I problemi del Manchester City sono anche problemi di Andy Burnham
Come il primo ministro britannico è rimasto invischiato nella condanna del City per violazione delle regole finanziarie
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Il primo ministro britannico Andy Burnham è stato messo in difficoltà dalla sentenza con cui una commissione indipendente ha giudicato colpevole il Manchester City di aver violato le norme finanziarie della Premier League, il più importante campionato di calcio inglese. È forse il problema più serio che il leader del Partito Laburista deve affrontare da quando è entrato in carica, a luglio di quest’anno.
I problemi nascono dal fatto che Burnham conta sugli investimenti nel Regno Unito dei proprietari della squadra di calcio del Manchester City: la famiglia regnante degli Emirati Arabi Uniti. C’è però anche una questione politica che riguarda il modo in cui Burnham ha parlato del caso e i rapporti che ha avuto con la proprietà del City quando era sindaco dell’area metropolitana di Manchester – incarico con cui è tornato alla ribalta nazionale e che gli ha permesso di diventare primo ministro.
Secondo il giornale finanziario Bloomberg, alcuni funzionari emiratini hanno avvertito il governo britannico della possibilità che gli investimenti degli Emirati Arabi Uniti nel Regno Unito vengano ridotti se le sanzioni contro il Manchester City, che devono ancora essere stabilite, dovessero essere particolarmente severe.
Proprio in queste settimane i due paesi stanno discutendo il rinnovo di un accordo economico che scadrà nel 2026 e che da quando è stato firmato nel 2021 ha portato oltre 30 miliardi di sterline (oltre 35 miliardi di euro) di investimenti del fondo sovrano degli Emirati nel Regno Unito.
Nonostante si tratti solo di poco più dell’1 per cento del totale degli investimenti esteri nel paese, i finanziamenti hanno riguardato settori fondamentali per la crescita economica come la costruzione di parchi eolici in mare e di reti di fibra ottica, e la ricerca scientifica avanzata. Il governo di Burnham punta peraltro molto sugli investimenti infrastrutturali proprio per favorire la crescita economica del paese, che negli ultimi anni dopo il Covid e Brexit è stata sempre asfittica.

I tifosi del Bayern Monaco protestano contro i proprietari delle due squadre di Manchester durante la partita di andata dei quarti di finale della Champions League: «Glazers, Sheikh Mansour, tutti gli autocrati fuori! Il calcio appartiene al popolo» (Photo by Catherine Ivill/Getty Images)
A fine settembre, in un’intervista alla BBC, era stato chiesto a Burnham se temesse che i proprietari vendessero il City dopo la sentenza, e lui aveva risposto: «Sarei davvero preoccupato di perderli», aggiungendo che erano stati «un partner importante nella costruzione della moderna Manchester».
La dichiarazione aveva attirato diverse critiche a Burnham, perché era parsa in contrasto con l’imparzialità presupposta dal governo e soprattutto era sembrata un modo di influenzare un procedimento non ancora concluso. Il City infatti ha fatto ricorso contro la decisione di primo grado e rischia sanzioni che potrebbero arrivare fino all’esclusione dal campionato. Un portavoce del governo britannico ha poi smentito che l’intenzione di Burnham fosse quella di influenzare la commissione indipendente della Premier League.
I partiti politici di opposizione lo hanno comunque accusato di essersi schierato con i proprietari della squadra e gli hanno chiesto di rendere noti tutti i suoi incontri con loro e con il governo emiratino quando era sindaco di Manchester.
Lunedì l’autorità dell’area metropolitana di Manchester ha pubblicato un comunicato che elenca i contatti avuti da Burnham con la proprietà del City in quegli anni: un solo incontro formale con il presidente della squadra, a una riunione sugli investimenti organizzata dal governo britannico nel 2021, e alcuni inviti allo stadio (per la cronaca: Burnham tifa Everton, una squadra di Liverpool). Non sono invece emerse prove di rapporti personali tra Burnham e la famiglia regnante degli Emirati.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed, suo fratello Mansour, vicepresidente del paese e proprietario del Manchester City, e il presidente della squadra Khaldoon Al Mubarak durante la finale di Champions League vinta dal Manchester City contro l’Inter nel 2023 (Photo by Tom Jenkins/Getty Images)
Più che i rapporti personali, il problema riguarda l’immagine che Burnham si è costruito per rilanciare la sua leadership dopo che, una decina di anni fa, si era allontanato dalla politica nazionale.
Anzitutto, le sue credenziali per sostituire Keir Starmer alla guida dei Laburisti e quindi del governo si basavano sulla competenza come sindaco. Burnham è diventato popolare raccontandosi come un politico diverso da quelli di Londra: un uomo del nord dell’Inghilterra (la parte del paese che si sente più trascurata dal governo), alla mano e appassionato di calcio. All’ultima conferenza del Partito Laburista ha detto che vuole togliere potere a chi ne ha troppo per restituirlo alle persone comuni.
Prima di diventare primo ministro, è stato per nove anni sindaco dell’area metropolitana di Manchester e ha promesso di portare in tutto il paese la crescita economica che la città ha avuto in questi anni.

La mappa degli investimenti della proprietà del Manchester City a Manchester (The Mill)
Quella crescita è stata in parte realizzata grazie agli investimenti emiratini, specie nei progetti di riqualificazione, che erano iniziati già prima che cominciasse il mandato da sindaco di Burnham e hanno avuto un ruolo nel modello di sviluppo di Manchester.
Dal 2008, quando ha comprato il City, la società Abu Dhabi United Group (ADUG) ha finanziato l’ampliamento dello stadio e la riqualificazione di un’intera zona della città, con migliaia di nuovi appartamenti costruiti insieme al comune. ADUG è la società di Sheikh Mansour, vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti, fratello del presidente Mohamed bin Zayed e anche presidente del consiglio di amministrazione del fondo sovrano del paese. Nella sua prima telefonata da primo ministro con Mohamed bin Zayed, a luglio, Burnham lo aveva ringraziato proprio per l’«incredibile impatto» degli investimenti emiratini su Manchester.
Mostrarsi accondiscendente con la famiglia che governa una monarchia autoritaria come gli Emirati, anche solo per non perderne gli investimenti, rischia di contraddire il modo in cui Burnham si è presentato finora.

Commentando i problemi di Burnham, il giornalista sportivo del quotidiano britannico Guardian Barney Ronay ha scritto: «I governi precedenti sono entrati in crisi a causa di guerre, scandali sessuali e problemi economici. Ma mai, e gli storici approfondiranno questo argomento nei prossimi decenni, a causa dell’urgente necessità di pagare più del dovuto Jack Grealish». Nella foto: Grealish, quando giocava nel Manchester City, mentre parla con l’allenatore della squadra Pep Guardiola nel 2025 (AP Photo/Dave Thompson)
Lunedì, intervistato da The Rest Is Politics (uno dei più importanti podcast di politica del paese), Burnham ha detto che si augura che la questione dell’indagine sportiva e quella degli investimenti degli Emirati Arabi Uniti vengano tenute separate, cosa però tutt’altro che semplice.
I successi sportivi del City sono infatti strettamente legati agli investimenti di ADUG, che negli anni ha ingaggiato alcuni tra i calciatori e gli allenatori più forti del mondo: dal 2008 la squadra ha vinto otto campionati inglesi (prima ne aveva vinti solo due) e la prima Champions League della sua storia. Ma il City è stato giudicato colpevole proprio per il modo in cui questi investimenti sono stati fatti.
Da anni la UEFA, che è la federazione che governa il calcio europeo, e la Premier League stabiliscono dei limiti alle perdite che le squadre possono accumulare, per evitare che un proprietario molto ricco possa spendere quanto vuole pur di vincere.
La commissione indipendente della Premier League che ha giudicato il Manchester City ha stabilito che tra il 2009 e il 2018 la squadra ha aggirato questi limiti fornendo alla Premier League informazioni false sui propri conti: tra le varie cose, ha gonfiato i ricavi di oltre 830 milioni di sterline (quasi un miliardo di euro) con finti contratti di sponsorizzazione, finanziati in gran parte dalla stessa azienda proprietaria della squadra. In pratica i soldi del proprietario venivano fatti passare per ricavi.



