Di schiena

Un estratto dal saggio "Viceversa" di Eleonora Marangoni, che racconta la storia e i significati delle figure ritratte di spalle

I libri, i poster, le fotografie, le copertine di libri, le inquadrature e le locandine dei film sono pieni di figure ritratte di spalle, che sia per aumentarne il mistero, sottolineare le fragilità o l’avvenenza, rivelare la solitudine o il senso di potere. La scrittrice Eleonora Marangoni, che ne colleziona da anni, ha dedicato all’argomento un saggio appena uscito: si intitola Viceversa. Il mondo visto di spalle, pubblicato dalla casa editrice Johan and Levi.

Il libro racconta la storia del genere attraverso 100 fotografie, a partire da una delle prime immagini di schiena conosciute, quella della Flora di villa Arianna, un affresco di epoca romana oggi conservato al museo Archeologico di Napoli, dipinta mentre, noncurante dell’osservatore, si attarda a raccogliere un mazzo di fiori. È un punto di raccordo, come la definisce Marangoni, tra le figure di profilo degli antichi Egizi e i primi ritratti di spalle dei pittori italiani del Trecento e poi dei pittori fiamminghi del Seicento.

– Leggi anche: Due minuti di persone inquadrate da dietro, nei film

L’Ottocento darà grande risalto alle figure di spalle, che spunteranno nei dipinti e nei ritratti, pieni di nuche, schiene seducenti e figure solitarie, come l’immagine Romantica per eccellenza del Rückenfigur: un personaggio che contempla, di spalle, un paesaggio, reso celebre dall’artista tedesco Caspar David Friedrich con il Viandante sul mare di nebbia.

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Cronaca di un amore

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L’iconografia prosegue nel Novecento, acquistando nuovi significati e risaltando in nuovi mezzi: i ritratti di Luigi Ghirri, le inquadrature di Antonioni, Rohmer e Truffaut, i gruppi di visitatori nei musei fotografati da Thomas Struth e i pellegrini messicani rappresentati sempre di schiena dall’artista Alinka Echeverría.

I significati dei ritratti di spalle sono molteplici ma forse quello per cui funzionano nei secoli, scrive Marangoni, è perché servono «a concederci una tregua. Da noi stessi e dagli altri. A farci riscoprire la contemplazione. Osservato di spalle, il mondo tende ad apparire non solo più universale, ma più innocuo; riscopre la pietà, la delicatezza, un certo candore».

Eleonora Marangoni è nata a Roma nel 1983 a ha esordito in Francia nel 2011 con Proust et la peinture italienne, un saggio sull’influenza della pittura nella Recherche di Marcel Proust. Nel 2014 ha pubblicato in Italia Proust. I colori del tempo, dedicato al ruolo del colore nell’opera dello scrittore francese, alla sua funzione narrativa ed estetica. Nel 2018 ha pubblicato Lux, il suo primo romanzo, che racconta di un architetto anglo-italiano di buona famiglia, che vive a Londra e che eredita un hotel in un’isola nel sud Italia, dove finisce per passare un fine settimana insieme agli avventori del posto; Lux è stato uno dei dodici finalisti al Premio Strega, il più importante premio letterario italiano.

Di seguito, un estratto da Viceversa, dove si racconta delle nuche delle geishe giapponesi e poi di quelle delle dame dell’Ottocento, dalla moda della coiffure à la victime, nata per ricordare le vittime della ghigliottina, alle tante descrizioni di spalle e colli scoperti dei romanzi Romantici.

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In Giappone le geishe nascondono il volto e lasciano scoperto il collo; la nuca è l’unica parte del corpo che non truccano. Negli haiku erotici viene celebrata come punto supremo del desiderio, e nella pittura nipponica esiste un genere – chiamato
mikaeri-bijin – dedicato alla bellezza di una donna di schiena nel momento in cui si volta verso l’osservatore e gli rivolge uno sguardo da sopra la spalla.

Criteri estetici e simboli di sensualità mutano costantemente a seconda dell’epoca e del paese di riferimento, ma il fascino della nuca rappresenta una sorta di costante che tiene insieme latitudini ed epoche tra loro lontanissime. Già gli antichi greci non mancarono di celebrarlo: alla chioma fluente di Berenice, regina egizia e sposa di Tolomeo, Eratostene dedicò una costellazione, e le cariatidi del Partenone – presenze frontali per definizione, dato il loro ruolo di colonne di sostegno della loggia dell’Eretteo – furono scolpite (probabilmente da Alcamene, allievo di Fidia) con lunghe trecce a spiga di grano. Difficilmente – visto il loro posizionamento – qualcuno avrebbe potuto notare la fattura squisita della pettinatura, ma il solo fatto di rappresentarla con tanta minuzia era segno di accortezza e misura di una certa devozione.

Molte sono le donne di spalle della pittura olandese del Seicento, immerse nella quiete domestica degli interni dipinti da Vermeer, Emanuel de Witte o Jacob Vrel. In queste immagini, però, le presenze di schiena sono ritratte a figura intera, parte di un contesto più ampio del quale alimentano la narrazione.

La nuca in veste di protagonista e fulcro centrale della scena è invece un’invenzione ottocentesca, pressoché contemporanea delle Rückenfiguren romantiche di Caspar Friedrich ma molto diversa da queste per origine e destinazione. Si tratta di un’ossessione in un primo momento soprattutto francese, che nasce all’inizio del secolo come fenomeno di costume e si diffonde poi in campo artistico in parte anche grazie all’influenza del japonisme. Nel corso del XIX secolo, la nuca diventa Leitmotiv pittorico e letterario, e si afferma progressivamente in tutta Europa come uno dei più potenti e longevi simboli della femminilità e del desiderio.

Dopo la Rivoluzione, intorno al 1795, in Francia si era di usa la moda della coiffure à la victime, pettinatura che lasciava il collo completamente scoperto e come “pronto” a ricevere l’esecuzione. Nata con l’intento di commemorare le vittime della ghigliottina, questa acconciatura diede nuovo e improvviso risalto alla carica seduttiva della nuca.

Più in generale, farsi ammirare da dietro si rivelò un modo “astuto” per sedurre: significava mettere in mostra una parte del corpo apparentemente innocente, non codificata come “proibita”, che sfuggiva alle regole ufficiali del buon gusto e alle consuetudini sancite dal cosiddetto decoro. All’inizio dell’Ottocento, per le strade di Parigi, giovani donne eleganti passeggiavano con un nastro di pizzo annodato intorno al cappello, che fluttuava nell’aria sfiorando il collo e le spalle di chi lo indossava: questa fettuccia di tessuto serviva ad attirare gli sguardi dei passanti, e portava il nome tutt’altro che sibillino di Suivez-moi jeune homme (letteralmente “Mi segua, giovanotto”).

Sotto la sua apparente fragilità, la nuca è meno indifesa di quanto sembri: possiede un’intelligenza istintiva, e dispone di occhi per vedere. Non può controllare gli sguardi che si posano su di lei, ma li percepisce, e a quegli sguardi in qualche modo risponde. In un testo del 1887 intitolato Aux bains de mer Maupassant descrive con esattezza questo meccanismo, e ne sottolinea al contempo la magia e la spontaneità:

Quando un uomo che ama le donne scorge, a pochi passi da sé, sul marciapiede opposto di una larga strada, una figura che risveglia il suo desiderio, non deve far altro che osservare con insistenza e decisione quella vita e quella nuca che fuggono attraverso la folla. Sempre, un paio di minuti dopo questo misterioso richiamo, la donna si volta e ricambia il suo sguardo.

In un testo pubblicato in Francia nel 1818 con il titolo Observations sur la phraenologie ou La connaissance de l’homme moral et intellectuel, fondée sur les fonctions du système nerveux, il medico tedesco Johann Gaspar Spurzheim scrisse che proprio nella nuca – e precisamente nel cerebellum, il cervelletto – risiedeva la cosiddetta “amatività”, ovvero la facoltà affettiva legata all’istinto sessuale e all’amore fisico. Questo naturalmente riguardava sia gli uomini sia le donne, ma la nuca come emblema di sensualità è da sempre una prerogativa femminile.

Onnipresente nella letteratura francese dell’Ottocento, questa parte del corpo viene evocata quasi sistematicamente al servizio di un proposito romantico, per puntellare i momenti di una storia d’amore e spesso usata per descrivere un istante preciso: quello in cui due amanti non lo sono ancora ma sono sul punto di diventarlo. Uno chignon che sta per essere sciolto, un’esitazione destinata a risolversi, una distanza tra due esseri che è sul punto di scomparire. Già nel 1791, il marchese de Sade aveva descritto la nuca della protagonista di Justine come oggetto di uno studio quasi scientifico, promessa feticista di un appagamento carnale che si andava preparando.

(© Johan and Levi Editore 2020)