Found Photos in Detroit, il libro

di Arianna Arcara e Luca Santese

Found Photos in Detroit è, prima di ogni cosa, un archivio. Il suo ampio formato è dovuto alla scelta necessaria di mantenere nel libro il formato originale di gran parte dei documenti ritrovati.
La nostra presenza come autori si rivela nel velarsi.
La scelta di questa forma di archivio, come quella di non inserire il nostro nome in copertina e il didascalico testo introduttivo, non sono che piccoli segnali della impersonalità con cui il progetto si presenta, almeno in apparenza.

Pur ammettendo, non senza il beneficio del dubbio, che chicchessia possa definirsi autore di qualcosa, per quando riguarda FPID il problema dell’«autorialità» si ripresenta esponenzialmente perché i documenti che compongono il libro sono del tutto indipendenti dalla nostra esistenza e volontà.
Alla loro semplice esistenza noi abbiamo senza dubbio aggiunto la conservazione e la diffusione.

Queste immagini erano esposte da tempo ai deterioranti agenti atmosferici. La zona dove la maggior parte delle foto sono state rinvenute è stata completamente distrutta e recentemente ricostruita.
È evidente che il destino di questi documenti ha subito, incontrandoci, una decisa inversione.

Ci chiediamo spesso, scherzando e considerando queste immagini come esseri viventi, se esse avessero preferito scomparire al posto di essere conservate, musealizzate, mummificate.
Non che noi abbiamo trattato questi documenti con alcun metodo di conservazione, ma il solo fatto di dare loro un tetto e non un letto ne ha prolungato, loro malgrado, la loro esistenza.
Infatti, in realtà, gran parte del materiale trovato si trovava già da tempo adagiato sul letto di morte.

Dei circa 1500 documenti rinvenuti, molti sono immagini irriconoscibili e la maggior parte di essi sono completamente bianchi, illeggibili, indecifrabili. Ci si potrebbe quasi sentire in colpa nell’averli tolti alla pacifica e certa decomposizione.
Al contempo i documenti leggibili e meglio conservati hanno subìto doppia beffa: non solo sono stati conservati, ma addirittura mostrati, diffusi.

Ironia a parte, siamo certi che la scelta di avere avuto cura di questo materiale abbia il pregio di avere conservato una testimonianza fondamentale del passato della città di Detroit e dei suoi abitanti.

La nostra sparizione come autori è tuttavia solo apparente e riguarda i livelli di superficie del nostro libro. Ciò è confermato dalla critica che Martin Parr e Gerry Badger nel loro Photobook: History Volume III, secondo i quali FPID riguarda, più che Detroit, i ricordi perduti e l’intensa ed eterna melanconia del mezzo fotografico e mostra quindi come il nostro tentativo di scomparire sia poi la forza della nostra presenza del libro.
Come fotografi, oltre che come esseri umani, l’emozione nel vedere la prima volta queste immagini e nel riconoscerne istantaneamente una potenza intrinseca ci ha portato a ordinarle con criteri che trascendono la semplice archiviazione.
Di tutto il materiale ritrovato sono state inseriti nel libro solo 167 fotografie. “Ogni determinazione è una negazione”, diceva il vecchio Spinoza e infatti il nostro determinare il libro, il crearlo, è stato un atto di sottrazione, di toglimento.

Questo scelta è legata innanzitutto alla volontà di ricomporre le sequenze in cui le immagini erano state concepite in origine nel loro ordine di scatto, come secondo la procedura della polizia scientifica.
Ma dove questo non era possibile e nell’affiancare questi gruppi di sequenze abbiamo voluto inserire quello che era stata la nostra esperienza emozionale del contatto con questi documenti e con ciò che essi hanno immediatamente evocato.
Un sentimento, oserei dire mistico e di affetto, ci lega a queste fotografie. La semplicità e la purezza con le quali i fotografi le hanno realizzate spesso trascende e supera anche ottimi artisti che utilizzano la fotografia con scopi che vanno oltre la mera documentazione.
In particolare, nella sequenza dei bambini che mostrano i segni degli abusi e negli ingrandimenti che costituiscono la conclusione del volume, si riconosce un’altissima fotografia che appare liberata dalle strutture attraverso le quali l’artista si forma e sulle quali basa la propria opera. Tutto ciò è qui trasceso, superato nella manifestazione di una forza evocativa che cancella ogni struttura e si limita nella sua estrema sintesi alla sensazione che queste immagini trasmettono.
Il rinvenimento delle foto e dei documenti ci ha fatto immediatamente sentire responsabili verso di essi, ma al contempo ciò è stato per noi un dono, come se avessimo trovato un testo sacro della fotografia che ne conservava i segreti.
Ci siamo così imposti una rigorosa indisciplina: rigorosa nell’archiviare e nel conservare il reperto, indisciplinata nel seguire la nostra sensazione.

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