Luis Enrique erede di Sven Goran Eriksson?

C’è un allenatore nuovo in Italia che sta facendo parlare di sè in una piazza importante con ambizioni di vertice e giocatori ingombranti. Si tratta di Luis Enrique, un tecnico spagnolo, scuola Barcellona, che proprio alla vigilia di Natale ha trovato un pò di serenità dopo una partenza molto tribolata. La squadra evidentemente è la Roma, i giocatori ingombranti quelli noti.

Non è mai stato facile affermarsi in Italia per un allenatore straniero. Chi ce l’ha fatta si è dovuto italianizzare molto come fecero brillantemente gli svedesi Liedholm (“finchè la palla l’abbiamo noi gli altri non segnano”) oppure il sampdoriano Boskov (“rigore è quando arbitro fischia”) e, per stare ad un fenomeno ancora di attualità, Zeman (“anche a Santonocito ci piaceva giocare lungo”, riferendosi a Veron).

Forse quello che più si è affermato in Italia (anche lui nella capitale per degli strani scherzi del destino) per continuità di risultati, modi di fare e innovazioni tattiche è stato Eriksson, protagonista con Roma, Fiorentina, Samp, ma soprattutto Lazio dove portò con sè Roberto Mancini, e dove vinse la Coppa delle Coppe prima e lo scudetto poi, nella stagione 99-00. Dettagli maggiori sugli allenatori stranieri nello studio fatto sul Notiziario del Settore Tecnico (nr 6 del 2005) da Vittorio Angelaccio e Vanni Sartini.
Un caso a parte è stato naturalmente Mourinho, protagonista di una stagione indimenticabile all’Inter centrando il triplete ma incapace di creare un ciclo e lasciando in eredità a Moratti  una squadra usurata e non più in grado di ripetersi.
La stragrande maggioranza di allenatori immigrati ha fatto, invece, molta fatica ad imporsi in Serie A: in ordine sparso Hodgson, Lazaroni, Carlos Bianchi, Deschamps, Terim, Menotti, Tabarez, Passarella, Platt, Cuper, Voeller, Benitez, Lucescu (con cui ho lavorato come preparatore atletico e assistente tecnico per tanti anni), Mihajlovic (l’ultimo esponente della serie) non sono mai riusciti ad adattarsi alle pressioni e alle anomalie del nostro calcio e soprattutto, non sono riusciti ad imporsi nella grande piazze.
Per questo c’è curiosità intorno al tecnico giallorosso che ha portato a Roma la sua filosofia di gioco e la sua mentalità tutta orientata al possesso palla e al gioco d’attacco. Aspetti che ne rendono il progetto tecnico un esperimento unico nel suo genere in Italia. Dopo i primi riscontri, non certo esaltanti, la squadra sembra stia finalmente trovando un punto d’equilibrio.
Il gioco non è più prevedibile come all’inizio, la fase difensiva è curata con più attenzione e le gerarchie storiche sembrano essersi ristabilite con De Rossi e Totti di nuovo al centro del gioco e dello spogliatoio.
Forse non un caso che la svolta dal punto di vista della consapevolezza di sè sia avvenuta proprio nelle sfide più difficili, in casa con la Juventus e in trasferta con il Napoli. Partite dal tasso di difficoltà molto alto dove la Roma ha imposto la propria ritrovata fisionomia di gioco. Il segreto è avere almeno sei giocatori che creando superiorità nel mezzo in fase di possesso (i tre centrocampisti, i due terzini e Totti) e nove che rientrano dietro la linea della palla in fase difensiva quando la Roma si organizza oggi intorno ad un prudente 4-1-4-1 (col solo Totti là davanti e gli attaccanti Lamela e Osvaldo a coprire le fasce).
Un atteggiamento che allontana Luis Enrique dalla scia del maestro Guardiola e lo allinea agli allenatori forestieri che hanno avuto fortuna italianizzandosi. Il tecnico asturiano nega l’evidenza dichiarando che lui crede ancora nell’ideologia del possesso palla, non rendendosi conto come proprio questa metamorfosi lo stia portando al successo. O forse più semplicemente mente sapendo di mentire.

Buon Natale Luis e complimenti per aver capito velocemente il calcio italiano!