L’OMS vuole saperne di più del presunto caso di peste in Siberia

Ha chiesto alla Russia maggiori informazioni, anche sull'ipotetico secondo caso di cui stanno parlando alcuni media

Una foto del 2019 scattata nell'istituto di ricerca contro le epidemie della Siberia e dell'estremo oriente (AP)
Una foto del 2019 scattata nell'istituto di ricerca contro le epidemie della Siberia e dell'estremo oriente (AP)
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L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha detto che la Russia non ha ancora fornito «un quadro completo» sul caso della donna di 28 anni che lo scorso 2 ottobre è morta in Siberia per quella che secondo alcuni media locali potrebbe essere peste polmonare. La donna, Darya Shipilova, lavorava in un centro di ricerca sulla peste, ma l’ente federale russo che tutela la salute pubblica e la sicurezza sanitaria, chiamato Rospotrebnadzor, ha confermato solo che aveva sviluppato sintomi compatibili con quelli di una grave polmonite, definendola «di origine sconosciuta».

L’OMS ha detto che al momento non è in grado di fare una valutazione completa dei rischi e ha chiesto più informazioni. Il caso è seguito con attenzione perché la peste polmonare è una malattia estremamente rara ma molto contagiosa, e perché si teme che un regime poco trasparente come quello russo possa limitare la diffusione di informazioni che sarebbe utile avere per contenere un’eventuale diffusione del batterio che la causa, lo Yersinia pestis.

La direttrice della gestione delle epidemie e delle pandemie dell’OMS, Maria Van Kerkhove, ha chiesto alle autorità sanitarie russe se la peste polmonare sia stata esclusa: «di cosa è morta effettivamente?».

In questi giorni è circolata anche la notizia di un presunto secondo caso, sul quale però si hanno poche informazioni e solo da parte di fonti poco affidabili: inizialmente è stato riportato dal giornale russo di gossip starhit.ru e poi ripreso dal tabloid inglese Daily Mail. L’OMS ha chiesto maggiori informazioni alla Russia anche su questo.

Dopo la morte di Shipilova erano state predisposte delle misure eccezionali per contenere il rischio di contagio. Il Rospotrebnadzor ha detto che circa 200 persone che erano entrate in contatto con Shipilova erano state messe in quarantena per tre giorni e sottoposte a test e che il 90 per cento di loro è stato liberato. Ha detto che sono stati fatti circa 5mila test che non hanno rilevato la presenza di agenti patogeni pericolosi. Sono tutte informazioni che vanno prese con cautela.

La notizia è stata molto seguita sui media internazionali e dai governi, soprattutto per il timore che potesse trattarsi dell’inizio di un nuovo focolaio con potenziale diffusione globale, come avvenne con il Covid-19, la malattia causata da un coronavirus identificato per la prima volta in Cina e poi diffuso in gran parte del mondo, che causò oltre 7 milioni di morti. La peste di tipo polmonare è quella più contagiosa, perché si può trasmettere attraverso goccioline respiratorie infette, tipicamente durante contatti ravvicinati. Causa tosse, difficoltà respiratorie, e se non viene trattata per tempo può provocare complicazioni gravi, fino alla morte.

Su come la donna possa essersi eventualmente infettata è circolata soprattutto una teoria, ripresa da diversi media internazionali e italiani, ma per ora poco solida: quella secondo cui avrebbe rotto una provetta che conteneva il batterio della peste mentre stava lavorando. Questa versione è stata riferita dal canale Telegram “Mash” e da un giornalista locale, Pavel Stepanov, sempre su Telegram. Il giornale locale indipendente Lyudi Baikala l’ha citata attribuendola a queste due fonti, e da lì ha cominciato a circolare.

Il Rospotrebnadzor ha smentito questa ricostruzione e ha detto che dai test fatti sulla donna «non è stato rilevato alcun microrganismo associato alla sua attività professionale».

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