Cosa pensa del tasto “retweet” l’inventore del tasto “retweet”

«Una pistola carica in mano a un bambino di 4 anni»

(AP Photo/Jeff Chiu, File)

Chris Wetherell, sviluppatore di software statunitense noto per aver progettato l’aggregatore Google Reader, fu chiamato nel 2009 da Twitter per uno scopo preciso: sviluppare il tasto “retweet”, quello che permette con grande semplicità di condividere con i propri follower il tweet di qualcun altro: fino a quel momento, infatti, per fare quest’operazione gli utenti dovevano ricopiare manualmente il testo del tweet e ripubblicarlo a nome loro. Dieci anni dopo, Wetherell è stato intervistato da BuzzFeed Newse si è mostrato piuttosto pentito della sua invenzione:

«Potremmo avere appena consegnato una pistola carica in mano a un bambino di 4 anni. Penso che sia quello che abbiamo fatto»

All’epoca, ha raccontato Wetherell, nessuno si preoccupò troppo delle implicazioni del tasto, e di quali fossero i contenuti che sarebbero stati retwittati. Non appena fu introdotto, il tasto per i retweet sorprese Wetherell per la sua efficacia, per quanto velocemente consentiva di trasmettere le informazioni. Col tempo, però, lui e i suoi colleghi si resero conto che l’operazione con cui gli utenti condividevano i tweet altrui era molto più automatica rispetto a prima, più impulsiva: la facilità con cui i contenuti diventavano virali attrasse grandi masse di testate, brand, giornalisti e politici su Twitter, col risultato che Facebook provò a sua volta a introdurre funzioni per fargli concorrenza. Ma quell’affollamento, che fu la fortuna iniziale di Twitter, produsse anche un grande caos.

Questo caos, la tendenza alla viralità dei contenuti più estremi, e la possibilità di condividerli con impulsività e senza doverli ripubblicare a proprio nome, ha condotto piano piano alla situazione attuale, secondo Wetherell: Twitter è considerato da praticamente chiunque lo frequenti un social network pieno di cose interessanti ma anche pieno di odio, livore, commenti superficiali, litigi inutili. «Ricordo specificamente che un giorno pensai la frase: abbiamo messo il potere nelle mani della gente», ha raccontato Wetherell. «Ora forse quella frase andrebbe detta con un’intonazione un po’ diversa: oh no, abbiamo messo il potere nelle mani della gente».

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