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Come “funziona” l’opera d’arte che vedete qui

Una mostra a Padova racconta come gli artisti cerchino di stimolare, coinvolgere e spesso ingannare l'occhio dell'osservatore

L'opera "Spazio ad Attivazione Cinetica 6B” di Marina Apollonio, installata nel cortile antico di Palazzo Bo, a Padova (©Andrea Verzola
L'opera "Spazio ad Attivazione Cinetica 6B” di Marina Apollonio, installata nel cortile antico di Palazzo Bo, a Padova (©Andrea Verzola

Quella che vedete nella foto qui sopra è “Spazio ad Attivazione Cinetica 6B”, una stampa su vinile calpestabile su una base di legno realizzata nel 1965. È una struttura circolare al cui interno sono disegnati cerchi concentrici bianchi e neri: questa particolare forma inganna l’occhio di chi ci cammina sopra, dando l’illusione che i cerchi si muovano e che la struttura, bidimensionale, sia in realtà tridimensionale. “Spazio ad Attivazione Cinetica 6B” è una delle opere più note di Marina Apollonio, considerata una delle più importanti esponenti a livello internazionale di una vasta corrente artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta, che viene definita, con diverse sfumature, arte cinetica, op art (abbreviazione di optical art) o arte programmata.

Lo studio dei fenomeni ottici, la riflessione sul ruolo di chi guarda e le possibilità dell’artista di condizionare questa visione non sono certo una novità dell’arte contemporanea: basti pensare all’uso della prospettiva nell’arte rinascimentale. L’arte cinetica, optical e programmata fonda però la sua ricerca quasi esclusivamente sul movimento dell’opera e sulla percezione dell’osservatore, che è chiamato a completare con il suo intervento, o con la sua sola presenza, l’opera d’arte.

Quest’ultima infatti non è più un oggetto fisso e immutabile: vengono sperimentate varie possibilità di movimento virtuale o reale, grazie ad effetti visivi (generati ad esempio dalla disposizione delle linee e delle forme geometriche), luminosi, meccanici (grazie ad esempio a meccanismi attivabili dallo spettatore). Nascono così opere continuamente variabili, create anche grazie a calcoli matematico-scientifici rigorosi.

L’obiettivo è attivare lo spettatore, la sua percezione: a livello teorico gli artisti si ispirano anche alla cosiddetta Gestalt (dal tedesco Gestaltpsychologie, cioè “psicologia della forma”), la corrente psicologica nata in Germania agli inizi del 900 che aveva messo al centro della sua riflessione il tema della percezione collegato a quello dell’esperienza. L’arte cinetica, optical e programmata sposta l’attenzione dalle forme reali dell’opera all’effetto che l’opera stessa produce nello spettatore nel momento in cui viene osservata, quindi dalla forma reale a quella percepita.

È quello che cerca di fare “Spazio ad Attivazione Cinetica 6B” di Apollonio, la cui ricerca artistica è legata al Gruppo N di Padova, uno fra i principali gruppi di artisti italiani di arte cinetica, attivo fra il 1960 e il 1966. Il gruppo nacque da una precedente esperienza, quella del gruppo “Ennea” (nove in greco), chiamato con questo nome perché composto da nove membri. Successivamente il gruppo si ridusse a cinque elementi – Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Toni Costa, Edoardo Landi e Manfredo Massironi – che nel 1960 decisero di adottare il nome definitivo.

La particolarità del Gruppo N è legata anche al fatto che la sua elaborazione teorica fu debitrice degli studi di psicologia sperimentale portati avanti fin dagli anni Trenta all’università di Padova. Uno dei protagonisti di queste sperimentazioni fu Cesare Musatti, che dal 1928 fu direttore del Laboratorio di Psicologia dell’università di Padova. Musatti realizzò importanti studi a livello internazionale sulla psicologia della forma e fu tra i primi a contribuire alla sua diffusione in Italia. L’elaborazione di Musatti, tre decenni precedente alla nascita del Gruppo N, arrivò agli artisti padovani anche grazie alle opere del pittore e psicologo Gaetano Kanizsa, che aveva studiato con Musatti e fu l’autore del celebre triangolo che ne porta il nome.

Negli anni Sessanta un concreto scambio tra la “scuola” di studi di psicologia della percezione all’università di Padova e il Gruppo N avvenne grazie a Fabio Metelli, direttore dell’Istituto di psicologia sperimentale padovano. Alcuni artisti del Gruppo N infatti vennero chiamati da Metelli per fare da “cavie” durante alcuni esperimenti sulla percezione: lo psicologo voleva verificare se loro, in quanto artisti, fossero dotati di un’attitudine particolare nel confrontare e riconoscere le misure e i colori.

A questo percorso parallelo tra artisti e accademici è dedicata parte della mostra dal titolo  “L’occhio in gioco – Percezione, impressioni e illusioni nell’arte”, curata dallo storico dell’arte Luca Massimo Barbero e in programma a Padova dal 24 settembre 2022 al 26 febbraio 2023. La sezione dedicata al Gruppo N e alle ricerche dell’università di Padova è dunque la parte monografica di “L’occhio in gioco”, il cui obiettivo è ampio e complesso: indagare il rapporto millenario fra rappresentazione artistica e percezione ottica.

La mostra è organizzata nell’ambito delle celebrazioni per gli 800 anni di storia e attività dell’università di Padova, una delle più antiche al mondo. Tutte le opere si possono vedere al Palazzo del Monte di Pietà, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, mentre “Spazio ad Attivazione Cinetica 6B” è installata nel cortile antico di Palazzo Bo. I cataloghi sono pubblicati dalla casa editrice d’arte Silvana Editoriale, sia quello più generale su tutta la mostra sia quello della sezione monografica sul Gruppo N e sulla psicologia della percezione (curata da Guido Bartorelli, Giovanni Galfano, Andrea Bobbio e Massimo Grassi).

Il titolo “L’occhio in gioco” si rifà intenzionalmente alla mostra “The Responsive Eye” del 1965 al MoMa di New York, considerato dai critici il passaggio fondamentale per l’affermazione dell’arte cinetica, programmata e della op art. La mostra ha però un obiettivo più ampio: esplorare la relazione tra arte e percezione a partire dal XIII secolo, raccontando come artisti e scienziati abbiano cercato da sempre di stimolare, e talvolta di ingannare, l’occhio dell’osservatore. Nel percorso espositivo si intrecciano quindi arte, scienza e tecnica.

Oltre al chiaro riferimento a “The Responsive Eye”, la mostra padovana ha nel suo titolo la parola “gioco”, che allude a più significati. Nel saggio introduttivo alla mostra contenuto nel catalogo, il curatore Barbero spiega come la mostra alterni «volutamente le categorie, le correnti, i movimenti stessi, muovendosi dai primi sperimentatori alle nuove generazioni». Il percorso espositivo infatti non è puramente cronologico ma tematico ed evocativo: l’obiettivo è creare nuovi accostamenti tra le opere e tra le opere e lo spettatore, in modo da renderlo consapevole dei meccanismi della sua visione. La mostra quindi vuole essere un’esperienza nuova per il visitatore, il cui occhio è sempre in gioco perché il suo è uno sguardo «mobile, mutevole, instabile».

Nelle prime sale della mostra viene affrontato il tema del rapporto tra colore, ottica e movimento attraverso opere d’arte medioevale e moderna, come, ad esempio, le prime miniature che raffiguravano la sfera celeste e il mondo, anche in rapporto con gli studi sull’ottica di Galileo Galilei, che insegnò all’università di Padova. C’è poi un secondo nucleo di sale dedicato a studi settecenteschi e ottocenteschi che mostrano una nuova idea di concepire il movimento che avrà ampio sviluppo nel Novecento, anche grazie alla fotografia e al cinema. Nella terza serie di sale il percorso mostra come gli studi sui temi dello spazio presenti nei trattati rinascimentali e barocchi siano diventati fondamentali per l’arte contemporanea, soprattutto per quanto riguarda le riflessioni sugli effetti ottici e sensoriali dell’opera sul fruitore.

Hildegarda von Bingen, Liber Divinorum Operum, 1210-1230, Lucca, Biblioteca Statale

È allora che nasce l’arte cinetica, programmata e optical, che riuscì anche ad andare oltre il successo avuto nelle sale dei musei e delle gallerie. Nel 1969, a pochi mesi dal primo sbarco sulla Luna, uscì Space Oddity, di David Bowie, uno degli album più iconici della musica rock: sulla copertina Bowie compare in un ritratto fotografico realizzato da Vernon Dewhurst, sovrapposto a un’opera dell’artista Victor Vasarely, emblematica dell’optical art degli anni Sessanta. È l’immagine che chiude la mostra “L’occhio in gioco” perché riassume secondo Barbero il suo tema centrale: la “stranezza dello spazio” e «la sua dimensione insolita e distorta, in relazione alla sua percezione».

Vernon Dewhurst, copertina per David Bowie, Space Oddity, particolare, 1969, LP, (©Vernon Dewhurst)