La classe disagiata

Per parecchio tempo ho pensato che il senso di disagio fosse la caratteristica della mia generazione, per poi scoprire che tutte le generazioni di giovani ancora immaturi ne sono state affette. Ma si tratta di disagi dalle forme ed espressioni sempre diverse.

Tra i libri della mia eclettica formazione, mi capitò anche di leggere La teoria della classe agiata (1899) dell’economista e sociologo statunitense, figlio di norvegesi, Thorstein Veblen (1857-1927). Al di là di alcune superficiali e positivistiche semplificazioni, come l’idea di una contrapposizione tra la “vera cultura” (pratica e sobria, di una classe industriale tecnologica) e una “cultura farlocca” (come quella umanistica, espressione di una parassitaria e oziosa classe agiata), trovai interessante la teoria che la proprietà privata non risponde solo a necessità di sussistenza, ma va interpretata come un segno di distinzione e di prestigio sociale che si aggiunge alle qualità personali: la ricchezza non viene quindi soltanto accumulata, ma ostentata in società attraverso l’esibizione di beni costosi. Ciò ha delle conseguenze anche nel campo dell’estetica (molto evidenti oggi, ad esempio nel mondo dell’arte), perché il valore estetico di un oggetto è diventato legato strettamente al suo costo economico.

La teoria della classe agiata mi parve comunque un libro poco utile a rispondere alle domande che confusamente mi ponevo sulla mia condizione di giovane che iniziava a dedicarsi al lavoro intellettuale e stava per essere impiegato nella cosiddetta industria culturale. Fui molto più colpito e influenzato da un altro libro, guardato con molto sospetto da parecchi intellettuali italiani (forse anche per il suo stile filosofico assai poco accademico e ricco di suggestioni letterarie): Dialettica dell’illuminismo (1947) di Max Horheimer e Theodor W. Adorno. Un libro che continuo a rileggere e trovare sorprendente per l’intelligenza delle sue analisi, e molto mi è servito quando scrissi Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi 2004; 2014).

A queste due libri deve qualcosa Raffaele Alberto Ventura, autore del volume, appena pubblicato e già molto discusso (e questo è un buon segno!): Teoria della classe disagiata (minimum fax, pagg. 262, euro 16,00).
Ho ammirato anzitutto la baldanza giovanile con la quale Ventura, citando Anton Čechov, si presenta nella Premessa: “Io, per dir la verità, non sono un professore e sono estraneo alla carriera accademica (…). Chiedo comprensione agli specialisti – di sociologia, di economia, di storia, di critica letteraria, di filosofia – che vorranno rimproverarmi l’invasione del loro territorio protetto: le risposte alle mie domande nei loro libri non le ho trovate, e ho dovuto andarle a cercate da solo”.

Teoria della classe disagiata viene definito da Ventura “il lamento di tutta una generazione”. In effetti, nelle pagine del libro, scritto molto bene, di lamento ce n’è parecchio. Un lamento amaro con parecchi inserti autobiografici (p. 11: “in fondo è anche di me che parla questo libro”). Raccontare la propria esperienza serve a mostrare meglio la realtà confusa e difficile dell’attuale “generazione disagiata” (tra i 25 e i 40 anni). Anche per questo motivo, il metodo di indagine e racconto usato è quello di “leggere l’economia come se fosse letteratura e la letteratura come se fosse economia”.

In sei capitoli (chiamati, come se si trattasse di una partitura musicale, “movimenti”), Ventura articola in modo suggestivo la sua teoria-storia-autobiografia generazionale:

– definizione della “classe disagiata”;
– descrizione del lento collasso dell’economia del dopoguerra, risalendo fino alle intuizioni di Ibn Khaldum: la sua Introduzione (Muqadddima), del 1377, è considerata la prima interpretazione della storia come un susseguirsi abbastanza regolare di cicli di nascita-sviluppo-decadenza;
– racconto della crisi attuale come una “commedia del debito” che culmina nel “trionfo di un sistema economico che ha eletto il consumo improduttivo come suo principale dispositivo di regolazione”;
– storia dell’industria culturale che culmina nell’apparizione della figura del prosumer: “consumatore mascherato da produttore, profeta di un mondo sognato in cui tutti potremmo realizzare le nostre aspirazioni galleggiando su una nuvola di ricchezza autogenerata”;
– smascheramento di un modello sociale che “col pretesto di distribuire a ognuno pari opportunità, finisce per condannare gli individui a una competizione fratricida nella quale vengono bruciate ingenti risorse”;
– elenco delle conseguenze sociali, politiche e demografiche della crisi di questo modello nel momento in cui il conflitto tragico tra realtà e aspettative produce “il veleno del risentimento”.

Gli appartenenti all’attuale “classe disagiata” sono persone alle quali è stato promesso molto e poco viene dato. Sono stati indotti a studiare parecchio e a lungo con la prospettiva di una futura collocazione sociale ed economica di tutto rispetto. Ma i valori e le aspirazioni, nelle quali sono stati educati e cresciuti, sono costantemente negati e vanificati. Questo li condanna all’immaturità e all’infelicità. Eppure, finché non si arrendono, queste persone cercano di mantenere uno stile di vita e di consumi che possono permettersi soltanto grazie all’aiuto delle proprie famiglie e a un continuo slalom tra offerte e opportunità a basso prezzo. Non rinuncerebbero per nulla al mondo a quei consumi culturali e di svago (musica, libri, viaggi) che determinano una sorta di identità e nascondono, e rendono sopportabile, la loro vita caratterizzata da pochi soldi e poche prospettive.

La “classe disagiata” infatti affoga nel debito, come molte nazioni che vivono al disopra delle loro possibilità: “Il debito che ci schiaccia non è altro che l’immagine rovesciata delle nostre aspirazioni deluse, l’altissimo costo che paghiamo per continuare a ostentare una ricchezza che non abbiamo”.

I disagiati sono dei risentiti (ma non nel senso che intendevano Friedrich Nietzsche ne La genealogia della morale e Max Scheler ne Il risentimento nella edificazione delle morali). Chi è sempre stato povero invece prova rabbia e infelicità, non risentimento. I poveri aspirano a salire nella scala economico-sociale (e oggi, purtroppo, nemmeno la scuola offre quasi più questa possibilità: si può puntare soltanto sulla propria bellezza o su “talenti speciali”, come nello sport), ma non provano quel risentimento amaro di chi ha assaporato una condizione e poi l’ha persa. Il grande storico polacco del Feudalesimo, Witold Kula, sosteneva che la legge più importante che governa la storia dell’umanità è quella di cercare di non perdere la propria condizione e scendere più in basso. Per rendere infelice un uomo è sufficiente abituarlo a uno stile di vita che non può permettersi: l’infelicità alimenterà il suo risentimento nei confronti della società, incapace di garantire bisogni divenuti assolutamente necessari. Oggi abbiamo a che fare con promesse perdute e, come nel caso della “classe disagiata”, di promesse prospettate e non mantenute. Come nota Ventura: “La classe disagiata è un’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell’emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci”.

I “disagiati” di cui si parla nel libro provengono da famiglie di una classe media che ha conosciuto un certo benessere e che non può più trasmetterlo intatto ai figli. Li hanno educati a dei valori (tra i quali il merito) e a delle aspirazioni che non sono quasi più possibili e riscontrabili nella realtà del mondo contemporaneo, perlomeno in Italia. Ma anche la rabbia e la frustrazione, in questa fase di crisi, sembrano essere funzionali a un sistema che si autoriproduce nell’individualismo sfrenato e rabbioso al quale costringe molte persone: “Il risentimento è oggi il potente carburante che fa girare la macchina del tardo capitalismo producendo una concorrenza disperata e costosa. Le prime vittime di questo meccanismo sono tutti coloro che, non potendo investire all’infinito tempo e risorse, sono costretti a gettare la spugna a metà del percorso: ovvero le classi subalterne, per cui la mobilità sociale è diventato oggi più difficile di quanto fosse nel dopoguerra, e le donne, costrette a una scelta tra famiglia e carriera che al genere maschile si pone in maniera meno pressante”.

Il lavoro di Ventura non fornisce ricette per soluzioni a una situazione che produce sempre più persone risentite, frustrate, senza speranze. Ma il suo comprensibile pessimismo è a volte stemperato da inserti di intelligente ironia (e autoironia). Il libro ha il merito di fornire molte suggestioni e citazioni, creare cortocircuiti interpretativi che, anche quando non sono condivisibili, fanno riflettere. Alla fine del volume, quasi un’appendice a sorpresa, compare la traduzione del primo testo conosciuto di Karl Marx, scritto a diciassette anni (il 12 agosto 1835) come tema per la licenza liceale: Considerazioni di un giovane in occasione della scelta di una professione. Fa un certo, piacevole, effetto leggere di un entusiasmo poco attuale quanto ammirevole per la prospettiva che propone e che, forse, potrebbe tornare utile contro il disagio, se non altro come atteggiamento altruista verso la vita e gli altri (e ci sono giovani e meno giovani, penso al fenomeno del volontariato, che già oggi stanno su questa strada). Marx concludeva il suo tema con queste parole: “La guida principale che ci deve soccorrere nella scelta di una professione è il bene dell’umanità, la nostra propria perfezione. (…) L’esperienza esalta come il più felice colui che ha reso felice il maggior numero di uomini…”.

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