Ha chiuso la compagnia aerea ungherese Malév

Cinque minuti dopo che era uscito sulle agenzie, il fallimento della compagnia aerea di bandiera ungherese, la vecchia Malev, era già registrato su Wikipedia. Mi riferisco a Wikipedia in inglese, ovviamente: “Ceased operations – 3 February 2012”.

Boeing 737 dell'ungherese Malev

Boeing 737 dell’ungherese Malev

Ora, non pensate male (perché a dire che uno ha guardato Wikipedia poi sembra che abbia commesso qualche peccato mortale, se fa il giornalista) ma è che se uno fa una ricerca sul web con qualsiasi parola chiave, le possibilità che Wikipedia salti tra i primissimi risultati sono notevoli. A me per esempio, la notte che morì Steve Jobs, capitò proprio per caso di accorgermene perché stavo cercando non mi ricordo più cosa a suo nome e mi venne fuori la pagina dei risultati di Google con anche la voce di Wikipedia in inglese. Siccome ci sono le prime due o tre righe del testo della pagina, mentre scorrevo i risultati alla ricerca di quel che mi serviva mi cadde l’occhio e notai che accanto al nome di Steve Jobs non c’era una data sola ma due: quella di nascita e quella di morte. Accipicchia, pensati, e da lì partì il delirio degli articoli da scrivere sulla scomparsa di Steve Jobs e tutto quel che avete visto e letto in quei giorni.

Adesso, per fortuna, non è scomparsa nessuna persona. Piuttosto, è scomparsa una compagnia aerea. Che vuol dire certamente un problema economico per i dipendenti, le loro famiglie, i fornitori (e anche le loro famiglie, ovviamente) e i passeggeri che avevano già comprato biglietti, o che si trovano all’estero. E tutte le complicazioni che comporta la chiusura repentina di un’azienda di trasporti.

Malev (anzi, Malév, come si dovrebbe scrivere) era nata dopo la guerra su iniziativa ungro-sovietica. Era la compagnia di bandiera ungherese, che può comunque contare su altri vettori aerei, ed era stata privatizzata alcuni anni fa. Tra i soci, al 49% c’era quel personaggio di Boris Abramovich, il multi-miliardario russo che è ben conosciuto anche in Europa. La Malev è andata giù per un problema di debiti da ripianare, affari che non giravano, economie di scala che non scalavano e costi che invece scalavano eccome. Non era una compagnia aerea piccola: 22 aerei in linea, altri 19 in ordine (tutta roba per il corto e cortissimo raggio, comunque: Boeing B-737, Dash 8 Q400 di Bombardier e un po’ di Superjet 100 di Sukhoi-Alenia in ordinativo) e circa 2.600 dipendenti.

Cosa succede in questi casi? Intanto il giudice ungherese si prenderà cura, secondo le locali leggi sul fallimento, della situazione di Malev: amministrazione controllata oppure chiusura con la conseguente liquidazione dei beni di proprietà e dei pagamenti ai creditori. Sono stati proprio questi ultimi, soprattutto quelli all’estero, ad aver creato il problema. Avevano perso completamente fiducia nella solvibilità dell’azienda e avevano cominciato a richiedere pagamenti anticipati dell’uso delle strutture aeroportuali e del carburante per il rifornimento. Come ha dichiarato il premier ungherese Viktor Orban, due aerei erano rimasti bloccati nei giorni scorsi a Tel Aviv dopo che il fornitore si era rifiutato di dare il carburante se non vedeva prima i soldi. Intanto ILFC, la più grande società di leasing di aerei di linea per vettori internazionali, sta già provvedendo al rimpatrio di nove velivoli: in un paio di giorni al massimo saranno tutti negli hangar irlandesi dove ha sede la società.

Casi del genere capitano e spesso sono i governi ad intervenire, offrendo garanzie e aiutando la compagnia aerea a trovare un partner per il credito. In questo caso, invece, niente rete di sicurezza: il governo non ha tirato fuori i 270 milioni di euro di contante che servivano e la compagnia è saltata, dopo 66 anni di servizio.

Ci sono un po’ di voli bloccati con passeggeri ungheresi e non solo fermi sia in Ungheria che all’estero. Malev volava anche in Italia. Le “buone regole” del servizio aereo civile (e l’opportunità per le compagnie sopravvissute di farsi un po’ di buona pubblicità a basso costo) prevedono che i passeggeri vengano “riprotetti” e cioè portati in qualche modo a destinazione. Sono circa 7mila quelli di cui prendersi cura, secondo quanto si apprende. Chi lo può fare?

Nel caso della Malev, i due vettori low-cost europei presenti in zona si sono subito tuffati. C’è la low-cost ungherese Wizz Air, ma ci sono anche Ryanair (che ha già detto di voler aumentare i voli) e poi i colossi come Lufthansa e Air Berlin, che peraltro hanno vari interessi nella zona e una buona sfera di influenza. C’è anche la piccola SmartWings, che è della Repubblica Ceca e che vuole sicuramente saltare nel mercato che le si apre all’improvviso davanti. Tutti questi sarebbero ben felici di fare qualche volo “speciale” per far rientrare i passeggeri, lanciando nello stesso tempo una nuova rotta o potenziando quelle esistenti. La pubblicità derivante dalle foto in Ungheria dei passeggeri che arrivano con un vettore piuttosto che un altro sarebbe notevole. Lo ha capito EasyJet che sta già offrendo rientri “garantiti” a 60 euro da alcune località estere verso l’Ungheria.

Malev era parte di una delle tre grandi alleanze di vettori aerei mondiali: Oneworld. In questo caso, alleata di American Airlines, British Airways e una decina di altre compagnie.

Adesso ci si chiede: è possibile far ripartire la compagnia aerea con un intervento dello Stato, cioè una nuova iniezione di soldi? L’Ungheria non sta benissimo, dal punto di vista dei conti pubblici e secondo gli osservatori una “Manovra Lazzaro” (tipo: “Malev, alzati e cammina”, per intendersi) sembra alquanto improbabile. Purtroppo. Il danno complessivo sarà molto maggiore di quello strettamente economico.

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