Sbattere Donald Trump fuori da Twitter

La provocazione più intelligente delle ultime settimane sulle relazioni fra politica e social media viene da Conor Friendersdorf su The Atlantic. Secondo l’autore Twitter dovrebbe vietare l’utilizzo della piattaforma ai capi di governo. In un’ipotetica analisi dei pro e dei contro – sostiene il giornalista – la possibilità che un capo di stato abusi di Twitter, creando danni a moltissime persone, non è paragonabile ai piccoli benefici di cui l’umanità godrebbe continuando a seguirne i brevi messaggi.

È evidente che Donald Trump aleggia sullo sfondo. Tuttavia non si tratta di vagheggiare una norma ad personam, ipotesi che nel frattempo Twitter si è comunque già preoccupata di smentire, ma di un vecchio principio di ecologia degli ambienti digitali che ha molte ragioni per essere sostenuto.
Twitter basa la propria originalità sull’immediatezza e sul tempo reale. Sui temi più squisitamente politici consente a chiunque di esprimere punti di vista fulminei e superficiali. In ambito politico è insomma una vasta e planetaria piattaforma di conversazione (come si sarebbe detto una volta) molto prima che di comunicazione.

Twitter, dentro un comunicato deludente e pieno di luoghi comuni, sostiene che

“i leader mondiali eletti giocano un ruolo fondamentale nella conversazione per via del loro enorme impatto sulla nostra società. Bloccare un leader mondiale su Twitter o rimuovere qualche suo tweet controverso significherebbe nascondere informazioni importanti che i cittadini dovrebbero essere in grado di vedere e discutere”

Al contrario, secondo Friendersdorf, espellere i capi del mondo da Twitter non avrebbe granché a che fare con i temi della libera espressione del pensiero, visto che simili figure non soffrono di alcun deficit di visibilità mediatica, piuttosto li accompagnerebbe verso una nuova etica della comunicazione. Perché è la piattaforma, con le sue consuetudini ed i suoi linguaggi, che cambia l’essenza del messaggio. È Twitter che modifica la sostanza di quanto Trump dice. In altre parole sono l’interfaccia e il design che condizionano le parole molto di più di quanto non immaginiamo.

E se questo dominio del medium è accettabile, e da un certo punto di vista perfino culturalmente interessante, se applicato alle persone comuni, lo è molto meno o non lo è per nulla per i leader planetari. Nel caso di Trump la tesi di Friendersdorf è che le affermazioni irresponsabili che il Presidente degli Stati Uniti continua a postare su Twitter sarebbero state radicalmente differenti se trasposte su altri media e avrebbero causato molti meno danni. E questo è in fondo il punto.

Tornano in questa idea i rapporti di forza dentro gli ambienti digitali fra soggetti che raccolgono diversa attenzione e mostrano differente capacità di indirizzare l’agenda informativa. Le reti digitali, nate come piattaforme fra pari, mal si adattano ad armonizzare voci che hanno così differente “potere”. Al contrario di quanto si è creduto ingenuamente per molto tempo, in molti casi un simile squilibrio aumenta la polarizzazione e il rumore invece che ridurli. E se, come in questo caso, la piattaforma rifiuta di capire che è lei il problema e non Donald Trump e sceglie di non fare nulla in nome di una idea farisea e superficiale di libertà di espressione, rinuncia a comprendere il proprio ruolo dentro l’ecosistema digitale.

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