Il genio di Lucia Calamaro

Stasera, giovedì 23 ottobre, c’è la prima al Teatro Parenti di Milano di Diario del tempo, uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro, che è anche una delle interpreti insieme a Federica Santoro e Roberto Rustioni, e che qualcuno – credo molto pochi tra quelli che non frequentano il teatro e soprattutto la drammaturgia contemporanea – conosce perché ha vinto tre premi UBU due anni fa con L’origine del mondo. Prima di Milano, Diario del tempo ha debuttato al Teatro India a Roma, dove è stato in scena dal 7 ottobre al 19: dodici repliche, che hanno avuto una media di spettatori bassa – certe sere anche soltanto 30 spettatori – e hanno collezionato poche critiche, peraltro medie, cattive e molto cattive.

Quello che probabilmente accadrà anche a Milano è che andranno a vedere questo spettacolo un po’ di addetti ai lavori e qualche spettatore curioso, si divertiranno e forse faranno un po’ di passaparola, e il nome di Lucia Calamaro rimarrà un nome di culto per amanti dei testi cerebrali pieni di paradossi.

Il problema è che Lucia Calamaro è un genio. Se è difficile riconoscere la bravura di qualcuno contemporaneo a noi, ancora più difficile è ammetterlo e motivarne le ragioni; ma è vero anche che di geni non ce ne sono molti, o – quantomeno – ognuno per onestà intellettuale dovrebbe essere disposto a nominarne non più di tre o quattro tra i suoi contemporanei italiani. Chi è per noi un genio, artisticamente parlando, in Italia – un genio e non un talento, nella perfetta accezione evocata da Carmelo Bene? Beh, per me per esempio Antonio Rezza è un genio, Franco Maresco è un genio, forse Gipi è un genio, chi altro? Michele Mari? Romeo Castellucci? Corrado Guzzanti? Giovanni Lindo Ferretti? Leo Bassi? Maurizio Milani? Sto nominando tutti uomini? Sono di parte? È difficile dirlo, ma certo Amelia Rosselli era un genio, Cristina Campo lo era, o gente come Demetrio Stratos, Andrea Pazienza, Enzo Jannacci… Ho conosciuto scrittori, registi, autori bravissimi, talentuosissimi, ma geni – ovviamente – pochi, proprio perché la genialità ha in sé un eccesso di grazia e in questo eccesso può mostrare molti difetti, alle volte moltissimi, non potendo il genio – in definitiva – emendarli più di tanto.

Lucia Calamaro – me rendo conto quanto sia azzardato, forse addirittura tanto apodittico da essere autoconfutatorio questo giudizio – ha tutte le caratteristiche per essere un genio per quanto mi riguarda. Una sregolatezza, una dismisura che applica al suo lavoro che rende i suoi testi e e le sue messe in scene sempre esorbitanti. A partire da Tumore, lo spettacolo del 2007, che raccontava in maniera straziante e al tempo stesso grottesca, e iperempatica e al tempo stesso meta-teatrale, la malattia e la morte per tumore di una ragazza, ho pensato che la lingua di Calamaro fosse tra le poche in grado oggi di restituire la densità del discorso contemporaneo: la sua frantumatezza, il suo endemico guasto, la sua contradditorietà, la sua strutturale involuzione, il suo diventare monologo, pulsione corporea prima che relazione. In Diario del tempo, tutto questo lavoro sulla lingua raggiunge un virtuosismo che per me è un modello apicale: un teatro di parola così alto l’ho visto soltanto forse negli spettacoli su Testori dei Magazzini Criminali. Prendete un pezzo degli ultimi minuti della prima parte (Diario del tempo è diviso in due parti): Federica (Federica Santoro) sta parlando con Roberto (Roberto Rustioni) e a un certo punto si estrania e fa una sorta di monologo interiore a voce alta:

E sebbene lui parli lentamente, con chiari intenti pedagogici, io non lo ascolto già più. Alla terza frase la mia attenzione si evapora. È sempre stato così: per le cose concrete non ho testa, non seguo, non capisco proprio, qualcosa in me si ottunde, chiude, e se ne va. Ma questo sentimento di non assimilazione del dato, concreto e non, ultimamente non è solo rispetto alle cose. È un po’ un sentimento generale, diffuso, onnipresente. In tutta onestà, “ultimamente” qui non è l’avverbio più sincero; direi che “di nuovo”, o “ancora una volta” una grossa parte di me si è congedata da se stessa. Quello che mi resta, poi va avanti in automatico, vuoi a colpi di sistema rettiliano (per l’istinto, quello ancora risponde), vuoi a epifanie del limbico (per l’affettività, che ahimè come la serenità, la vanità, la moralità e quasi tutte le parole che finiscono in ità, inclusa elettricità, mi sembrano rispondere a movimenti incontrollabili, a leggi a me misteriose). L’intera dimensione neocorticale sciopera da mesi. Niente non mi si attiva. Forse il primo barlume di riattivazione è questo sentimento distruttivo verso una semi pratica artistico-professionale che mi è capitato di frequentare assiduamente nel tempo, con intenti illusori di trasformarla in mestiere, e che comincio seriamente a considerare un suicidio psicologico destabilizzante, frustante, prosciugante. In effetti la riapparizione dello spirito, sebbene critico, potrebbe essere un buon segno, ma ho imparato a non fidarmi. Davanti a me c’è un formulario che devo riempire da un paio di mesi e che non sto riempiendo. Dopo compilato e firmato, lo dovrei spedire. Poi dovrebbe tornare indietro rispedito dal mittente. Questo significherebbe che ho preso un impegno lavorativo con il suddetto mittente. Ma solo l’idea di impegnarmi con qualcuno mi affatica. Per non parlare lo stato d’ansia in cui mi piomba la prospettiva di riempire un formulario, di qualunque natura essa sia. Panico di sbagliare casella, di rispondere dove non dovrei, di dovere cancellare e che tutti si accorgano della cancellature, del disordine me è tale che mi assale in questi frangenti. Perché mi fanno sentire incapace e non; è un bel sentire. I formulari, quintessenza dell’armonia amministrativa, a me fanno un effetto contrario, mi buttano nel caos.

Che tipo di scrittura teatrale è questa? È una lingua che ha masticato Bernhard, Koltes, Beckett e Pinter, e insieme a loro ha fatto un’indigestione delle formule di autoriflessione novecentesca, dalla psicanalisi al postmoderno, per arrivare a cosa? A venirne schiantata, atterrata. Ma non per questo, i testi di Calamaro sono retroflessi, nostalgici, derivativi. La velocità della verbigerazione se la può battere ad armi pari con quella di una sitcom inglese di ultima generazione, o alla sceneggiatura di un film di Sorkin. Qualche critico dà del lavoro di Calamaro una lettura sociologica – in Diario del tempo si parla del precariato, di una condizione di disagio psichico diffuso – ma se c’è qualcosa che non si può dire di Diario del tempo è che sia attuale: i tre attori aspirano a una condizione di inattualità con una pervicacia titanica e ridicola, che è sempre una caricatura ma anche un’evocazione, un’aspirazione fallimentare a un’eternità, o almeno a un feticcio di metafisica. Guardate questa scena, e dite se non vi sembra la versione estenuata di Giorni felici:

E riconoscete anche qual è il lavoro che chiede agli attori Lucia Calamaro: in questo caso, come anche in Tumore, in Magick, nell’Origine del mondo, assistiamo a performance da atleti della parola. Federica Santoro e Roberto Rustioni danno vita a un’esecuzione linguistica che da sola riempie lo spazio scenico. Entrambi in molti casi, non sono altro che automi: compiono azioni robotiche, sono imballati, e parlano come se la loro scheda linguistica fosse andata in corto circuito. È questa la condizione antropica contemporanea: un’entropia emotiva, pratica, linguistica, per la quale ogni tipo di gesto ricorda quelli di un clown. Lucia Calamaro, come un’auruspice, l’ha capito. Se volete partecipare a questo rito, andate – almeno – a vederla.