(Matt Kent/Getty Images)

Un sacco di canzoni di Paul Weller

Da solo, con gli Style Council e coi Jam, che sono da riascoltare tutte: oggi compie 60 anni

(Matt Kent/Getty Images)

Paul Weller, celebre cantante e chitarrista inglese, caso rarissimo di artista con carriere di successo paragonabili come solista e come leader di due diverse band, nacque a ovest di Londra il 25 maggio 1958, e oggi compie 60 anni. Queste sono le canzoni sue, dei Jam e degli Style Council che scelse il peraltro direttore Luca Sofri per il suo libro Playlist, la musica è cambiata.

Paul Weller
(1958, Woking, Inghilterra)
Uno dei più grandi artisti soul di tutti i tempi, ed è inglese e bianco. L’unico a comparire in tre voci distinte in questo libro (la sua, quella dei Jam, e quella degli Style Council), ha segnato la musica inglese per ormai trent’anni, facendosi nemici e adoratori, e cantando sempre un po’ scocciato. Molti al suo Paese lo ritengono il miglior cantautore che hanno: nel resto del mondo, invece, non lo capiscono tanto.

Above the clouds
(Paul Weller, 1992)
Malinconia e spaesamento autunnale, con un suono e una vocetta ancora un po’ Style Council.

You do something to me
(Stanley road, 1995)
Splendida, da come comincia, il modo in cui lui borbotta quasi seccato “iudusamthintumi”. A sentire come lo canta, sembrerebbe che non riesca a sopportarla, questa cosa che lei gli tocchi qualcosa di profondo: è davvero giù. Un sondaggio su internet ha concluso che “You do something to me” è la canzone romantica preferita dalle donne inglesi (davanti a “With or without you” degli U2).

Wings of speed
(Stanley road, 1995)
Piano e voce, una specie di pezzone alla Paul McCartney che ammoderna il tema di “Andavo a cento all’ora”. Qui è lei che deve correre da lui, ma in aeroplano (nei suoi sogni, il pilota è Gesù Cristo nientemeno).

Frightened
(Heliocentric, 2000)
Del non volersi alzare dal letto, certe mattine che il giorno prima è stato tremendo o che non c’è la persona che si vorrebbe.

Love-less
(Heliocentric, 2000)
“Love-less” e il suo pianoforte ricordano molto gli Style Council di Confessions of a pop group. E Bacharach.

All good books
(Illumination, 2002)
“È su quelli che usano la Bibbia o il Corano per i loro fini, corrompendoli”. L’andamento da passeggiata urbana è stupendo.

Thinking of you
(Studio 150, 2004)
“Tutti quanti, lasciate che vi dica del mio amore: me lo ha portato un angelo dal cielo”. In un disco di cover cercate col lanternino, Weller mise anche questa primaverile canzonetta delle Sister Sledge, che negli anni Settanta erano state la band gemella degli Chic, cavalcando la discomusic.

Close to you
(Studio 150, 2004)
Un vecchio pezzo dei Carpenters, una cosa da show televisivo, divertente.

Savages
(As is now, 2005)
Canzone della punizione divina sui “codardi selvaggi” che piantano pallottole nella schiena e spaventano bambini: gente senza dio, che l’amore punirà, calando sulla terra. Scritta prima degli attentati londinesi dell’estate 2005, uscì poco dopo, e sembrò apposta.

Come on let’s go
(As is now, 2005)
Gran rocchetto travolgente, come ai tempi dei Jam.

The Jam
(1972-1982,Woking, Inghilterra)
Per noialtri quaggiù erano la band di Paul Weller prima degli Style Council. Per i suoi compatrioti viceversa. Nei tre anni prima di sciogliersi furono quattro volte al numero uno. Molto inglesi, un po’ punk ma con una solida base rock melodica (e un debole per la cultura mod) e testi di critica politica e sociale. Sono riveriti come maestri da molte bands anglosassoni che sono venute dopo. Una musica tutta chitarra basso e batteria.

In the city
(In the city, 1977)
“Noi siamo i giovani, i giovani, i giovani, siamo l’esercito, l’esercito del surf”. No, non dice così, però ci va vicino. È un proclama mod che dice che siamo i nuovi venticinquenni e vi raccontiamo il nuovo che avanza e che siamo stufi che ci spariate addosso.

All around the world
(This is modern world, 1977)
Manifesto riformista contro i rivoluzionari estremisti. Al diavolo il punk e il suo disfattismo distruttivo (“what’s the point in saying destroy”), piuttosto “non possiamo ignorare quello che è stato”. Una versione strarock degli inni giovanilisti di dieci anni prima: “cerco qualcosa di nuovo, in tutto il mondo”. Appoggiata su un frastuono formidabile pre-Clash (però a Joe Strummer dei Clash non piacquero le dichiarazioni
provocatorie di Weller contro i conformisti della rivoluzione, e dopo i deludenti
risultati elettorali gli mandò un telegramma: “Maggie Thatcher vi aspetta per la
messa a punto degli obiettivi la prossima settimana”).

Down in the tube station at midnight
(All mod cons, 1978)
Fu boicottato dalla BBC, perché era il tremendo racconto della violenza dei tempi per le strade inglesi. Il narratore viene aggredito nella stazione della metropolitana da un
gruppo di skinhead mentre torna a casa dalla moglie che lo aspetta, e l’ultima
cosa a cui riesce a pensare è lei che sente aprire la porta con le chiavi di casa
che gli hanno portato via. Weller aveva vent’anni e se la prendeva anche con
parte del suo pubblico, non esattamente dei baronetti che avevano studiato a
Eton. Tiratissima, con un “u-o-oooo” contagioso e che si chiude proprio quando
vorresti sentirlo ripetersi altre quattro volte.

English rose
(All mod cons, 1978)
Ballata sentimentale piuttosto anomala nel repertorio Jam, ispirata dal tour americano e dalla lontananza dalla terra natìa e dalla fidanzata. Le parole sono così banali che finiscono per suonare del tutto sincere, e rivelatrici del legame della band con l’isola da cui proveniva.

The Eton rifles
(Setting sons, 1979)
Ispirata da uno scontro tra una manifestazione sindacale e degli studenti di buona famiglia, contesta le divisioni di classe in Inghilterra, chiamando alla resistenza le classi lavoratrici contro le élites uscite dal college di Eton e ironizzando sul fatto che le prime siano incapaci di organizzarsi contro le seconde, imbattibili e superiori in forza ed eleganza (“caricate le armi e poi fermatevi per il tè”). Il suono è da battaglia, il ritmo ska.

That’s entertainment
(Sound affects, 1980)
“That’s entertainment” è la più nota delle canzoni dei Jam, con un arrangiamento acustico in cui la batteria è quasi assente e tutto il ritmo lo fanno le chitarre. Il titolo è del tutto ironico, e nel refrain si oppone ai quadretti più o meno deprimenti di vita quotidiana della middle-class inglese ospitati nelle strofe. Un’altra interpretazione meno convincente sostiene che Weller veda qualcosa di sinceramente affascinante nelle scene descritte. In contraddizione a ciò che normalmente viene ritenuto “entertainment”.

Town called Malice
(The gift, 1982)
Basso e batteria sono ripresi pari pari da “You can’t hurry love” e dal genere Motown, e il tutto non è così diverso da alcune delle pri- me cose degli Style Council.

Going underground
(Dig the new breed, 1982)
Anche qui somigliamo parecchio a Clash della coeva “Spanish bombs”, per esempio. Ce l’ha non solo con i governi bellicisti, ma soprattutto con la pigrizia supina di chi li sostiene.

The bitterest pill (I ever had to swallow)
(Snap!, 1983)
E qui eravamo già belli che pronti per gli Style Council: canzonetta sentimentale, archi e cori femminili. E persino “yeh, yeh”. Solo un’insistente batteria a ricordare da dove venivano.

Beat surrender
(Snap!, 1983)
L’ultimo singolo dei Jam, un altro numero uno nelle charts inglesi. Cominciava persino con un pianoforte, proseguiva con dei fiati, ma almeno riprendeva il ritmo tiratissimo degli anni precedenti. “Come on boy, succumb to the beat surrender!”. State allegri, la musica è cambiata.

The Style Council
(1983-1989, Londra, Inghilterra)
Gli Style Council erano due, Mick Talbot e Paul Weller (che veniva dal rock
arrabbiato dei Jam e sarebbe andato oltre in una lunga carriera da solista).
Per sei anni guidarono l’ala raffinata e fighetta della new wave britannica
anni Ottanta, quella degli Everything but the Girl e di Sade, lasciando
alcune tra le canzonette meglio confezionate di quel periodo.

The Paris match
(Introducing the Style Council, 1983)
Il primo manifesto del cosmopolitismo modaiolo degli Style Council: suoni rilassati e testi rilassanti, con alcuni versi in francese. Come altre canzoni di questo EP, anche questa venne riutilizzata per il primo vero disco degli Style Council, Café Bleu, ma allora a cantarla fu Tracey Thorn.

Long hot summer
(Introducing the Style Council, 1983)
Questa è la piega creativa che avrebbe potuto prendere la lounge anni dopo, se non avesse invece prevalso la corrente monocorde-ripetizione-all’infinito-di-un-modulo-qualsiasi. Uno dei primi singoli che svelarono gli Style Council e l’identità rivoluzionata di Paul Weller, superati i Jam. Languido e malinconico rimpianto di un amore e di un’estate che non furono.

My ever changing moods
(Café bleu, 1984)
Uscì prima come singolo nella
versione vivace, ma il suo meglio lo dà in Café bleu con il solo pianoforte,
malgrado la contraddizione tra l’essere “preso in un vortice” e l’andamento lento
e notturno.

The lodgers
(Our favorite shop, 1985)
Il disco che si chiamava Our favorite shop tornò a inclinarsi verso temi “politici”, come ai tempi dei Jam. Obiettivi, il thatcherismo e l’individualismo egoista delle classi alto-borghesi, con le loro vanità immobiliari.

Boy who cried wolf
(Our favorite shop, 1985)
Vecchia storia, lui l’ha sempre data per scontata e ogni volta che la voleva lei c’era. Poi lei si è stufata, e l’ha mollato, e lui è lì a leccarsi la ferite, a dirsi che-stupido-sono-stato e a canticchiare “like the boy who cried wolf…”.

A woman’s song
(Cost of loving, 1987)
In un disco non molto riuscito, ma con una bella copertina arancione, diedero da cantare alla fedele corista Dee C. Lee (protagonista anche di una breve carriera solista) questa ninna nanna, in cui una mamma investe di speranze il piccoletto dopo aver passato qualche guaio.

It’s a very deep sea
(Confessions of a pop group, 1988)
Che il nuovo disco degli Style Council cominciasse uguale a “I will survive” di Gloria Gaynor fu già spiazzante. Che poi si rivelasse invece una specie di progressive anni Ottanta fu un disastro commerciale. «Una cosa concettuale che comprendeva alcune cose classiche, non mi importa quanto fosse presuntuoso. Ascoltavo Debussy, che è anche citato, a un certo punto». La prima canzone, con molto pianoforte, fa già capire che la musica è cambiata. Ma col disco successivo, arriverà la house music.

Confessions 1, 2 & 3
(Confessions of a pop group, 1988)
Qui, insieme al pianoforte arrivano dei fiati da show a Las Vegas, e Paul Weller che arringa il pubblico, in smoking.

Promised land
(The singular adventures of the Style Council, 1989)
Spettacolare e tiratissimo pezzo dei primi tempi dell’house music, raccolto dagli Style Council alla loro ennesima balzana svolta. Contemporaneamente misero insieme un
intero album house, su cui nessuno volle investire. Una decina di anni dopo, fu
pubblicato in cd senza che se ne accorgesse nessuno. “Promised land” l’aveva
scritta Joe Smooth, animatore della scena house di Chicago. Il testo è
tipicamente gospel: fratelli e sorelle, un giorno saremo liberi e raggiungeremo la
terra promessa. Quelle cose lì.