Gli strumenti musicali di Prina, il cavo, e il prosciutto

A 15 anni io e altri miei compagni di liceo decidemmo che era giunto il momento che anche l’Italia avesse i suoi Oasis. Ci chiamavamo Overhead. In assonanza con i Radiohead. Ci piacevano anche i Radiohead, in realtà. Ed era più facile trovare assonanze con loro che con la parola “oasis”. A meno di non chiamarsi Diesis. Ma era decisamente troppo creepy.

All’inizio suonavamo nel corrodio della cantina condominiale di Tito. Il batterista. Mettevamo un fiammifero incastrato nell’interruttore per evitare che la luce si spegnesse ogni 5 minuti. Poi all’avvicinarsi del concerto della scuola, ci siamo imborghesiti. Sala prove RAM, in Paolo Sarpi. Quartiere cinese.

C’era un problema però: Io ero il primo chitarrista del gruppo.
E non avevo la chitarra.
O meglio, avevo una chitarra classica da 70.000 lire. Appena accettabile per suonare in cantina.
Inutilizzabile in una sala prove.

In classe mia c’era Elisa. Sua mamma era la proprietaria di Prina. IL negozio di strumenti musicali di Milano. Intercede per me. Mi presento al negozio. Inizia a farmi vedere le Fender. Poi le Gibson. Poi le buone imitazioni delle Fender. Poi le cattive imitazioni. Mi guarda pensierosa. Capisce il problema.
Si arriva all’ultima della lista. Una chitarra usata bianca e nera. In contovendita. Costerebbe 180.000 lire. Ma essendo compagno della figlia può darmela a 150.000. Senza guadagno.

Convinco papà. La compro.

Ovviamente non avevo un amplificatore. Quindi la attaccavo allo stereo di casa con degli accrocchi di cavi. Per riuscire a fare funzionare il tutto c’entrava anche una fetta di prosciutto. Ma ve lo racconto dopo.

Insomma: gli Overhead avevano finalmente un chitarrista con una chitarra. Mancava il bassista. Il primo concerto lo abbiamo fatto senza bassista. Poi abbiamo regalato un basso a Nina, una nostra amica pianista per il suo compleanno.
Sottotesto: impara a usarlo e unisciti a noi. Lo ha fatto. Dove abbiamo comprato il basso? Da Prina ovviamente.
Ah: facevamo abbastanza schifo. Ogni membro del gruppo cantava qualche canzone. Ci sembrava molto Beatles. Ma forse era molto Pooh.

Una volta ho scritto anche una mail a Mario Luzzato Fegiz. OGGETTO: Blur all’italiana. (ogni tanto cambiavamo reference, eravamo un po’ confusi)
Gli chiedevo consigli su come riuscire a farci notare. Lui mi rispose in modo dolcemente paternalista: l’importante è però che cerchiate di andare bene a scuola. E io, permaloso già allora gli rispondo: “guardi che abbiamo la media dell’8”. A posteriori comunque: grazie.
Ho scritto anche una mail a Cecchetto. Una cosa come: “immenso Claudio (sic), siamo un gruppo di ragazzi di Milano che fanno musica britpop, abbiamo alcuni brani davvero molto orecchiabili e commerciali, ti possiamo mandare qualcosa?”
A differenza di Fegiz, lui non mi ha mai risposto. E non lo biasimo.

Non c’erano i computer di oggi. Non c’erano i masterizzatori Cd. Le demo le registravamo con un registratore a cassetta messo al centro della sala prove.
Una volta siamo andati alla casa al lago di Giacomo per provare due giorni. Avremmo suonato 2 ore. Perché lui aveva un campo da calcetto in giardino. E sai com’è.
Mi ricordo alle tre di notte, io e Giuliano a bordo piscina. Ad ascoltare Universal dei Blur. E a chiederci se dovevamo cantare in inglese o in italiano.
Come i Beatles, come i Pooh. Ci siamo sciolti anche noi. Per il bene della cantina di Tito e delle orecchie dei nostri genitori.

Sono passati 18 anni. E oggi Prina, Il negozio di strumenti musicali della mamma della mia compagna, annuncia la chiusura. La mia compagna fa la designer. Un settore in cui rapporto tra valore della materia prima e margine è decisamente più interessante. Sua madre è stanca e anche il rock nel frattempo non se la passa tanto bene. Certo non ci sono solo le chitarre elettriche. Ma la gente viene dentro, chiede consigli, prova l’ukulele, poi se lo va a comprare su Amazon. È il mercato bellezza. È successo anche alle macchine da scrivere. Ecc. E le mie serie sono orgogliosamente disponibili su Amazon Prime Video.

Penso a me e a quelle decine di migliaia di milanesi che da Prina hanno comprato le loro prime chitarre, i loro pianoforti. I loro pifferi di plastica che che si suonano alle medie e che si riempivano di saliva. Penso che forse Prina era l’unico negozio storico rimasto a San Lorenzo. E ricattato dal ricordo, in un sabato mattina nella mia casa di Roma, mi chiedo ingenuamente se posti come questi andrebbero considerati alla stregua di altri luoghi di memoria più canonici. Spendiamo soldi pubblici per conservare pezzi di muro vecchi 2400 anni e per scrostare il muschio dai busti di eroi risorgimentali. E allora mi chiedo se si possa allargare in modo laico il criterio attraverso cui decidiamo di conservare certi spazi e certi beni immateriali. E fare con loro quello che già facciamo (sempre meno, d’accordo) con i teatri, con il cinema, il balletto l’arte in generale, permettendogli cioè di esistere nonostante non siano sostenibile con criteri di mercato.
Magari avviene già e io non lo so. Nel caso, dimenticatevi tutto e concentratevi sulla piccola storia de:

IL CAVO E IL PROSCIUTTO

La chitarra elettrica si attacca all’amplificatore con di tipo Jack. Per capirsi: una volta ridotto con aggeggio, diventa uguale allo spinotto delle cuffie. Gli ingressi del mio stereo erano invece di tipo RCA. Pur essendo un supporto diverso Il (mini)jack riusciva ad entrare in uno dei buchi RCA. Bisognava spingere un po’ ma ci entrava.
Lo stereo amplificava persino la chitarra.
Ma: di sottofondo si sentiva una ronza micidiale.
La cosa strana era che se io toccavo con il dito la parte metallica che precedeva il foro RCA, il ronzio spariva.
Ho pensato: se funziona con il dito umano funzionerà anche con un altro tipo di carne.
Apro il frigo. C’era una busta di prosciutto crudo. L’ho aperta, ho preso una fetta e e l’ho avvolta intorno alla parte metallica del foro.
Ragazzi: funzionava.
Poi un giorno scopro che esiste un adattatore Jack RCA. Costava meno del prosciutto e il gatto non andava a mangiarlo.

È così che inizia il conformismo.

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