La mia prima lezione

Devo dire la verità: me lo immaginavo un po’ diverso il mio ritorno in Italia. Dopo dodici-tredici anni all’estero, nei posti più vari (e più belli, devo dire: Parigi, Vienna, Monaco, Strasburgo…), per esigenze varie e per varie opportunità, a un certo punto mi si apre la possibilità di tornare in Italia, in un’università tra le più serie e dinamiche del nostro paese e non solo, e in una città di meraviglie, Venezia. Dopo anni ad insegnare in inglese o in francese, a studenti e studentesse di grande valore, certamente, ma per me pur sempre distanti, almeno a un livello iniziale, con formazione diversa dalla nostra, con aspettative e attese differenti, posso finalmente dirmi: che bello poter tornare a fare lezione in italiano!

Tutto bene, tutto perfetto, ma il mio primo corso italiano è previsto per l’inverno 2020. Faccio solo in tempo a prendere contatto con la nuova università che scoppia la pandemia. Tutto passa on line e le prime settimane sono davvero, dal punto di vista dell’insegnamento, drammatiche (certo, sono drammatiche in senso assoluto): non sappiamo bene che strumenti usare e come. Ci viene chiesto di provare con i pdf commentati a voce, da caricare su una piattaforma di cui eravamo già dotati – e questo ci permette di tenere in piedi i corsi nell’immediatezza repentina dell’emergenza -, poi rapidamente si passa alle lezioni in diretta a distanza, che rimangono però disponibili in registrazione, si cambiano vari strumenti informatici e ogni volta bisognava capire un po’ come fare. Mentre c’era chi dava dei fascisti ai docenti e alle docenti che non si rifiutavano di fare lezione a distanza e che secondo qualcuno stavano addirittura distruggendo una forma di socialità, una forma di vita, un patrimonio secolare, nelle università ci si interrogava continuamente (a distanza) con riunioni, comitati, consultazioni, su come migliorare la qualità delle lezioni, su come non far perdere l’anno, su come prendersi cura della formazione di iscritti e iscritte e anche della loro salute psicologica. L’anno accademico successivo siamo di nuovo pronti e pronte, ma a fare lezione in modalità “duale”, cioè docenti in presenza con un numero di studenti e studentesse in aula ridotto per garantire la sicurezza di tutti (aule semivuote, prenotazioni con app, distanziamento, etc.) e gli altri in collegamento diretto da casa (ma con lezioni registrate disponibili). Però niente da fare: dobbiamo di nuovo fare tutto a distanza, perché muoiono 900 persone al giorno di Covid e non è il caso di scherzare.

Insomma, certo facevo lezione (oltre a tutto il resto: ricerca, pubblicazioni, amministrazione, perché le università non si sono mai fermate), ma non era proprio come me l’ero immaginato, questo ritorno.

Da questo semestre siamo però finalmente in presenza, a parlare, a discutere, a condividere e ho potuto finalmente fare quella che si può considerare la prima normale lezione. Ca’ Foscari, peraltro, ha da qualche anno nel suo canale YouTube una serie di video che si chiama “La prima lezione di…”. Si tratta di prime lezioni di corsi tra i più diversi che vengono registrate e offerte a un pubblico ampio, per far vedere che cosa si fa in aula e per stabilire un legame più caldo e intelligente con una comunità più ampia, che poi è un modo ulteriore di costruire socialità e condividere passioni. Qualche settimana fa, mi è stato chiesto il permesso di registrare la mia lezione iniziale di quest’anno e per me è stato come un regalo, perché in fondo quella era davvero la mia prima lezione in Italia e il mio ritorno finalmente comincia davvero (peraltro è una prima lezione in termini assoluti perché è la lezione inaugurale di un corso che abbiamo aperto quest’anno, Storia delle dottrine politiche). Mi sembra allora una bella idea condividere questa lezione anche con chi mi segue da tanto tempo su questo blog – non perché la lezione in se sia chissà che cosa (uno fa quello che può e che riesce) -, ma perché è comunque il segno di un nuovo inizio nella normalità (e anche perché Machiavelli, oggetto della lezione, è sempre qualcosa di emozionante e importante, anche al netto dei limiti di chi lo racconta).