Coppe di ruote perdute

Lungo i bordi delle provinciali e delle statali si trovano un sacco di coppe.

Coppe di ruota, quegli affari che servono a coprire i cerchioni delle automobili e in qualche modo ad abbellirli.

Spesso percorro quelle strade in bicicletta. Faccio degli anelli, circuiti di allenamento da dieci, venti, venticinque chilometri. Ho il tempo e l’agio di guardare la sporcizia che si accumula oltre la corsia di emergenza, e anche di notare se in mezzo ci siano oggetti ancora integri, contarli, inventariarli, e nel corso del tempo verificare se al mio secondo, terzo, quinto passaggio siano ancora là.

Vedo guanti da giardiniere, scarpe da contadino, ciabatte da mare, compact disc, ombrelli, sedie pieghevoli in plastica e in legno, auricolari, portachiavi, ma il numero di esemplari più elevato è senz’altro quelle delle coppe.

Le coppe sono sempre ai margini: non ne ho mai vista una occupare il centro della carreggiata.

Che significa? Che nessuno le perde mai mentre sorpassa? Che le perdiamo sempre dal lato passeggero, quello che rasenta il muro o il guardrail? Come mai nessuno perde le coppe dal lato guida, vicino alla riga di mezzeria?

Una delle ipotesi che ho fatto è che sia il vento a sospingerle verso i bordi. Dopo tutto le coppe sono fatte di plastica leggera, e dalle mie parti spirano venti forti, venti-scopa, venti capaci di costringere gli oggetti smarriti sui lati, schiacciandoli contro i muri di confine o soffocandoli dentro alle canalette di scolo per le acque piovane.

Mi sono chiesto, nel caso in cui non fosse il vento, chi altri potrebbe essere?

C’è qualcuno che si prende la briga di fermarsi, scendere dalla macchina, rimuovere la coppa dal centro e andarla a posare sul ciglio? Possibile che in questa città, dove alla minima distrazione ti viene rubata qualsiasi cosa, le coppe delle ruote vengano riposte con cura al margine della strada? Toh, guarda, una coppa: mettiamogliela da parte, così se per caso il proprietario rifà il tragitto, la trova qua dove l’ha persa.

È inverosimile. Le coppe delle ruote devono muoversi di un moto proprio, possedere un’accelerazione centrifuga interna: un fenomeno fisico tale per cui, nel momento in cui si sganciano dalla ruota, cominciano a rotolare su loro stesse,  appiattendosi al suolo soltanto dopo avere raggiunto il bordo della strada.

Un po’ come capita quando una moneta ci sfugge di mano: prima di cadere fa sempre qualche giro. Poi di solito va finire dentro a un tombino, o, se sei in casa, sotto un mobile, o comunque in un punto da cui è difficile recuperarla, dove non riesci più a vederla: si è allontanata così tanto da dov’era caduta che quella zona, nelle tue ricerche, non l’hai nemmeno presa in considerazione.

Io perdo sempre la coppa anteriore destra.

L’ho ricomprata tre volte. Costa euro trentasette virgola ottanta se la compri originale e costa euro tredici se la compri non originale.

Non l’ho mai ricomprata originale. Forse è per questo che continuo a perderla.

La penultima volta, oltre a fissarla coi suoi normali incastri, mi ero procurato due fascette di plastica, di quelle da elettricista. Si stringono una volta per tutte, poi non c’è modo di sganciarle, se vuoi toglierle devi usare una forbice grossa, sempre da elettricista.

Assicurata così come l’avevo assicurata io, mi sembrava impossibile perderla di nuovo. Sarebbe potuta uscire dalla propria sede, certo, ma stavolta le fascette da elettricista le avrebbero impedito di staccarsi. Al limite sarebbe rimasta penzoloni, mi sarei accorto dal rumore che la stavo perdendo e l’avrei recuperata in tempo.

Invece niente, l’ho persa lo stesso.

Non sapevo dove né quando, perché nessuno sta a controllare sempre se ha tutt’e quattro le coppe delle ruote, e quando poi uno se ne accorge, non si sa mai se la si è appena persa o se è una cosa che è successa da chissà quanto e lo si sta notando solo in quel momento.

Allora, una di quelle volte che ero in bici lungo le provinciali e le statali, ho pensato di fare un percorso diverso, più lungo e più lento: il tour di tutte le strade, urbane ed extraurbane, che abitualmente faccio in macchina, pensando che forse tra le varie coppe sparse lungo i bordi, avrei potuto ritrovare la mia.

In totale, durante quel giro in bici, ne ho contate ventitré. Di simili alla mia ne ho viste sette, stessa marca della mia automobile, ma tutte di modello diverso.

Nessuno aveva avuto cura di riporla per me a bordo strada, oppure il vento si era dimostrato particolarmente furioso e l’aveva soffiata fin sulla spiaggia, e da lì in mare aperto.

Qualche giorno dopo sono uscito di nuovo in bici per provare una strada nuova, una di collina, piena di salite.

Il piano di allenamento prevedeva che per le prime settimane facessi soltanto metà percorso, per saggiare a che punto era la mia preparazione. Nel corso del mese, avrei aggiunto sempre qualche chilometro in più, fino a riuscire a completare tutta la parte in salita, scollinando poi dal versante opposto.

Dopo meno di tre settimane, in anticipo sul programma, sono riuscito nell’impresa di un’andata e un ritorno completi, salita e discesa, per un totale di oltre novanta chilometri, di cui almeno trentacinque in salita.

Durante gli allenamenti di quelle settimane, avevo smesso di fare caso alle coppe e anche agli altri oggetti che si trovano a bordo strada, la fatica era troppa e non riuscivo a concentrarmi su nient’altro.

Il punto in cui avrei scollinato, cambiando versante, era in una campagna a terrazzamenti, sul confine tra le province di Siracusa e Ragusa: una interpoderale mai fatta in vita mia, né in macchina né in bici.

Qualche metro prima di raggiungere l’apice della salita, ho visto una coppa che sembrava del modello giusto. Ero molto affaticato, la salita era stata dura, il cardiofrequenzimetro diceva che ero oltre la soglia raccomandata, perciò ho pensato che potevo sbagliarmi, e comunque non mi andava di fermarmi: se avessi smesso di pedalare poi sarebbe stato più difficile rimettersi in sella.

Pazienza, avrei ricomprato la coppa al negozio di autoricambi, altri tredici euro.

La quarta settimana di allenamenti ho completato lo stesso percorso della settimana prima, ma in meno tempo e con meno sforzo. Avevo acquisito una pedalata più rotonda, e in più, conoscendo i picchi di pendenza e i tratti pianeggianti, riuscivo a dosare le energie, risparmiandole per dove sarebbero servite.

Sempre qualche centinaio di metri prima di scollinare, ho rivisto la coppa, la stessa della settimana prima, sul bordo destro della carreggiata.

Ho pensato che stavolta potevo anche fermarmi a raccoglierla, portarla in garage e fissarla nuovamente alla ruota: non temevo più di non riuscire a rimettermi sui pedali, mi sentivo forte e appagato dalla mia prestazione, con ancora energie sufficienti per rientrare senza troppa fatica.

Così sono sceso dalla bici, ho sollevato la coppa da terra e l’ho avvicinata agli occhi: non solo era del modello giusto, ma c’erano due fascette da elettricista che pendevano dagli occhielli, e anche un adesivo con il prezzo, tredici euro, stampigliato accanto alla sigla del ricambista dove vado a ricomprarle.

Non ero mai passato in macchina da quella strada, ne ero certo. Cosa ci faceva la mia coppa là? Era davvero la mia coppa?

Mentre sfrecciavo in discesa, reggendo il manubrio con una mano e la coppa con l’altra, mi dicevo che no, non poteva esserlo, nessun vento avrebbe potuto sospingere una coppa in salita per così tanti chilometri, si trattava di una coincidenza e basta.

Il ritrovamento però aveva messo in moto l’immaginazione, e il tratto in discesa l’ho fatto baloccandomi con l’idea di avere scoperto un mio gemello, qualcuno che che mi somigliava, se non altro nello spirito. Un ragusano, forse.

Alla prossima uscita in bicicletta, mi ripromettevo scendendo, perlustrerò ogni cittadina di quella provincia, portando con me la coppa e girando per i parcheggi alla ricerca di un’automobile del mio stesso modello a cui manchi quella anteriore destra.

Se l’avessi trovata, sarebbe stato bello conoscere il proprietario, fare amicizia, complimentarmi con lui per la pensata delle fascette da elettricista, chiedergli se durante il valico di quella collina che divideva le nostre esistenze, quando anche lui aveva visto naufragare il parto del proprio ingegno, c’era rimasto male quanto c’ero rimasto male io.

Più mi avvicinavo alla pianura e più, per fortuna, mi convincevo che erano tutte fantasticherie: le automobili sono prodotte in serie, e chi ha risorse economiche simili finisce per comprare gli stessi modelli. L’idea di fissare la coppa alla ruota con delle fascette da elettricista, poi, è banale, chissà in quanti avranno adottato quella soluzione, oltretutto nemmeno efficace.

Dopo essermi trascinato la coppa per tutto il viaggio di ritorno, mi sono procurato altre due fascette da elettricista più grandi e più robuste, e l’ho di nuovo fissata al cerchione.

Sembra che stavolta stia funzionando: è sempre là, ogni tanto provo a smuoverla con la mano, come si fa coi denti da latte dei bambini, per vedere se per caso stia dando segni di cedimento, ma no, è ben piantata, le fascette la fanno aderire alla perfezione.

Ultimamente, alterno i percorsi in bicicletta per differenziare i tipi di allenamento: brevi e pianeggianti per provare la velocità, lunghi e in salita per fare fiato e gambe. I novanta chilometri di collina non mi spaventano più.

Ieri ero di nuovo in cima alla interpoderale, proprio sul punto in cui avevo rinvenuto la coppa, in anticipo di quasi tre minuti sul tempo stimato. Davanti a me, fermo a bordo strada, c’era un ciclista.

In piedi, accanto alla sua bici, guardava fisso per terra e spostava gli sterpi col piede, là dove erano troppo fitti, come se stesse frugando alla ricerca di qualcosa.

Ho temuto che stesse cercando la coppa della macchina, quella di cui mi ero indebitamente appropriato qualche settimana fa.

Man mano che mi avvicinavo a lui, notavo che di spalle era tale e quale a me.

Quando gli sono sfilato accanto pedalando, ho avuto paura che se si fosse girato mi sarei ritrovato davanti a uno specchio.

È impossibile, ho pensato, e per provarlo a me stesso mi sono accostato alle sue orecchie e gli ho chiesto se per caso avesse perso qualcosa.

Lui ha fatto un salto, non si era accorto di nulla, non mi aveva sentito arrivate.

Sto pisciando, mi ha risposto in tono minaccioso, che vuoi?

Ho temuto che lo spavento lo stesse rendendo aggressivo, e che volesse passare addirittura alle mani, così sono sceso come un proiettile per l’altro versante della collina, voltandomi di continuo per sincerarmi che non mi stesse inseguendo.

In garage, dopo aver riposto la bici, ho controllato le coppe della macchina.

Ho cominciato l’ispezione da quelle posteriori, ed erano tutt’e due là, al loro posto. Poi sono passato all’anteriore sinistra, anche lei in ordine.

Nell’avvicinarmi all’anteriore destra, sono inciampato su di me.

Ero lì, sul pavimento del garage, proprio accanto alla ruota, e stavo applicando la coppa sul cerchione, stringendola con due fascette da elettricista ancora più grandi e ancora più robuste.

Mi sono toccato la spalla e mi sono invitato ad alzarmi da terra, dicendomi che allora ero io lassù in collina, e non stavo facendo pipì, stavo di nuovo cercando la coppa, e a quanto pare dovevo averla trovata.

Sono stato contento di vedermi lì, accovacciato per terra in garage. Mi guardavo tenere le fascette da elettricista tra i denti, così da avere le mani libere e poter spingere la coppa con forza dentro il suo alloggiamento, e mi è venuta voglia di abbracciarmi.

All’inizio sono stato titubante a ricambiare l’abbraccio: ero concentrato sull’operazione e mi scocciava interromperla. Però il sudore della salita mi si era gelato addosso durante la discesa, e adesso era piacevole sentirmi avvolgere dal calore del mio corpo.

Fissare bene la coppa, dopo tutto, non ha molta importanza, mi sono detto. Tanto si finisce per perderla comunque, e alla fine con tredici euro si può sempre ricomprarla. Il gusto è andare a cercarla in salita.