La commedia dei biscotti

Il cittadino al centro (commediola in tre atti)

Primo atto.

Qualche giorno fa ho acquistato un biglietto sul sito web di Trenitalia per un viaggio fra Forlì e Fidenza. Un biglietto elettronico insomma, ticketless come dicono quelli delle Ferrovie, in prima classe. Quando il giorno successivo sono andato in stazione su quel treno la prima classe non c’era. Quindi la prima notizia è che il sito web delle Ferrovie non sa come sono fatti i treni che partiranno il giorno dopo e questo forse talvolta può succedere. La seconda notizia è che purtroppo il sito delle Ferrovie non lo viene a sapere nemmeno il giorno successivo, quando il treno è stato effettivamente formato, perché se così fosse sarebbe per lui semplicissimo scrivermi una mail di scuse, rimborsarmi la quota eccedente del biglietto per via elettronica e rimanere amici come prima. Invece il sito web delle ferrovie non sa un accidente di quello che succede ai treni delle ferrovie, sono due oggetti differenti che fanno cose differenti. Quando ho fatto notare il problema al controllore sul treno ho anche scoperto che il mio biglietto ticketless non sarebbe stato rimborsabile nemmeno in biglietteria. Avessi avuto il cartaceo lui mi autorizzava di suo pugno il rimborso sul pezzo di carta ma essendo il mio biglietto sullo schermo del mio cellulare era impossibile autorizzarlo. Quindi il sito web di Trenitalia non sa cosa succede ai treni di Trenitalia e nemmeno la biglietteria della stazione sa se il treno Forlì-Fidenza aveva o non aveva vagoni di prima classe. Insomma in poche parole Trenitalia mi deve 20 euro che non rivedrò mai mentre la morale di tutta la storia è semplicissima: la tecnologia, quella bella e utile, è complicata da organizzare e non alla portata di tutti. Nei vasti buchi di senso di un simile percorso il cliente è quello che ci rimette, anche quando le mancanze grossolane e ben note sono interamente a carico di Trenitalia. Sipario.

Secondo atto

Sto partendo per un viaggio. Vado sul sito web del mio operatore telefonico e acquisto un pacchetto supplementare che mi consente di navigare e telefonare dall’estero. Pago con paypal e il sito web mi segnala che l’operazione non è andata a buon fine per un errore interno del server. Allo stesso tempo la mia banca mi avvisa dell’avvenuta transazione. Così sono costretto a chiamare il customer care dell’operatore, a digitare 1 e poi 2 e poi 3 e poi attenda per non perdere la priorità e poi musichetta orribile fino a quando un gentile essere umano mi risponde, controlla un paio di cose, mi dice di aspettare per vedere cosa succede e che al limite nei prossimi giorni potrò richiamarlo, magari contattare Paypal, fargli avere copia del pagamento ecc. ecc. che alla fine sarò sicuramente rimborsato. Il “loro” sito web che non va e il “mio” tempo: due monete che per la logica del mio operatore telefonico non hanno il giusto valore: detto in altre parole se il loro sito web mi crea un problema poi quel problema devo risolverlo io. Il cliente sempre al centro, del bersaglio.

Terzo atto

Il Garante della Privacy ingaggia una fiera lotta contro i marchettari del web. Decide insieme ai colleghi europei di dare una regolata ai sistemi di profilazione che imperversano da un decennio. È ora di finirla, il cittadino al centro, ora ci pensiamo noi, morte ai biscottini. Seguono applausi. Io sono di quelli che pensa che la profilazione in rete vada regolata ma sono anche uno di quelli che pensa che se Stefano Rodotà mi avessa dato un centesimo di euro in cambio di ognuna delle migliaia di inutilissime firme che la legge sulla privacy mi ha costretto a mettere negli ultimi anni io sarei un uomo ricco e d’altro canto che la mia privacy, senza quella legge, non sarebbe troppo differente da quella attuale. Il cittadino al centro, ma sempre nella sua essenza di portatore di splendidi diritti senza un corpo fisico, come se i principi sostentassero il mondo in maniera automatica. Forse un giurista può vivere di soli splendidi principi, chiuso dentro la sua biblioteca a scartabellare codici. Resta il fatto che un bilancio di realtà nelle bellissime leggi e nella Costituzione italiana spesso manca. La normativa sui cookies del garante della Privacy, al centro delle cronache in questi giorni, ragiona alla stessa maniera: recita poesie durante il bombardamento, poi però spedisce me a passeggiare sotto i bengala. Combatte i biscottini dei cattivi markettari del web ma obbliga me e tutti i milioni di italiani che hanno un semplice sito web e che gli unici biscotti che conoscono solo quelli che intingono nel latte, a preparare policy e banner per i lettori dei nostri siti, anche se quei siti non hanno mai avuto una sola pubblicità, e non hanno mai profilato nessuno. Anzi, per la verità, è anche peggio di così: la norma è talmente articolata complicata e borbonica che nemmeno i pochi che hanno voglia di approfondire ci capiscono qualcosa. Io, per esempio ci ho provato ma non ci sono riuscito. Il cittadino al centro, del bersaglio però. Sipario. Luci accese in sala e arrivederci.

P.s. E comunque signor Garante mi spiace ma io in questo caso mi chiamo fuori: ho un blog da tredici anni, non ho mai profilato nessuno, detesto da sempre buona parte del marketing web, credo – come lei – che i cookies vadano regolati, ma non aggiungerò le sue cazzabubole (quelle formulette in legalese che nessuno legge e che tutti accettano sempre e comunque) alle mia pagine web. Non sono io il bersaglio della sua pregiata battaglia, si rivolga ai profilatori e lasci in pace i cittadini: aggiunga qualche nuovo consulente tecnico alla sua pattuglia di esperti (magari sarebbe una buona idea sceglierli fra qualcuno che abiti sul pianeta terra e che ogni tanto navighi in rete) e si faccia spiegare che rompere le palle gratis ai cittadini incolpevoli è anche quello un principio che andrebbe stigmatizzato. Con una ammenda da qualche migliaia di euro o anche con una semplice pernacchia.