All’anima del commercio

Noi qui a scannarci su censure inesistenti, sulla parolina detta al telefono, sul minutaggio televisivo dell’Udc: e intanto della censura più pericolosa non scriviamo praticamente nulla. Ci ha provato, sabato, Gianni Barbacetto sul Fatto quotidiano: ha scritto di quando Telecom tolse la pubblicità a Panorama per via di alcuni articoli sgraditi (lo ammise anche il direttore del settimanale, Giorgio Mulè) e ha ricordato di quando Dolce & Gabbana la tolsero all’Espresso dopo alcune rivelazioni sulle loro evasioni fiscali. Roberto D’Agostino, invece, ha raccontato che Luigi Abete fece ogni cosa per non rinnovargli il contratto pubblicitario con la concessionaria del Gruppo Sole 24 ore. Ma un elenco sarebbe lungo e pericoloso, anche perché stiamo parlando dell’anima del commercio editoriale, altro che Bella ciao. Presi dalle importanti disamine di Loris Mazzetti, non ci stiamo accorgendo che la politica conta sempre meno a discapito di centri di potere lobbistici e industriali e multinazionali. Che ci vuole, oggi, a scrivere contro Berlusconi o Bersani? Provate a farlo contro uno stilista, contro un gruppo farmaceutico o telefonico, contro un raviolo, contro qualsiasi deficiente che inondi il tuo giornale di inserzioni. L’acqua minerale contiene arsenico? Tizio produce scarpe sfruttando i reclusi cinesi? Il raviolo fa schifo? Dettagli, in confronto alla decrittazione delle encicliche di Napolitano.

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