I Chicago in concerto all'Arena di Verona nel 1977 (AP Photo/Raoul Fornezza)

Mezzo secolo e 7 canzoni dei Chicago

Band di potente funk bianco e fiati e ottoni, poi travolta da mielosità imbattibili, aveva pubblicato il suo primo disco oggi, nel 1969

I Chicago in concerto all'Arena di Verona nel 1977 (AP Photo/Raoul Fornezza)

Il 28 aprile del 1969 uscì il primo disco dei Chicago, “Chicago Transit Authority”, come si faceva chiamare allora la band stessa, nata un paio d’anni prima. Fu un successone americano, con record di vendite e un premio Grammy. Loro si presentavano come una “rock and roll band coi fiati”, e con questa trovata proseguirono a stravendere dischi con cifre da primato per molto tempo, pur annacquandola molto con più semplici ballate sentimentali con pochi fiati. Queste sono le loro sette canzoni scelte da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, nel suo libro Playlist, La musica è cambiata.

Chicago
(1967, Chicago, Illinois)
C’è stata un’età d’oro delle vocette, in cui potevi metter su dei coretti un po’ sdolcinati ed entrare nella storia del rock. Quel tempo finì con gli anni Settanta, che richiesero al rock durezza e purezza, rendendo fuori moda e invisi alla critica “seria” gente come i Bee Gees e i Chicago (che in più pretendevano di fare un grande uso di fiati). I Bee Gees avrebbero poi visto riconosciuta la loro grandezza, mentre i Chicago sono rimasti un’americanata melensa, agli occhi della storia. Agli occhi delle classifiche di vendita, però, si dà il caso che siano tra i dieci artisti che hanno venduto di più nella storia della musica statunitense, aspettando quindici anni a mettere le facce sulle copertine dei loro dischi (trenta, a questo punto) e senza che nessuno si ricordi il nome di uno solo di loro (il cantante di cognome faceva Cetera, figuriamoci). Sono di quelli che, alla radio, non smetteranno mai di metterli.

Does anybody really know what time it is?
 (Chicago Transit Authority, 1969)
Si dice che la prima volta che i Chicago suonarono dal vivo una canzone loro sia stata questa (e si chiamavano ancora Chicago Transit Authority: ma la società dei trasporti cittadina protestò per l’impostura, e loro sintetizzarono). Chissà se c’era già il lungo intro di pianoforte, assai superfluo. Ma quando attaccano i fiati, e arriva lui che pare Bacharach, è la fine del mondo. La storia è che tutti sono così presi e impegnati a non perdere tempo che non sanno più nemmeno che ora sia.

I’m a man
 (Chicago Transit Authority, 1969)
Questo erano i Chicago prima. Una band funkissima, di formidabile impatto dal vivo e di grande inventiva musicale, che pubblicava sventatamente solo dischi doppi e riusciva lo stesso a stravenderli. Con il gusto di mettere insieme suoni rock con quelli più jazz e soul (venivano pur sempre, alle volte le coincidenze, da Chicago). Questa, l’unica cover del loro primo disco (171 settimane in classifica), l’aveva scritta Steve Winwood ai tempi dello Spencer Davis Group.

Saturday in the park 
(Chicago V, 1972)
Wow. Il giro di ottoni bisognerebbe usarlo al posto delle marce di pompa e circostanza, anche quando la regina fa il suo ingresso ovunque lo faccia. Roba che metterebbe di buonumore un morto. I De La Soul la usarono per un campionamento rap, anni dopo.

If you leave me now 
(Chicago X, 1976)
“La” canzone dei Chicago: da qui in poi presero la piega delle grandi ballate sentimentali con cui sbancarono le classifiche (questa fu la loro prima numero uno nei singoli) e fecero storcere il naso a una parte dei fans e anche ad alcuni di loro stessi. A oggi è datato solo il “bridge” di chitarra: il resto è ancora perfetto.

Baby, what a big surprise (Chicago XI, 1977)
Che non è che non le sapessero fare, le ballatone sentimentali. Qui non c’è il refrain, di fatto, ma la strofa è un’impepata di cozze. Ci arrivarono al numero quattro in America: poche settimane dopo il chitarrista Terry Kath si sparò durante una festa, cercando di fare lo spiritoso con i presenti. Aveva trentadue anni.

Hard to say I’m sorry 
(Summer lovers, 1982)
Innamoràmose. O sparàmose pure noi. O saltiamo all’ultimo minuto, memoria di quello che fu.

Hard habit to break 
(Chicago XVII, 1984)
Questa si salva solo dove dice “now being without you…”. Quasi quasi la tolgo.

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