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  • venerdì 26 gennaio 2018

Il problema di comunicare con chi ci sarà tra centomila anni

Negli anni, il problema di gestire le scorie nucleari, tenendole isolate in luoghi dove non possono nuocere alle persone, ha obbligato gli scienziati a interrogarsi su un’altra questione, collegata alla prima: visto che i materiali radioattivi continuano a essere pericolosi per migliaia di anni, dovremmo avvertire gli esseri umani del futuro remoto di non avvicinarsi troppo.
Come possiamo farlo tenendo conto che nessun linguaggio scritto e nessuna lingua della storia è mai durata per così tanto tempo?

Non si può escludere che fra centomila anni l’umanità potrebbe essersi estinta, oppure aver subito una forte involuzione tecnologica ed essere tornata all’età del bronzo. Per questo né gli alfabeti né le lingue attuali vanno bene e nemmeno i simboli che comunemente associamo al concetto di pericolo, visto che nel tempo potrebbero cambiare significato. In un video Vox ha riassunto le riflessioni fatte dagli scienziati su questo tema dagli anni Sessanta a oggi. Una delle idee per risolvere il problema, pensata dai filosofi François Bastide e Paolo Fabbri nel 1984, era basata sull’uso di gatti modificati geneticamente per illuminarsi in presenza di oggetti radioattivi.

Cosa ci sarà tra centomila anni

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