(AP Photo/Lenny Ignelzi)
  • Scienza
  • giovedì 29 Settembre 2016

Perché non possiamo farci il solletico da soli?

È uno dei grandi misteri della mente umana: se ce lo fa qualcuno cominciamo a ridere, se ce lo facciamo da soli, niente

di Rachel Feltman e Sarah Kaplan – The Washington Post
(AP Photo/Lenny Ignelzi)

I motivi per cui non è possibile farsi il solletico da soli, ma si inizia a ridere solo quando è qualcun altro a farlo, sono uno dei grandi misteri della mente umana. La nostra incapacità di farci il solletico da soli ha a che vedere con la nostra autoconsapevolezza: anche se non ci pensiamo, sappiamo sempre dove sono le nostre gambe e le nostre braccia, e cosa sta facendo il nostro corpo.

Sarah-Jayne Blakemore, una neuroscienziata della University College London, ha usato dei macchinari per la risonanza magnetica funzionale allo scopo di monitorare la reazione di alcune persone al solletico indotto da un ricercatore. Blakemore ha poi confrontato il risultato con quello ottenuto quando le stesse persone hanno tentato di farsi il solletico da sole. Quando è stata un’altra persona a far loro il solletico, la corteccia somatosensoriale (la parte del cervello responsabile del tatto) e la corteccia cingolata anteriore (che gestisce le emozioni, il senso di gratificazione e il controllo degli impulsi) dei partecipanti all’esperimento si sono attivate moltissimo. Quando però le stesse persone si sono fatte il solletico da sole, queste aree sono rimaste relativamente “spente”, mentre il cervelletto – che è coinvolto nel coordinamento e nella regolazione dell’attività muscolare – è entrato in funzione. Queste osservazioni hanno portato Blakemore a concludere che in qualche modo il cervelletto è coinvolto nella previsione delle specifiche sensazioni indotte da certi movimenti, e smorza in anticipo la risposta del cervello. In altre parole, il cervelletto sa dove sta andando la mano, sa che sta per provocare una sensazione strana e blocca la reazione della corteccia somatosensoriale prima ancora che la persona inizi a ridacchiare.

La domanda è: perché succede? Per poter capire i motivi di questa reazione del nostro corpo, dobbiamo prima pensare al perché gli essere umani soffrono il solletico. La domanda ha origini antiche, e se la pose anche Charles Darwin. Nel 1897 gli psicologi Stanley Hall e Arthur Allin coniarono i primi termini tecnici per descrivere il solletico: “knismesi”, la sensazione di prurito suscitata da un leggero tocco sulla nostra pelle, e “gargalesi”, la sensazione molto più misteriosa che ci porta a ridere e può essere provocata solo da un’altra persona. «Non è difficile immaginare una funzione evolutiva per la knismesi», ha scritto in un capitolo di un libro sull’argomento la psicologa della University of California di San Diego Christine Harris. «La sensazione di fastidio ci spinge a grattare o sfregare il punto del corpo che è stato solleticato, rimuovendo così gli insetti e i parassiti che potrebbero essere sulla nostra pelle in quel momento». Molti mammiferi hanno questa reazione quando vengono toccati in modo lieve, ma per quanto ne sappiamo la gargalesi viene solo ai primati.

La primatologa Marina Davila Ross ha condotto diversi esperimenti in cui ha solleticato esemplari giovani di oranghi, gorilla, scimpanzé e bonobo, registrando poi i versi da loro prodotti, simili alle nostre risate. Gli scimpanzé assumevano addirittura la “faccia tipica da risata”, sorridendo e tirando fuori i denti mentre giocavano. Ross crede che gli esseri umani abbiano ereditato la capacità di ridere dall’ultimo antenato che hanno avuto in comune con le grandi scimmie. Curiosamente, uno studio del 2000 ha rilevato che quando vengono solleticati dagli scienziati, i ratti da laboratorio emettono lo stesso suono acuto di quando giocano tra loro.

Non è del tutto chiaro quale possa essere il vantaggio dal punto di vista evolutivo di questo tipo di sensibilità al solletico. Secondo alcune persone, le risate – comprese quelle da solletico – sono legate all’intelligenza sociale. Per gli animali che devono vivere e lavorare in gruppo, stabilire rapporti amichevoli e scherzosi è utile. Robert Provine, uno psicologo della University of Maryland, ha suggerito che il solletico sia un mezzo di comunicazione tra i genitori e i bambini piccoli prima che questi imparino a parlare. Ridere in risposta a un tocco giocoso può essere un riscontro positivo per i genitori, che aumenta la loro attenzione e le possibilità di sopravvivenza dei bambini. Secondo un’altra teoria, la sensibilità al solletico spinge a proteggere le aree vulnerabili del nostro corpo – stomaco, ascelle, piante dei piedi – il che porta ad avere un vantaggio adattivo nei combattimenti corpo a corpo.

Harris, tuttavia, ha evidenziato come questa teoria non spieghi perché dovremmo ridere e sorridere quando qualcuno ci solletica la pancia. Forse il solletico ci fa ridere e contorcere per incoraggiare l’altra persona a continuare e spingere noi stessi a difenderci. «Così facendo si incoraggia a giocare alla lotta, che potrebbe favorire lo sviluppo e l’acquisizione di tecniche di combattimento e altre capacità vantaggiose dal punto di vista della sopravvivenza», ha scritto Harris. La ricerca di Harris suggerisce che la sensibilità al solletico sia una reazione fisiologica automatica di basso livello, un comportamento biologico su cui non abbiamo un controllo cosciente. Da questo punto di vista, è molto simile a quando reagiamo trasalendo a qualcosa che ci coglie di sorpresa, spiega Harris: è una sensazione che non possiamo controllare né indurre, perché se gli impulsi sul movimento muscolare nel cervelletto avvertissero cosa sta per succedere, il nostro cervello bloccherebbe la reazione fisiologica. Dal punto di vista evolutivo, il sistema ha un vantaggio ovvio: ci tiene in allerta sulla presenza di possibili predatori, ma ci evita di perdere tempo ed essere colti alla sprovvista dai nostri stessi movimenti, che non ci faranno del male.

Esistono però metodi per farsi venire il solletico da soli. Nei suoi studi sul solleticamento auto-indotto, Blakemore ha usato macchinari per creare un breve ritardo tra il gesto della mano del soggetto e l’effettivo movimento fatto per provocare il solletico. Più aumentava il ritardo, più il soggetto avvertiva una sensazione di solletico. «Quindi potrebbe essere possibile farsi venire il solletico da soli, se si è disposti a investire in un paio di robot», ha scritto Blakemore sulla rivista Scientific American. Il professore della Monash University Jakob Hohwy è riuscito a ottenere il solletico auto-indotto ingannando i partecipanti a uno studio, a cui ha fatto credere di essere nel corpo di un’altra persona (i soggetti indossavano occhiali collegati a una telecamera montata sulla testa di un altro partecipante). Hohwy ha anche scoperto che le persone affette da schizofrenia hanno maggiori possibilità di farsi il solletico da sole.

Anche se può sembrare stupido, Hohwy sostiene che questo studio possa aiutare gli scienziati a capire come gli esseri umani percepiscono il mondo. Hohwy pensa che i nostri cervelli siano dei «verificatori di ipotesi», in grado di imparare confrontando le aspettative sull’ambiente esterno con le nostre percezioni effettive. «È una funzione costante e continua: le previsioni che facciamo vengono confrontate con quello che succede nella realtà, e gli errori vengono poi corretti», ha detto Hohwy in un comunicato. «Questo potrebbe spiegare i tratti fondamentali della percezione, dell’apprendimento e delle azioni umane, dalla nascita in avanti».

© 2016 – The Washington Post