Quasi tutti i piloti di Formula 1 sono stati piloti di kart
Ma pochissimi piloti di kart diventano piloti di Formula 1
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Negli ultimi giorni potreste aver letto di Niccolò Perico, undicenne vincitore di un trofeo internazionale del karting, le gare con i kart. Perico ha vinto la Coppa del Mondo FIA nella categoria OKN-Junior, tra le più importanti per la sua fascia di età, attirando grandi attenzioni, non solo giornalistiche. È infatti un pilota del Mercedes Junior Program, lo stesso di cui pochi anni fa faceva parte Kimi Antonelli, che è sempre più vicino a diventare campione mondiale di Formula 1.
In effetti quasi tutti i piloti di Formula 1 – attuali e di una volta, come Ayrton Senna o Michael Schumacher – sono passati dai kart, delle mini-auto da corsa senza carrozzeria. Molti ci hanno gareggiato e vinto per anni, costruendo lì le loro successive carriere. E quasi tutti continuano a tornarci sempre molto volentieri. Lo fanno intanto perché è divertente: non a caso è pieno di videogiochi con i kart. E poi è utilissimo: sui kart si impara a gestire la velocità, a maneggiare un volante, a capire un circuito giro dopo giro, a valutare come e quanto ritardare una frenata per compiere o evitare un sorpasso.
La Formula 1 esiste dal 1950 e i kart ci sono da quasi altrettanto tempo. Il primo fu fatto nel 1956 dallo statunitense Art Ingels, pilota e costruttore di auto da corsa. La struttura era già molto simile a quella attuale: ruote scoperte, pochissima distanza da terra, assenza di sospensioni, telaio flessibile e trazione posteriore, cioè un sistema in cui la potenza del motore viene trasmessa alle ruote posteriori. Già i primi kart riuscivano, grazie al poco peso, a raggiungere i 100 chilometri orari.

L’attore Steve McQueen alla guida di un kart sul set del film “La grande fuga” in Germania, nel 1962 (Leo Fuchs/Getty Images)
Fin qui abbiamo parlato di kart, ma forse vi è più familiare il termine go-kart, che deriva dall’inglese go, “andare”, e cart, “carro”. Sono più o meno la stessa cosa, ma nel tempo si è iniziato a definire kart quelli usati in gare importanti, di karting, e a chiamare go-kart quelli per divertimento, da guidare per qualche decina di minuti quando si decide di sfidarsi in mini-gare con amici o amiche.
Kart e non cart perché nella fase di commercializzazione si scelse che la K era meglio. Il motivo esatto non si sa, probabilmente ci furono ragioni di marketing e di registrazione del marchio. Altre ipotesi dicono che la K fu messa giusto per rendere il nome più accattivante oppure come omaggio alla Kurtis Kraft, l’azienda automobilistica per cui lavorava Art Ingels. Nel karting – le cui gare si fanno in genere in appositi kartodromi – esistono competizioni e categorie, definite dall’età dei piloti o da motori e caratteristiche dei kart, che per esempio possono essere a marce oppure monomarcia (senza cambio).
Le gare vere e proprie si fanno dagli otto anni, ma c’è chi inizia già prima. Max Verstappen e Charles Leclerc, da anni piloti in Formula 1, iniziarono già a 4 anni, incontrandosi spesso nelle categorie successive. Dai kart si passa poi in genere alle auto da corsa più grandi di Formula 4, Formula 3, Formula 2 ed eventualmente di Formula 1, in cui gareggia ogni anno una ventina di piloti. Sono meno delle persone che nel 2025 sono state a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
Verstappen e Leclerc dopo una gara di karting nel 2012, in cui avevano avuto un contatto in pista. Verstappen si lamentò della guida di Leclerc che invece liquidò l’accaduto con la frase «nothing, just an incident», in italiano «niente, solo un incidente».
Oltre che per la tanta competizione per i pochissimi posti, a rendere tutto complicato sono i costi elevati. Già il karting agonistico costa tra i 50mila e i 200mila euro l’anno, e non parliamo delle varie Formula 4, 3 e 2.
La soluzione migliore è farsi notare quanto prima dalle scuderie di Formula 1. Diverse squadre gestiscono infatti programmi per individuare, crescere e mettere sotto contratto i giovani piloti più promettenti, che vengono seguiti, allenati e finanziati in parte o del tutto per partecipare alle gare. Questi programmi sono spesso lo spartiacque tra chi si ferma per mancanza di budget e chi riesce a proseguire almeno per qualche anno.
Dall’inizio del 2026 Niccolò Perico fa parte del programma Junior della Mercedes. Il programma è nato nel 2016 e per anni se ne è occupato il talent scout motoristico Gwen Lagrue, che è considerato lo scopritore di Antonelli e che dal 2027 passerà al programma giovani della Red Bull. Lagrue seleziona i piloti intorno agli 11 anni perché secondo lui è un momento in cui ancora possono imparare e crescere molto (crescere letteralmente, anche), eppure già c’è modo di notarne lo stile di guida, la velocità e la propensione per le corse automobilistiche. In molti altri sport sarebbe invece più difficile capire già a 11 anni quanto uno sportivo possa essere promettente.
Tra i piloti, attuali e del passato di Formula 1, le eccezioni alle carriere che iniziano nel karting sono poche. C’è chi prova ad arrivare in Formula 1 partendo dal rally, chi ci è arrivato con poche gare di kart e molte su auto di altro tipo. A suo tempo si parlò della possibilità che ci arrivasse Valentino Rossi, che in effetti iniziò proprio con i kart, passando però poco dopo alle minimoto, il corrispettivo motociclistico dei kart.
Ma in genere chi più chi meno (con una netta prevalenza dei più) tutti i piloti partono dal karting, e quasi tutti i piloti ora in Formula 1 hanno fatto parte di programmi Junior delle scuderie: le uniche eccezioni sono rappresentate da Fernando Alonso, Nico Hülkenberg e Valtteri Bottas. Il loro percorso è stato finanziato dalle famiglie, dagli sponsor e dalle persone del settore disposte a investire nel loro talento.
Per molti piloti la guida dei kart non finisce con il passaggio alle auto più grandi. Di recente Verstappen ha partecipato a un evento di karting organizzato da Red Bull in cui in 13 giri ha sorpassato 100 avversari alla guida di kart identici al suo.
I piloti tornano in genere sempre molto volentieri sui kart, un po’ per tornare a qualcosa di spensierato e non troppo agonistico, un po’ per tenere allenati i riflessi tra un Gran Premio e l’altro. La scorsa estate, in un kartodromo in Sardegna frequentato da diversi piloti in vacanza, Antonelli ha battuto il record della pista fatto da Leclerc.
Poco tempo fa, durante la pausa tra il Gran Premio dell’Azerbaijan e quello in Malaysia, George Russell, Carlos Sainz, Alex Albon, Oscar Piastri, Oliver Bearman, Gabriel Bortoleto e Lando Norris sono andati in vacanza a Langkawi, in Malaysia, dove hanno anche organizzato una gara di kart. «È stato un massacro», ha detto Russell.
Negli ultimi anni i simulatori di guida, piattaforme che riproducono con sempre maggiore fedeltà circuiti e condizioni di gara attraverso schermi, volante, pedali e tecnologie di realtà virtuale, hanno reso più facile allenarsi senza rischi e senza i costi dei test in pista. Ma i kart, specie se guidati fin da piccoli, continuano a essere considerati fondamentali per imparare a conoscere un’auto da corsa e i suoi limiti, senza poter premere un tasto reset dopo un errore.



