(AP Photo/Sergei Karpukhin)
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  • martedì 11 Dicembre 2018

Cento anni fa nacque Aleksandr Solženicyn

Fu il più famoso dissidente sovietico, autore di "Arcipelago Gulag", premio Nobel e uno dei più influenti autori della letteratura russa contemporanea

(AP Photo/Sergei Karpukhin)

«Soffiate via la polvere dai vostri orologi, sono rimasti indietro. Aprite le tende pesanti che vi sono tanto care – non lo sospettate nemmeno, ma là fuori sta già albeggiando». Così lo scrittore e dissidente russo Aleksandr Solženicyn si rivolgeva ai membri dell'”Unione degli scrittori sovietici”, che gli avevano appena comunicato la sua espulsione dall’organizzazione. Pochi mesi dopo Solženicyn avrebbe ricevuto il premio Nobel per la letteratura e avrebbe completato quello che è ancora oggi riconosciuto come il suo capolavoro, Arcipelago Gulag, una storia cruda e una dettagliata descrizione del sistema di prigionia sovietico. Solženicyn, oggi ritenuto uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea, era nato l’11 dicembre del 1918, esattamente cento anni fa.

La sua vita fu legata al regime sovietico fin dall’inizio. La sua famiglia, originaria della Russia meridionale, perse le sue ricchezze nel corso della Rivoluzione quando i suoi possedimenti terrieri furono trasformati in una fattoria collettiva. Solženicyn fu cresciuto con grandi difficoltà dalla madre – il padre era morto in un incidente di caccia prima che nascesse – ma nonostante i problemi, raccontò in seguito, crebbe rimanendo sempre convinto della superiorità del sistema socialista e di quanto fosse giusta la causa sovietica. Dopo essersi laureato in matematica, frequentando anche corsi di letteratura e filosofia, Solženicyn si arruolò nell’esercito e partecipò alla Seconda guerra mondiale come capitano di artiglieria.

Aleksandr Solženicyn in divisa da capitano dell’Armata Rossa nel 1944 (AP Photo)

Durante l’invasione della Germania, alla fine della guerra, Solženicyn assistette e probabilmente partecipò a crimini di guerra, sui quali negli anni successivi fece una lunga e dolorosa riflessione. Nel 1945 fu arrestato per alcuni riferimenti ingiuriosi al leader sovietico Stalin che aveva fatto in alcune lettere a un suo amico. Fu condannato a otto anni di lavori forzati, la tipica pena per quel tipo di reato nella Russia stalinista. Solženicyn trascorse questo periodo in una serie di campi di lavoro situati nelle aree più fredde e inospitali dell’Unione Sovietica, nella sporcizia, con poco cibo e costretto a compiere lavori estenuanti. Al termine della pena fu condannato all’esilio interno a vita in una piccola città del Kazakistan, dove rimase fino a una grande amnistia dei prigionieri politici ordinata nel 1956 da Nikita Chruscev, il nuovo leader sovietico arrivato al potere dopo la morte di Stalin tre anni prima.

Per tutta la sua vita Solženicyn era stato un appassionato di letteratura. Aveva scritto e preso appunti anche mentre si trovava in prigionia, e quando era sprovvisto di carta e penna componeva poemi che imparava a memoria. Per tutti quegli anni, raccontò, rimase convinto che nessuno tranne i suoi amici più cari avrebbe letto una sola riga di quanto aveva scritto. Nel 1961, però, la rivista Novy Mir accettò di pubblicare Una giornata di Ivan Denisovič, un romanzo in cui Solženicyn racconta la vita di un prigioniero politico in un campo di lavoro sovietico nei primi anni Cinquanta. Il testo fu approvato dallo stesso Chruscev, che all’epoca stava cercando di liberare l’Unione Sovietica dagli aspetti più deleteri del regime stalinista.

Dopo la caduta di Chruscev, la nuova leadership sovietica impose una nuova stretta alla censura. Mentre Solženicyn diventava una celebrità in Occidente, a parte alcuni lavori minori non riuscì a pubblicare più nulla nel suo paese fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Il suo lavoro principale, Arcipelago Gulag, terminato alla fine degli anni Sessanta, non fu pubblicato, con la polizia segreta russa che cercava di rintracciare le uniche tre copie circolanti nel paese. Nel 1970, quando l’Accademia di Svezia decise di assegnargli il Premio Nobel per la letteratura, Solženicyn preferì non andare a ritirarlo per timore che non gli sarebbe più stato possibile tornare nel suo paese. Non dovette aspettare molto: nel 1974 le autorità lo espulsero dall’Unione Sovietica.

Aleksandr Solženicyn con in braccio i suoi due figli, Yermolai e Ignat, insieme alla moglie Natalya al loro arrivo a Zurigo, in Svizzera, nel marzo del 1974 dopo l’espulsione dall’Unione Sovietica. (AP Photo/Heinz Ducklau)

Poche mesi prima del suo arrivo in Occidente, Arcipelago Gulag era stato pubblicato per la prima volta da una casa editrice francese. Il libro, composto da sette parti che si trovano in genere divise in tre volumi, è una storia del sistema di prigionia sovietico dalle sue origini sotto Lenin fino al regime di Stalin. L’ossatura del testo è il racconto della vita dei prigionieri, dal momento dell’arresto fino alla sopravvivenza quotidiana nei campi, che Solženicyn racconta attraverso la sua esperienza personale e quella di centinaia di altri testimoni. Ma nel libro si trovano anche analisi storiografiche e statistiche, oltre a riflessioni filosofiche sul regime sovietico e il suo rapporto con la natura umana.

Arcipelago Gulag non fu il primo libro a raccontare i gulag in Occidente, né Solženicyn il primo dissidente a raccontare di persona la sua esperienza, ma la pubblicazione e il suo esilio coincisero con un momento storico di particolare riflessione critica sull’Unione Sovietica, causato anche dall’intervento militare sovietico per stroncare la rivoluzione di Praga nel 1968. Arcipelago Gulag divenne così il libro sul tema che ebbe l’impatto maggiore sul grande pubblico europeo. A oggi si calcola che abbia venduto più di 30 milioni di copie.

Solženicyn trascorse gran parte del suo esilio negli Stati Uniti, dove tenne lezioni nelle principali università. All’epoca era una sorta di celebrità, apprezzato particolarmente dai conservatori e dalla nuova destra statunitense riunita intorno al presidente Ronald Raegan. Fu in quegli anni che molti intellettuali europei scoprirono che, oltre a essere un dissidente, Solženicyn era anche un fervente cristiano ortodosso e un nazionalista russo. Nei suoi discorsi pubblici condannò spesso la perdita di valori e la mancanza di fibra morale che secondo lui avevano colpito l’Occidente: attaccò la “cultura pop” ottenendo ancora più seguito tra i conservatori, ma perdendo il sostegno degli intellettuali più liberali e aperti. Negli anni Duemila si scoprì che a un certo punto i servizi segreti russi cessarono le operazioni di discredito nei suoi confronti poiché ritenevano che le sue vedute “reazionarie” gli avessero oramai alienato il pubblico statunitense.

Alla caduta del regime sovietico, nel 1990, Solženicyn ricevette di nuovo la sua cittadinanza russa e nel 1994 tornò nel suo paese. Trascorse gli anni successivi viaggiando per il paese, scrivendo e tenendo conferenze, celebrato e ammirato da tutti, un’ammirazione che crebbe ulteriormente dopo l’ascesa del presidente Vladimir Putin e la sua enfasi posta sul nazionalismo russo. Solženicyn è sempre rimasto un esponente della destra nazionalista russa, ma senza mai raggiungere l’estremismo intollerante di molti altri intellettuali del paese. Morì nel 2008, a 89 anni. Un anno dopo, Arcipelago Gulag diventò una lettura obbligatoria in tutte le scuole della Russia.