Le cose in cui crediamo

Alessandro Di Battista, in un post su Facebook, si rivolge agli elettori del PD. Tutte le malefatte del PD dovrebbero indignarvi, dice, e invece state qui ad accusare il M5S. “Vi prego, aprite gli occhi”, si accalora, “dovreste sentirvi feriti più di tutti proprio voi che avete creduto in questo partito e invece, evidentemente per non ammettere a voi stessi un fallimento, ve la prendete con il M5S”.

Insomma, l’elettore democratico per l’onorevole Di Battista sarebbe un mix tra un tifoso attaccato ai colori della squadra sulla base di un legame di puro tifo calcistico e un pre-adolescente capriccioso e frustrato impuntatosi su una questione di principio. Insomma, fedele alla linea politica di Rokko Smitherson regista de paura, per il nostro Dibba “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori!”.

Al nostro eroe dei due mondi scappa però un minuscolo dettaglio. Che gli elettori democratici, quando se la prendono con i partiti – a partire dal proprio, e diamo loro ogni occasione per poter esercitarsi – lo fanno sempre sulla base di un ragionamento politico, non per dispetto. Se c’è una cosa che non manca a chi vota a sinistra, mi verrebbe da dire al deputato pentastellato, certamente non è la capacità di critica e di discernimento. E l’onorevole di Battista, anche se l’analisi non pare essere il suo forte, avrebbe sicuramente potuto fare uno sforzo in più per capire cosa all’elettore democratico non piace del M5S. L’elettore del PD non ha nessun bisogno di aprire gli occhi, come il buon Dibba implora, perché gli occhi ce li ha apertissimi. E se quando guarda il PD può anche arrabbiarsi, avvilirsi o disperarsi, quando guarda il M5S, quello che vede non gli piace per niente.

L’elettore democratico può trovarsi posizionato su una gamma di opinioni ampia, come dimostra il vivacissimo dibattito al nostro interno. Ma ci sono anche alcuni punti che costituiscono la nostra identità, il nostro minimo comune denominatore, e che sono per definizione antitetici alla cultura e al modo di fare politica in Casa Grillo-Casaleggio. Visto che il buon Dibba non ce l’ha fatta, provo a dargli io almeno 7 ragioni per cui, per quanto difficile sia votare PD, il nostro elettore il M5S non lo voterà mai. Ma non per partito preso, Alessandro. A ragion veduta.

Il rispetto per le istituzioni repubblicane. Nessuno degli eletti del PD in nessuna assemblea elettiva in Italia, dal municipio di una grande città al Parlamento europeo, potrebbe mai dire – come hai fatto tu – che di questi tempi non ha più senso parlare di fascismo o antifascismo, per esempio. Né alcuno di noi si sognerebbe mai di assaltare fisicamente i banchi del governo, o di issare una bandiera del nostro partito sul tetto del Parlamento. O di vilipendere il Presidente della Repubblica. O di violare sprezzantemente ogni regolamento sul comportamento nelle aule parlamentari. O di impedire fisicamente il lavoro nelle commissioni con la forza fisica. O di venire in aula solo per parlare e non per ascoltare, come avete fatto durante il dibattito sulla fiducia al nuovo governo. Sprezzo per l’aula costante. Sprezzo per le istituzioni, pure. L’incapacità di combattere l’avversario sul campo senza distruggere il campo di gioco e malmenare l’arbitro, ottenendo l’effetto non di vincere la partita, ma di cancellare l’intero torneo. Peccato che il torneo sia la Repubblica italiana, quella nata dalla guerra di resistenza al fascismo. Ma di fascismo e antifascismo non ha più senso parlare, giusto? Evidentemente tutto si tiene. Ecco, queste sono cose che i nostri elettori vedono benissimo.

Il rispetto per la democrazia. A Di Battista sfugge che la differenza tra il PD e M5S è che se il primo delle volte pare in preda all’anarchia, il secondo è governato con il pugno di ferro, senza regole né garanzie. Il dissenso interno è sanzionato con espulsioni immediate. I candidati ai Consigli comunali dove si rischia di vincere sono assoggettati a penali multimilionarie in caso di deviazione dalle indicazioni ricevute dall’alto. Le cariche di partito sono assegnate dal vertice senza nessun coinvolgimento democratico: il direttorio dei 5 “big” e il nuovo “tribunalino” composto di tre membri sono stati votati sul blog tra una lista, rispettivamente, di cinque candidati per cinque posti e di tre candidati per tre posti. Con che faccia vi lamentiate poi delle liste bloccate, davvero Dio solo lo sa. Il vostro modo di trattare le opposizioni interne fa accapponare la pelle al pensiero di come trattereste le opposizioni in parlamento, una volta arrivati al governo. Dite di rappresentare “(tutti) i cittadini” con un atteggiamento da partito unico: se li rappresentate tutti voi, a cosa serviranno e chi rappresenteranno mai queste opposizioni? Del resto Grillo lo aveva detto: noi vogliamo il 100% dei voti. I nostri elettori, queste cose, le vedono e se le ricordano.

Il rispetto per la libertà. A Di Battista sfugge che il Partito Democratico appartiene ai suoi elettori e ai suoi militanti, e sia gli uni che gli altri lo sanno benissimo. Non è il tifo per una squadra di calcio, caro Dibba. E’ il senso di appartenenza a una casa in cui si abita. Da noi non c’è un proprietario. Il nostro Statuto lo abbiamo scritto in 100, rappresentativi di quasi 3000 (all’epoca) componenti l’Assemblea Nazionale, eletta da 3 milioni di persone. Il nostro è un partito contendibile. Nessuno di noi deve rispondere a un’azienda privata. Né a al commercialista o al nipote di un privato cittadino. Nessuno di noi è tenuto a pubblicare le proprie idee in esclusiva su un blog di un’azienda per generare traffico e profitti per la medesima. Nessuno di noi deve firmare contratti e pagare penali. Noi siamo donne e uomini liberi, voi no. I nostri elettori, questo, lo sanno.

Il rispetto per le idee. L’onestà è un pre-requisito, ma da sola non basta. E soprattutto, quando non si ha altro da offrire, diventa poi l’unico minimo comune denominatore e dunque diviene un requisito generale e inderogabile: perché se manca quella, non resta più nulla. Per questo le indagini che hanno colpito il M5S sono devastanti e sono politicamente molto più gravi di quelle che possano mai colpire un iscritto al PD: perché noi sappiamo di essere una comunità larga, e sappiamo che dobbiamo vigilare sui comportamenti dell’intera comunità. Ma non pensiamo di essere tutti puri, gli unici e soli puri né intendiamo purificare il prossimo. Non chiediamo di essere eletti solo perché siamo onesti. Chiediamo di essere eletti perché (siamo onesti e) abbiamo delle cose da dire sul destino del Paese. Se uno dei nostri commette un reato, tradendo se stesso e noi tutti, restano comunque le idee e le cose da dire e fare che tutti gli altri componenti della comunità hanno da portare avanti. Se invece uno dei vostri deputati, uno dei Santi Inquisitori dell’emiciclo di Montecitorio sempre in piedi col dito puntato, si scopre essere sospettato di aver falsificato le firme sotto le liste a Palermo, siete distrutti tutti. Perché venuta meno l’onestà viene meno l’unico vostro punto di consistenza, lo stesso patto costitutivo che vi tiene insieme, quello che pretendete sia il vostro DNA. Se a tenervi in un partito non c’è un programma, non c’è una visione, non c’è un’idea, ma solo la parola onestà, se viene meno questa non resta proprio nulla. Questo i nostri elettori lo vedono.

Il rispetto per la competenza. Avete mitizzato la figura del “cittadino”: “Non siamo deputati, siamo cittadini, siamo portavoce”. In linea di principio, sono d’accordo anche io. Qualsiasi cittadino dovrebbe poter entrare in Parlamento: indipendentemente dalla classe sociale, dal ceto, dalla professione, dalla condizione personale. Ma una volta che si entra in parlamento, una volta che si è deciso di assumere una tale responsabilità, da qualsiasi background si arrivi, si deve diventare dei parlamentari. Studiare, approfondire, comprendere. Essere all’altezza della situazione. Nel gruppo del PD c’è di tutto: dall’operaio al cattedratico. Ma una volta eletti, non si è più cittadini: si è tutti parlamentari. “Onorevoli” non per essere onorati, ma come memento del dover meritare quel titolo comportandosi, come dice l’articolo 54 della Costituzione, “con disciplina e onore”. Gli incapaci ci sono in ogni comunità umana, ma questa non può essere una scusa per elevare l’incapacità a metodo, abbassando la competenza a pura casualità. Avete rivendicato la mediocrità come uno status di cui andar fieri. Fate le pulci alle lauree degli altri, e avete scelto un potenziale leader che non ha nessuna laurea (il che sarebbe del tutto normale e legittimo), ma che ha passato la sua giovinezza e la sua prima età adulta a non far nulla: nessuna esperienza lavorativa, nessuno studio: un NEET a gestire uno dei paesi del G7. Certo: avvicinare le istituzioni ai cittadini non è solo legittimo, è doveroso. Credo però che uno dei doveri di chi riveste responsabilità pubbliche sia quello di provare a colmare questo gap sostenendo il progresso della cittadinanza e non abbassando il livello delle classi dirigenti. E non faccio fatica a credere che questo pensiero sia condiviso dalla totalità dei nostri elettori. Siamo gente di sinistra, ce l’abbiamo nel DNA: i nostri nonni e i nostri padri hanno fatto i sacrifici per farci studiare e farci stare meglio di come stavano loro. E così hanno fatto crescere il nostro Paese, tutto intero.

Il rispetto per i dati di fatto. L’uso che fate della rete è insopportabile. Christiane Amanpour della CNN ha dovuto ripetere più volte a Di Maio (anzi, all’interprete) che le inchieste sull’uso scientifico della rete per fini di disinformazione, quelle inchieste che pesano come un macigno sui padroni del vostro Movimento, non sono accettabili per un partito che intende governare un Paese come l’Italia. Il video di Virginia Raggi che annuncia nel pieno della notte (sempre nel pieno della notte comunica, questa benedetta donna) le dimissioni della Muraro pare girato dalla Spectre. E non parliamo degli attacchi organizzati via internet, e del livello a cui avete portato il dibattito pubblico in questo Paese. E sul piano politico? Siamo passati da Di Maio che voleva abolire la presunzione di innocenza per i politici (degli altri partiti) al “dobbiamo vedere le carte” per i vostri inquisiti. Dall’Italicum che era l’anticamera delle dittatura al disegno di legge per introdurre l’Italicum al Senato. Dal voto annunciato sulle unioni civili al tentativo conclamato di affossare la legge. Non avete una linea, perché una linea politica discende da una visione, da dei valori. E voi questi valori non li avete. Noi, con tutti i nostri difetti, con tutte le nostre magagne sì, ce li abbiamo. E questo i nostri elettori lo sanno.

Il rispetto per le persone. Vedere l’aggressione a Walter Rizzetto, inseguito per strada. O le vere e proprie persecuzioni subite da Giovanni Favia e da Federica Salsi, i primi espulsi. Il trattamento riservato a Federico Pizzarotti. Questo per gli amici. Sui nemici, mi limito a rimandarvi al post di Paola Taverna, candidata – pare – a un dicastero di prestigio nell’esecutivo Di Maio, sul Governo Gentiloni e su Maria Elena Boschi. Parliamoci chiaro: se oggi si improvvisano tribunali del popolo nei paraggi di Montecitorio lo si deva anche a questo vostro modo di fare. Tutto questo i nostri elettori non lo apprezzano.

“D’accordo non vi piacciamo, non dobbiamo mica piacervi per forza, ma ci stiamo impegnando in quel che crediamo. E voi vi state ancora impegnando in quel che credete? E soprattutto, ciò in cui credete oggi è quello in cui credevate qualche anno fa?” Si chiede e ci chiede il deputato grillino.

La risposta è sì: il rispetto per le istituzioni repubblicane, per la democrazia, per la libertà, per le idee, per la competenza, per i dati di fatto e, sicuramente non ultimo, il rispetto per le persone, sono le cose in cui crediamo. Ci crediamo ancora, collega Di Battista. E ci crediamo da sempre. E voi, a cosa credete, precisamente?