Dieci canzoni di Eric Clapton

Compresa quella con una storia molto famosa e molto triste, da riascoltare oggi che compie 70 anni

Eric Clapton è nato a Ripley, nella contea inglese del Surrey, il 30 marzo 1945: oggi compie 70 anni. Queste sono le dieci canzoni che Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, ha scelto per il suo libro Playlist: c’è quella con la storia molto famosa e molto triste, scritta per la morte del figlio Conor avuto da Lory Del Santo, e c’è quella che segretamente parlava della moglie di George Harrison.

Eric Clapton
(1945, Ripley, Inghilterra)
Rarissimo caso di longevo mito del rock, con tanto di casini e traversie di ogni genere, impersonato da un uomo di reticente eleganza e sobrietà. Comunque: uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, uno dei Cream, uno degli Yardbirds, uno dei Blind Faith, e uno di almeno altre quattro bands. Ma si convinse anche a cavarsela da solo.

Badge
(Goodbye, 1969)
La scrisse con George Harrison e la incise con i Cream. Il titolo non c’era ancora, ma qualcuno lesse sugli spartiti “badge” invece che “bridge” (il ponte, elemento di raccordo tra ritornello e strofa) e pensò si chiamasse così, anche se non c’entra niente. Inoltre, è un caso raro che un personaggio di una canzone si chiami “Mabel”, ma doveva fare rima con “table”. E anche il resto delle parole non ha molto senso compiuto (di fatto, alcuni versi furono raccolti dai deliri di Ringo Starr ubriaco).

Blues power
(Eric Clapton, 1970)
Più un rock’n’roll che un blues. Portentosa esercitazione di assolo di chitarra, una pacchia nella versione live di Just one night.

Layla
(The history of Eric Clapton, 1972)
A quei tempi la band di Clapton si chiamava Derek and the Dominos: si erano messi insieme dopo aver lavorato al primo disco di George Harrison. E Clapton era innamorato della moglie di George Harrison, Patti. Già. “Layla” (nome preso alla protagonista di un poema persiano) è lei, e non ne voleva sapere. E George Harrison era un grande amico di Clapton. Quindi dentro “Layla” c’è tutto questo tormento, che produce uno dei più grandi riff di chitarra della storia (creato da Duane Allman degli Allman Brothers) e la geniale invenzione della coda di pianoforte. Come se non bastasse, degli esecutori della canzone uno morì di lì a un anno, uno dieci anni dopo, e uno fu arrestato per omicidio. E Clapton passò un lungo periodo fulminato dall’eroina. Aspettate: nove anni dopo Patti ed Eric si sposarono (si separarono dopo altri nove anni, quando lui si mise con Lory del Santo). George Harrison suonò al matrimonio. Passò altro tempo, “Layla” finì sui titoli di coda di Goodfellas, e la canzone rinacque nuova, addomesticata e blues nel disco dal vivo Unplugged.

Let it grow
(461 Ocean boulevard, 1974)
Per uno che aveva avuto i suoi disastri con le droghe, “lascia che cresca e sbocci” pare un’allusione troppo vegetale. Ma parla solo d’amore, tranquilli. 
Il riff è molto “Stairway to heaven”. Nel coro c’è Yvonne Elliman, assurta poi a un assai diverso momento di popolarità con “If I can’t have you”, nella colonna sonora della Febbre del sabato sera.

Cocaine
(Slowhand, 1977)
Pezzo da museo, detto in senso buono. L’aveva scritta J.J. Cale, e Clapton è andato con gli anni insistendo sempre di più sulla non convincentissima tesi che fosse una canzone contro la cocaina. Il riff è una specie di contrazione di quello di “The sunshine of your love”, pubblicata coi Cream anni prima. Si consiglia la versione dal vivo in Just one night.

Wonderful tonight
(Slowhand, 1977)
Alcuni sostengono che nacque dall’impazienza di Clapton per i tempi lunghi di Patti quando bisognava uscire, di cui parla nei primi versi. Ma lui deve aver temuto liti coniugali, e l’ha convertita in una grandissima canzone d’amore. La parte migliore è quando lui ha bevuto troppo alla festa e le dà le chiavi della macchina e lei se lo porta a casa, e lui continua a dirle che è meravigliosa. “Dietro ogni uomo di successo c’è una donna che alza gli occhi al cielo” diceva quel film con Jim Carrey. In Just one night l’esecuzione è più lenta, e ancora più sentimentale.

Promises
(Backless, 1978)
Canzonetta, carina, su un rapporto libero e leggero: forse troppo libero e leggero. La-là la-la la-la-là…

Behind the mask
(August, 1986)
Era un periodo strano: il disco dedicato al bambino, la sbandata per gli abiti di Versace, l’inclinazione più pop con la produzione di Phil Collins. Ci stette anche questa cover di un pezzo della Yellow Magic Orchestra di Ryuichi Sakamoto. Bel ritmo, ma niente a che fare con Clapton.

Tears in heaven
(Rush, 1992)
Provate solo a sapere questo. Quando Eric Clapton nacque, a Ripley nel Surrey, sua madre aveva sedici anni e suo padre era un pilota canadese che se l’era già battuta, tornando dalla moglie (molto più tardi, Clapton ne scrisse in “My father’s eyes”). Fino a nove anni crebbe allevato dai nonni convinto che fossero i suoi genitori, e che sua madre – che se ne andò dopo aver sposato un altro soldato canadese – fosse sua sorella.
E ora provate a sapere questo: nel 1986, ad agosto, nacque Conor, figlio di Lory Del Santo. Clapton intitolò August il suo disco successivo. Il 20 marzo 1991 Conor morì, precipitando dal 53esimo piano di un grattacielo di New York. Questa è la canzone che parla di Conor.

Signe
(Unplugged, 1992)
“Uè, non penserete mica che sap
pia fare il fenomeno solo con la chitarra elettrica?”. Virtuosismo strumentale che apre lo stupendo concerto Unplugged.