedi un’azienda ex novo che faccia come se, il caso di Open Fiber, con le sue inefficienze, le sue contraddizioni anticoncorrenziali, il suo voler essere carne e pesce contemporaneamente, è sotto i nostri occhi, succedono i disastri.

Partendo da queste evidenze sarà chiaro che l’infrastruttura digitale del Paese è un tema politicamente rilevante che andrebbe affidato ai soggetti che sanno farlo e che andrebbe governato dalla politica per chiare ragioni di interesse pubblico.

Credo non sfugga a nessuno che si tratta di un rebus di difficile soluzione: le aziende delle TLC sono macchine complicate, portatrici di mille interessi diversi, culturalmente assai deprimenti; nel frattempo la capacità politica di affrontare i temi dell’infrastruttura digitale come un tema centrale e primariamente culturale (perché questo è) continuano ad essere ai minimi storici.

Per riassumere: la politica delle reti dovrebbe prendere quello che il mercato offre, armonizzarlo, incentivarlo e orientarlo affinché almeno una quota del business delle TLC sia funzionale alla crescita del Paese. Più facile a dirsi che a farsi.

Seconda questione: siamo sicuri che la retorica delle aree bianche sia in questo momento per noi conveniente? Lo dice uno che per anni ha scritto e pensato che tutti i cittadini della penisola dovrebbero avere identiche possibilità tecniche di accesso a Internet. Confesso che a questo punto, sommersi come siamo dalle parole senza i fatti, non ne sono più tanto sicuro.

Lo Stato, ai tempi del governo Renzi, ha creato una società per cablare il Paese, con soldi pubblici ed intelligenze novecentesche, che da allora litiga con TIM e altri, spesso a riguardo delle rare zone appetibili in cui la banda ultralarga c’era già. Questo mentre in zone semicentrali del Paese (aree industriali, edifici pubblici, scuole) la connettività continuava ad essere deficitaria. È questa la politica delle reti che ci interessa? Infilarci dentro le complicate diatribe strategiche di società quotate che passeranno il tempo a farsi causa a vicenda paralizzando il Paese? Mentre questa battaglia senza vincitori andava in onda le scuole italiane rimanevano senza fibra, le aree produttive si affidavano a vetuste connessioni DSL, i cittadini – dal canto loro- continuavano a pensare che Internet sia qualcosa che si vede sul cellulare per 5 euro al mese.

Forse a questo punto sarebbe il caso di ridurre le nostre aspettative e immaginare una nuova strategia: per esempio cominciare stilando una lista di siti fondamentali che devono essere cablati in tempi brevi con l’aiuto dei soldi pubblici. Suonerà forse politicamente meno attraente ma forse non abbiamo altra maniera per iniziare a smuovere le cose.
L’Italia è piena di aree grigie che attendono connessioni decenti e di scuole che devono pagarsi con i propri soldi la connettività a 100 mbps garantiti per 50 classi, 10 laboratori e 5 uffici (questo prevede più o meno il Piano BUL scritto cinque anni fa e già ora scaduto e abbondantemente fallito come tutti i precedenti).

Poi sul resto potremo continuare a fare come prima: potremo vendere ai cittadini la retorica del “tutti connessi” o quella dell’accesso alla rete come bene comune disponibile gratuitamente per tutti: nel frattempo magari alcuni piccoli passi avanti li avremo fatti.

La discussione su “one network”, che si accenderà appena i rumors sugli annunciati prossimi mescolamenti societari fra Open Fiber e TIM, sul modello Open Reach (che comunque non si può fare in Italia perché Agcom non è Oftel) e su altre noiose questioni tecniche delle quali vi risparmio, raggiungerà le prime pagine dei giornali e sarà, temo, la storia di sempre: le parole di una politica che non sa alle prese con un’industria che non vuole.