La copertina del libro
  • Cultura
  • mercoledì 25 Novembre 2015

Di cosa parla “I miei piccoli dispiaceri”, che ha vinto il premio Sinbad

Cioè quello delle case editrici indipendenti: il romanzo è una storia di sorelle, simile a quelle vere, scritta dalla canadese Miriam Toews

La copertina del libro

Venerdì 20 novembre, il romanzo I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, ha vinto il premio per la narrativa straniera della prima edizione del Premio Sinbad degli editori indipendenti. Nel 2014 il romanzo – All my puny sorrows in inglese – è entrato nella lista dei migliori libri dell’anno di molti quotidiani americani, tra cui Washington Post, New Republic, Boston Globe e Daily Telegraph. La motivazione della giuria formata da Concita De Gregorio, Michela Murgia, Nicola Lagioia, Marco Missiroli e Simonetta Bitasi, inizia citando Anna Karenina: «Ci sono le famiglie felici, ma con quelle non ci si fa un romanzo».

Miriam Toews è una scrittrice canadese, nata nel 1964 vicino a Winnipeg, nella provincia di Manitoba in una famiglia di culto mennonita, la maggiore tra le chiese anabattiste. In tutti i suoi libri, Miriam Toews racconta il modo in cui la libertà individuale è limitata e influenzata dalla comunità in cui si cresce. Toews ha scritto sei romanzi, cinque dei quali tradotti in italiano: il primo, Un complicato atto d’amore, A complicated kinderness, nel 2005 da Adelphi, tutti gli altri da Marcos y Marcos. Oltre alle opere di narrativa, Toews ha scritto anche Swing Low: A Life, la biografia di suo padre Melvin che il 13 maggio 1998 si suicidò buttandosi sotto un treno. Dodici anni più tardi, nella primavera 2000, a suicidarsi fu Marjorie, la sorella di Miriam, una brava pianista che aveva fatto concerti in Europa.

I miei piccoli dispiaceri – tradotto da Maurizia Balmelli, il disegno di copertina è di Lorenzo Lanzi, il disegnatore delle copertine Marcos y Marcos – ha molte somiglianze con la realtà. Il romanzo racconta proprio il rapporto tra due sorelle, Elfrieda e Yolandi von Reisen. Esattamente come Marjorie, anche Elf è una pianista di talento che gira l’Europa per fare concerti. È sempre stata lei la più bella e dotata. È spiritosa, geniale e gli uomini per lei fanno pazzie. Yoli, invece, è un disastro, ha fatto figli con uomini diversi e combina sempre casini.

Alla vigilia di un tour importante, però, Elf tenta il suicidio, per la seconda volta in vita sua. È lei la più fragile: nonostante la bellezza e il successo è terrorizzata dall’idea di avere dentro di sé un pianoforte di vetro che può andare in pezzi da un momento all’altro. Non vuole più vivere. Da quel momento, per Yoli, la sorella incasinata, salvare Elf, o almeno convincerla a vivere, diventa una missione, e questo anche se acconsente ad accompagnarla in una clinica Svizzera dove praticano l’eutanasia assistita. Tra loro c’è una specie di lotta che alterna momenti di pazzia, odio e amore, che rendono impossibile distinguere tra la forza e la fragilità, dove scene drammatiche e scene comiche si susseguono, perché le cose si mischiano sempre. La voce narrante del romanzo – che non ha scene madri e dialoghi diretti – è quella di Yoli: «E tu che cos’hai fatto di bello? ha chiesto. Oh, non saprei, ho detto io. Niente di che. Ho imparato a essere una buona perdente».