Un tempo qui era tutto Anita Baker

Con un paio di dischi soul si fece ammirare per buona parte degli anni Ottanta, poi si fece da parte: e oggi compie 60 anni

Anita Baker nel 2013 a Los Angeles, California (Kevin Winter/Getty Images for BET)

Anita Baker ha compiuto 60 anni: è nata il 26 gennaio 1958 a Toledo, Ohio, e per un un pezzo degli anni Ottanta ebbe un enorme successo mondiale come cantautrice soul, di quel soul sul versante elegante e raffinato, “per adulti”, a partire soprattutto dalla bellezza classica e profonda della sua voce. Dopo, fece dischi di minore popolarità pur restando modello per molte cantanti più giovani, e progressivamente si ritirò dalla musica, avendo vinto in tutto otto premi Grammy: poche settimane fa ha annunciato un “tour d’addio” che inizierà a marzo.
Questa è una scelta di canzoni di Baker fatta da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, nel suo libro Playlist, la musica è cambiata.

Anita Baker (1958, Toledo, Ohio)
Elegante signora del pop-soul cresciuta a Detroit (aveva 25 anni quando fece il primo disco, ma sembrava già un’elegante signora). Notevole voce patinata, canzoni romantiche e zuccherose, convinse tutti con il secondo disco, che spopolò in mezzo mondo, poi ci tirò avanti per il resto della carriera.

Sometimes 
(The songstress, 1983)
Quando il disco successivo fece il botto, tutti si precipitarono a recuperare il primo, The songstress. Gli mancava un niente, un tocco, rispetto a Rapture; e “Sometimes” ce l’aveva, quel tocco, nel modo in cui lei dice “sometimes… you win”.

Caught up in the rapture (Rapture, 1986)
Una caramellina di canzone da pubblico adulto e che aspetta ospiti a cena. Anacronistica allora, lo rimase poi, nel senso migliore.

Sweet love 
(Rapture, 1986)
Rapture si prese due dischi di platino, e un Grammy. Un altro andò a “Sweet love”, il primo singolo. Anita Baker ne vinse poi ogni anno per cinque anni di seguito, e poi ancora nel 1996.

Mystery
 (Rapture, 1986)
“Mystery” l’aveva scritta Rod Temperton, un inglese specializzato in canzoni per neri americani (è quello che ha scritto “Thriller”). C’è chi preferisce la precedente versione dei Manhattan Transfer, ma qui c’è il trillo iniziale.

Giving you the best that I got (Giving you the best that I got, 1988)
Quello che lei sostiene di dare a lui, non è il meglio che può (“the best that I can”), che sarebbe già stata una sincera e umana dichiarazione di equilibrio e di coscienza dei propri mezzi: dice che gli sta dando il meglio che ha, nel senso – è bello pensarlo – che il peggio cerca di tenerselo per sé. E anche una percezione del proprio peggio testimonia un’obiettività apprezzabile. Due anni dopo Rapture, ancora qualche bagliore di gran classe.

You’re my everything 
(My everything, 2004)
Eccoci qua: sono passati quasi vent’anni e questa è una canzone che poteva stare benissimo nei suoi primi dischi e nessuno si sarebbe accorto della differenza. Per i critici è un difetto, per i fans che aspettano il ritorno, una garanzia.

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