10 lezioni per trasformare i propri ricordi in romanzo

Il 26 novembre inizierà il laboratorio online “Ritratto di famiglia” della Scuola Belleville, con la scrittrice Ayanta Barilli

La Scuola di scrittura Belleville di Milano inaugura un nuovo laboratorio online, “Ritratto di famiglia”, che si terrà dal 26 novembre 2020 al 18 febbraio 2021.
Raccontare una vicenda familiare o biografica significa lavorare sui ricordi, spesso ricostruendoli con l’aiuto di oggetti, lettere, diari, foto e filmati, a volte mescolandoli con l’immaginazione. Il laboratorio analizzerà i processi, le tecniche e gli strumenti utili a trasformare la memoria in racconto, dando alla propria storia personale il respiro, lo stile e l’universalità della narrativa. Sono previste esercitazioni di scrittura e incontri con scrittori e registi.

Ayanta Barilli, insegnante del laboratorio, è scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica. Con il romanzo Un mare viola scuro (DeA Planeta) è stata finalista al Premio Planeta 2018. Belleville l’ha intervistata in occasione della presentazione del laboratorio che si terrà in diretta streaming martedì 10 novembre alle 18.30.

In un romanzo biografico il ricordo e l’invenzione possono coesistere? Fino a che punto è possibile mescolare memoria e finzione narrativa?
È una scelta personale. Alcuni scrittori lavorano sulla ricostruzione di fatti accertati, altri “romanzano”, mescolando ricordo e invenzione letteraria. Personalmente ho scelto questa seconda strada. Nessuno, del resto, è depositario della verità oggettiva: i ricordi e le storie di famiglia che ci vengono tramandati contengono sempre elementi di interpretazione, lacune, non di rado omissioni. Lavorare di fantasia su questi “buchi” può condurre a risultati tanto più interessanti in quanto soggettivi, parziali, fondati su verità emotive e non necessariamente fattuali.

Una delle paure che possono trattenere dallo scrivere una storia autobiografica è quella di usare o ferire le persone a noi vicine. Come si supera questo timore?
Credo sia insuperabile. In Niente si oppone alla notte, Delphine de Vigan sostiene che il modo più sicuro per offendere una famiglia è scriverne. Non importa se ne scriviamo bene o male, le persone coinvolte potrebbero sentirsi strumentalizzate a prescindere. Possiamo decidere di sfumare alcuni dettagli, modificare nomi e circostanze, ma il rischio di ferire chi ci sta intorno resta: è un effetto collaterale della scrittura. D’altra parte, tutto ciò che scriviamo è in qualche misura autobiografico, anche se spesso “travestito” con gli abiti della finzione.

«Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo», scriveva Tolstoj. Le storie familiari hanno sovente a che fare con traumi, risentimenti, incomprensioni. Perché questi temi ci attraggono tanto?
Si scrive, credo, per rimettere a posto le cose. Senza un problema o un conflitto non sapremmo cosa raccontare, e nulla è più conflittuale della famiglia: un piccolo mondo chiuso in se stesso ma soggetto agli influssi esterni, esposto a ogni genere di terremoto – tradimenti, delusioni, lutti, segreti. Un segreto di famiglia è deleterio per il nostro equilibrio personale, ma diventa vitale quando si tratta di scrivere una storia.