Arriveranno centinaia di nuovi domini web
Per la prima volta dal 2012 è stato indetto un bando: tra le proposte ci sono .meow e .agent, ma come funziona?
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Da più di dieci anni chiunque voglia aprire un nuovo sito web può scegliere tra una lunga lista di domini di primo livello, come vengono dette le parti finali di un indirizzo web. Si va dai tradizionali .com e .net ad altri anche piuttosto strani come .pizza o .ninja. Ad amministrarli è un ente internazionale chiamato ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), che dal 2012 ha reso più facile crearne di nuovi e ha da poco deciso di aggiungerne altri a quelli già esistenti.
Nei mesi scorsi, infatti, l’ICANN ha raccolto le candidature per nuovi domini generici, cioè tutti quelli che non sono legati a una nazione (come .it, .fr, .es). In tutto sono arrivate più di 1.600 proposte che, dopo una valutazione interna, potrebbero aggiungersi, nei prossimi anni, ai 1.591 attualmente in uso: i tempi per introdurli infatti sono lunghi.
Al bando dell’ICANN hanno partecipato in tanti, nonostante negli ultimi anni i domini più inusuali non abbiano avuto il successo sperato. Oltre al caso di .pizza, è probabile che in pochi si siano imbattuti in molti dei domini approvati dal 2012, come .restaurant o .babysitting. Si potrebbe anzi sostenere che con l’aumento e la diversificazione dei domini di primo livello a guadagnarci siano stati proprio i domini più tradizionali e riconosciuti.
Per capire come funziona il bando bisogna orientarsi tra tre termini: registry, registrar e registrant. Semplificando, il registry è il soggetto che propone e ottiene dall’ICANN la gestione di un dominio. Chiunque voglia aprire un sito usando questo dominio, il registrant, lo può comprare da un intermediario, il registrar, che ottiene in concessione dal registry la possibilità di vendere i suoi domini. Il registry cede i nomi ai registrar a prezzi all’ingrosso: quello che un registrant paga per ogni registrazione o rinnovo viene incassato in percentuali diverse dal registry e dal registrar, mentre all’ICANN spetta una commissione fissa.
Quando più soggetti propongono la stessa stringa (come viene detta la proposta di dominio di primo livello) all’ICANN, la contesa viene solitamente risolta con un’asta, che può arrivare a somme notevoli. Nel 2015 Google arrivò a pagare 25 milioni di dollari per la gestione di .app (erano anni di grande interesse per le applicazioni per smartphone), battendo una decina di concorrenti, tra cui Amazon. L’anno successivo il dominio .web fu comprato dall’azienda Nu Dot Co per 135 milioni di dollari, per poi finire bloccato in una serie di dispute legali che ne hanno rimandato l’attivazione fino a quest’anno. Nu Dot Co è controllata da Verisign, l’azienda che gestisce il dominio di primo livello più usato al mondo, .com, guadagnando circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno.
Le proposte ricevute dall’ICANN danno un quadro della situazione attuale nel settore digitale. Dieci aziende diverse, tra cui Meta e OpenAI, hanno proposto il dominio .agent (gli agenti sono i sistemi AI in grado di svolgere azioni online per conto dell’utente), mentre altre sette si contendono .agi, un acronimo usato nel settore per indicare una forma di AI particolarmente avanzata (e per ora teorica). Da sola Google ha richiesto 39 “stringhe” tra cui .deepmind, .chromebook e .intelligence.
Non tutte le richieste fatte all’ICANN sono di questo tipo, ovviamente. Ne esistono anche di scherzose, come .haha e .fart (“scoreggia”), mentre altre sono legate a campagne politiche e sociali: è il caso di .meow (il verso del gatto in inglese), proposta dalla dotMeow Foundation, associazione vicina al movimento LGBTQ+, che punta a creare «un dominio per la comunità queer», come scrive Wired.
Circa un dominio su cinque tra quelli proposti quest’anno contiene il nome di un’azienda o di un prodotto commerciale, come .facebook, .asus e .zoom. In casi simili le aziende non vogliono lucrare facendo da registry ma hanno probabilmente fini diversi, che vanno dalla volontà di controllare i propri marchi (che potrebbero finire per essere gestiti da aziende terze) alla possibilità di usare questi domini per la comunicazione o la pubblicità (come fa Google, che nel 2014 ha ottenuto dall’ICANN la gestione di .google, oggi in uso per il suo blog ufficiale, blog.google). Infine, a giocare un ruolo è anche l’incertezza: è raro che l’ICANN permetta una simile espansione dei domini e nessuno sa quando sarà la prossima volta.
Nonostante l’offerta in forte espansione, i domini tradizionali sembrano godere di ottima salute. Recentemente la rivista Forbes ha raccontato come «i nomi di dominio migliori, in particolare quelli brevi, composti da una singola parola seguita da .com, siano sempre più considerati degli asset digitali strategici dalle aziende più sofisticate». Nel 2024 OpenAI ha pagato 15,5 milioni di dollari per Chat.com, mentre la società di trading di metalli preziosi A-Mark ne ha sborsati più di otto per Gold.com (diventato il nuovo nome dell’azienda).
Alla base di questo rinnovato interesse per i domini .com ci sono la loro familiarità e la credibilità percepita. Secondo Forbes, in un contesto in cui sono spesso le AI a fornire direttamente le risposte agli utenti, «la reperibilità è sempre più legata all’identità», anche perché le AI devono stabilire quali sono le fonti e le aziende più autorevoli e affidabili, e un dominio riconoscibile può fare la differenza.



