Ai tempi del virus

Tokyo, 18 febbraio, 156 giorni alle olimpiadi

C’è una paura visibile di una cosa che non si vede. Una nave al porto in quarantena con il contagio che si estende, qualche caso in città. In Giappone le malattie fanno più paura dei disastri naturali, mi è sempre sembrato, e posso capirlo, specie a Tokyo con la sua densità di persone tutte a stretto contatto fisico. C’è molta gente con la mascherina per strada e sui mezzi di trasporto, molta più del solito. È diventato difficile comprarle, le mascherine, e quando si arriva in un posto, che sia al lavoro, scuola o a casa di amici si è invitati a lavarsi e spruzzarsi le mani col disinfettante. Quando si è sui mezzi pubblici ci si pensa, nei teatri ancora peggio.

Vicino casa mia c’è un negozio di alcolici (sakaya) che quasi tutti i clienti consumano lì. Ci sono dei tavoli ricavati da casse, si sta in piedi, ci si trova davanti a qualcuno che attacca discorso. Le pareti hanno scaffali con bottiglie, lattine, frighi con altre bevande, foto di gruppi di avventori che brindano nello stesso negozio dagli anni ‘80 a oggi, in un angolo all’ingresso c’è una fenice come quelle che si issano sui palanchini alle sagre, che guarda fuori dalla vetrina. In fondo alla stanza, oltre il bancone con la cassa, c’è un salottino con la televisione, un tavolo, un divano. È il soggiorno della famiglia che gestisce il negozio, i bambini spesso sono lì che fanno i compiti o guardano la tele mentre i genitori lavorano. Sembra un alimentari degli anni ‘70, anche perché dentro si può fumare come se niente fosse. 

Cerco di non andarci troppo spesso, altrimenti ci passerei serate intere. La prima volta ho incontrato 3 uomini -chiaramente clienti regolari- che mi hanno fatto vedere una foto bellissima di loro tre da bambini nel 1956 davanti all’ospedale, in uno spiazzo sterrato. Si erano persi di vista per decenni, e poi si sono ritrovati proprio qui, bevendo nel locale si sono riconosciuti. Uno di loro (chiamato scherzosamente scheletro a causa degli zigomi molto sporgenti e gli occhi infossati) mi ha fatto vedere sul telefonino un filmato in cui sua figlia quando aveva 13 anni cantava l’aria di Cherubino Voi che sapete.

Ieri sono ripassato in questo locale per comprare del sake con cui accompagnare l’oden fatto a casa. Visto un signore che beveva non ho resistito e ho preso anche una birretta da consumare al salto per prepararmi alla cena. “Di dove sei?” Italia. “Mia moglie studia italiano nella scuola di Kudanshita, la conosci?” – Per giove, ci lavoro!
Questo signore col pizzetto sottile, con i ferma maniche della camicia come nei film degli anni ‘30 e con una bottiglia di whisky tenuta in consegna a suo nome è marito di una quasi mia studentessa.
“Come ti chiami? Stasera le chiedo se ti conosce. Ah! Ma le dico sempre che faccio tardi per lavoro, quando vengo qui… come facciamo…? Vabbè le dico che solo oggi avevo finito prima e sono passato per un bicchiere”
Tranquillo, il tuo segreto è al sicuro con me, compagno bevitore.