(MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 29 Settembre 2016

La libreria più famosa al mondo

È la Shakespeare and Company di Parigi, che ha ospitato scrittori come Hemingway e Fitzgerald e che ora ha pubblicato un libro che racconta la sua storia

di James McAuley – The Washington Post
(MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Shakespeare and Company, un piccolo negozio dall’aspetto fatiscente sulla Rive Gauche di Parigi, è forse la libreria più famosa del mondo. Fu la prima a pubblicare la versione completa dell’Ulisse di Joyce quando nessun altro voleva farlo, e per decenni è stata un salotto informale – e a volte anche una camera da letto – per molte delle figure più rispettate della letteratura moderna, come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Jack Kerouac, ­Allen Ginsberg, Lawrence Durrell e Anaïs Nin. Questa settimana, la libreria dalla vetrina colorata che si trova al 37 di Rue de la Bucherie ha pubblicato un libro che racconta in modo dettagliato la sua storia, che iniziò nel 1919 in una sede diversa da quella attuale. Ci sono voluti diversi anni per completare il libro, che ha quasi 400 pagine tra testo, testimonianze e fotografie prese dal caotico archivio della libreria: è stipato in scatole tutte diverse in un armadio che si raggiunge salendo tre piani su una rampa di scale irregolari. Il progetto, pensato per essere un libro di memorie più che uno di storia, è in sostanza un rigoroso tentativo di spiegare cos’è esattamente Shakespeare and Company.

Per George Whitman, l’ex proprietario americano della libreria – che visse nel piccolo appartamento sopra il negozio fino quando morì nel 2011, a 98 anni – Shakespeare and Company era molte cose. Whitman la descrisse in modo sintetico ed efficace come «un’utopia socialista travestita da libreria», un’espressione di entusiasmo bohémien in cui i visitatori rimanevano a dormire al piano di sopra e veniva servito vino rosso in scatolette di tonno vuote. Ma George, com’era conosciuto da molte persone, considerava la sua libreria anche un’opera d’arte vivente. «Ho creato questa libreria nel modo in cui un uomo scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come se fosse un capitolo», raccontò. «Voglio che le persone aprano la porta nello stesso modo in cui aprono un libro; un libro che porta nel mondo magico della loro immaginazione».

Non fu Whitman a fondare la libreria, ma Sylvia Beach, che aprì la Shakespeare and Company originale nella vicina Rue de l’Odeon. La libreria dovette chiudere nel 1941 durante l’occupazione nazista di Parigi, quando Beach, insieme a migliaia di altre persone, fu portata in un campo di concentramento. Alla fine degli anni Cinquanta, Beach cedette il nome Shakespeare and Company a George Whitman, che poi chiamò la sua unica figlia come la precedente proprietaria della libreria. Oggi, la 35enne Sylvia Beach Whitman gestisce Shakespeare and Company con il suo compagno David Delannet: i due si conobbero quando lui, che studiava filosofia a Parigi, entrò un giorno nella libreria mentre Beach stava smistando i libri. «Credo che David abbia capito in fretta che se ci fossimo messi insieme», ha raccontato Sylvia Beach di recente, «anche la libreria sarebbe dovuta diventare parte del suo mondo».

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Silvya Beach con il compositore americano George Antheil che cerca di arrampicarsi al primo piano della Shakespeare and Company nella sua sede originale di Rue de l’Odeon, intorno al 1935 (Paul Almasy/Three Lions/Getty Images)

George Whitman arrivò a Parigi dopo la fine della Seconda guerra mondiale per studiare alla Sorbona grazie al G.I. Bill – una legge americana che offriva ai reduci della guerra diversi finanziamenti, tra cui la copertura delle spese universitarie – e non se ne andò più. Aveva accumulato così tanti libri che decise di aprire una libreria. Nella primavera del 1950 scrisse sul suo diario: «Spero che alla fine troverò una nicchia da cui poter guardare al sicuro l’orrore e la bellezza del mondo». Shakespeare and Company diventò quella nicchia, in cui Whitman ospitava letture, improvvisava cene e, successivamente, si presentava dai dignitari in visita nella libreria in pigiama o con una giacca in cachemire che non faceva lavare mai o quasi.

La libreria diventò un rifugio per generazioni di scrittori erranti che si presentavano improvvisamente nel negozio e iniziavano a viverci. George li chiamava “tumbleweed“, “rotolacampi“, e l’accordo prevedeva che se avessero lavorato due ore al giorno – oltre a promettere in modo vago di leggere un libro ogni giorno – avrebbero potuto dormire gratis nella libreria sulle brande nascoste tra le pile di libri, per poi lavarsi nei vicini bagni pubblici. «Non siate inospitali con gli sconosciuti», si legge su un cartello che è ancora appeso nel negozio a mo’ di motto, «potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie». L’unica altra cosa richiesta ai tumbleweed – prima da George e ora da Sylva – è scrivere un’autobiografia di una pagina: i visitatori che vogliono farlo usano ancora una della macchine da scrivere della libreria e fogli di carta celeste. Shakespeare and Company ha raccolto migliaia di testimonianze, alcune lasciate dai figli dei tumbleweed del passato. «Molti di loro hanno un’età precisa», ha raccontato Sylvia di recente, sfogliando un libro che raccoglie le autobiografie degli ospiti della libreria. «È l’età in cui si cerca la propria strada. Non c’è posto migliore per farsi queste domande del centro di Parigi, circondati da storie». Figurativamente, certo, ma anche letteralmente: alla Shakespeare and Company le pile di libri possono essere usate come sedie e, a volte, come cuscini.

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La vetrina della Shakespeare and Company (MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images))

Jessica Thompson, una tumbleweed di vent’anni della Nuova Zelanda, ha raccontato che la bizzarra miscela di finzione e realtà della libreria è stata uno stimolo preziosissimo per la sua scrittura. «Sei obbligata a buttare giù le parole sulla pagina», ha detto Thompson, «sei obbligata a farlo». Anche se non viene fuori niente di buono, «perlomeno esce fuori qualcosa». Anneli Knight, una ragazza 18 anni, è un’altra tumbleweed di Shakespeare and Company. Nata e cresciuta in una fattoria nello Buckinghamshire, in Inghilterra, Knight ha raccontato di non avere piani per l’immediato e di voler restare nella libreria finché non la «buttano fuori». Anche lei sta lavorando a un romanzo – Memorie di lei è il titolo provvisorio – che parla di un uomo in terapia che deve affrontare il suicidio della donna che amava. «Fa parte della magia di questo posto», ha detto Sylvia. «Tutti hanno una storia da raccontare».

Il titolo del libro si ispira a quello del libro di memorie mai finito di Whitman, The Rag & Bone Shop of the Heart, un verso della poesia di W.B. Yeats La diserzione degli animali del circo. Contiene centinaia di testimonianze lasciata dai tumbleweed nei decenni passati, dei ragazzi le cui “scale” – per citare la poesia di Yeats – iniziarono nella libreria per poi sfociare in pubblicazioni letterarie, posizioni da professori universitari o in vite di famiglia in sobborghi tranquilli. Sfogliando il libro si capisce che il punto è sempre stato far partire questi viaggi.

© 2016 – The Washington Post