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  • giovedì 17 Aprile 2014

La prima volta che ho suonato al buio

Il pianista Cesare Picco racconta in un libro come nacque la sua idea di tenere dei concerti in cui nessuno vede niente, e tutti vedono un sacco di cose

di Cesare Picco

Cinque anni fa Cesare Picco – pianista e compositore, e autore di un blog sul Post – inventò un’idea di concerto che da allora ha portato con successo in molti posti del mondo: “Blind date” è un’improvvisazione di pianoforte in pubblico, al buio, buio completo. In un libro appena uscito per l’editore ADD – Musica nel buio – Picco racconta il senso di quell’idea, la storia della sua costruzione e delle sue implicazioni ideali e pratiche, fin da quando quell’idea gli venne in mente e la propose per la prima volta ad alcuni amici. Il nuovo disco di Cesare Picco si chiama Secret Forest.

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Suono a occhi chiusi. Da sempre. Tutti i musicisti, dilettanti o professionisti, lo fanno. È un istinto naturale. Chiudo gli occhi per concentrarmi, per entrare totalmente nell’ascolto dei suoni che sto creando. Chiudono gli occhi le rockstar negli stadi davanti a centomila persone, i suonatori ambulanti, i cantanti di liscio nelle balere. Amo i direttori d’orchestra che guidano i loro musicisti a occhi chiusi: novanta persone comandate da un uomo che usa gli occhi non per guardarle, ma per ascoltarle profondamente.
Se chiudo gli occhi, ho il privilegio di guardare al mondo in altro modo. Amplifico il suono di me stesso, quel suono che cerco come il rabdomante l’acqua. Tutto è possibile a occhi chiusi. Un altro mondo è possibile. Chiudo gli occhi, il mondo scompare. Rimango finalmente solo. Solo con il mio suono.

È la sera del 21 maggio 2009 e mi trovo a Milano nella sala principale di uno studio di registrazione sui Navigli. Sono fermo, in piedi, di fianco al pianoforte a coda storico. «Ci ha suonato sopra anche Duke Ellington», mi confida il padrone di casa che mi ha accolto nei suoi studi assieme a una ventina di amici per un esperimento di cui nessuno dei presenti conosce ancora i contenuti.
«Venite per favore», ho semplicemente detto loro al telefono qualche giorno prima. «Vorrei tentare una cosa e ho bisogno di voi.»
In qualunque modo andrà a finire la serata, i loro pareri e le loro sensazioni saranno per me fondamentali. E poi, come andrà realmente a finire questa serata? Quello che sto facendo ha senso?
Ma non potevi evitartelo? Ok, saluta tutti, di’ che è stato uno scherzo e incomincia a suonare un blues, poi si brinda con un prosecchino e morta lì.
Sono i pensieri che mi rimbalzano nella testa mentre osservo i miei amici, chi steso per terra sui tappeti, chi stravaccato sui divani.
Mi piace questo modo di stare attorno a un pianoforte, perché è come se lo strumento si trasformasse magicamente in un falò. E la cosa un po’ mi tranquillizza. Lo sguardo interrogativo dei miei amici no. Tutti, nessuno escluso, mi fissano in silenzio con quel sorriso che significa
E quindi? «E quindi vi ho chiamati perché ho intenzione di suonare nel buio, nel vero buio. Io e voi, pianista e ascoltatori immersi nel buio.»
Silenzio. Prendo coraggio, perché qualche sorriso sparisce dai loro volti. Cerco le poche e giuste parole per spiegarmi.

«Sto indagando da qualche tempo il buio, la relazione tra il buio e la musica. Siete qui per un esperimento che prevede di partire in questa penombra per arrivare, in una decina di minuti, al buio assoluto. Le luci diminuiranno gradualmente. Nel pomeriggio abbiamo oscurato ogni fonte luminosa presente nella stanza: strumenti spenti, nessuna infiltrazione dall’esterno. Spegnete i cellulari, se avete orologi con parti fosforescenti, riponeteli in borsa. Quello che affronteremo sarà il buio vero. Continuerò a suonare nel buio per una trentina di minuti e poi vivremo il processo inverso. La luce tornerà lentamente, per arrivare al punto di inizio. Questo è quanto. È la prima volta in assoluto, per me e per voi. Inutile dirvi, visto che mi conoscete bene, che quello che suonerò è pura improvvisazione, spero un flusso di musica, senza interruzioni. Buon ascolto e a dopo.»

Il silenzio continua, alle mie orecchie diventa quasi assordante.
Ora sì che ci vorrebbe un prosecchino, penso mentre prendo posto di fronte a quella vecchia bestia nera. L’ho provata nel pomeriggio, nonostante l’età ha ancora una grande eleganza nel suono. Se fosse un divo del cinema avrebbe lo stile di Vittorio De Sica, che in tanti film incarna magnificamente l’uomo elegante e aristocratico che ha perso tutto e che nonostante ciò è più charmant dei tanti ricchi attorno a lui. Ecco, questo pianoforte ha quel portamento, quel fascino di altri tempi. E so che le mie dita devono trovare il modo di farselo amico, devo farlo parlare, raccontare.
Guardo il tecnico delle luci e mi fa cenno che per lui tutto è a posto e si può cominciare. Faccio lo stesso con l’audio, pronto a registrare. Do un’ultima veloce occhiata ai miei amici. Purtroppo non ho altro da escogitare per perdere tempo. Sono qui, l’ho voluto io. Nulla da sapere e tutto da inventare. Nella mente non ho pensieri.
Pura incoscienza, mi dico. Dài, non essere così duro con te stesso. Del resto una cosa almeno la sai: non sai proprio come andrà a finire.
E inizio a suonare.

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Mentre la musica va, vorrei raccontarvi di come questo concerto ha preso forma nella mia mente. Nei mesi precedenti quel primo esperimento ho iniziato a pensare seriamente al concetto di buio legato alla musica, al mio modo di fare musica.
Non saprei dire se c’è stato un giorno preciso in cui tutto è iniziato. Come spesso capita, è stata piuttosto la somma di tanti pensieri, frammenti, sensazioni vissute, che mi ha portato a questa serata.
Quando ho cominciato a pensare al buio ogni giorno, ogni volta che mi trovavo davanti allo strumento e mi imponevo di non aprire gli occhi qualunque cosa suonassi, ho capito che questa via, per me nuova, doveva per forza portarmi da qualche parte.
Sì, ma dove?
Se ci guardiamo attorno, scopriamo che il buio è usato in tanti modi. Si organizzano aperitivi al buio, cene al buio, esperimenti di teatro fatti sì al buio, ma non in quel buio totale, quasi palpabile, che ho in mente.
Quando parlo di buio quasi palpabile, penso alla consistenza dell’acqua in cui nuotiamo, penso a quando nella vasca da bagno le nostre orecchie scivolano sotto il pelo dell’acqua. E il riflesso naturale in questa situazione è chiudere gli occhi. I suoni esterni ci arrivano così in maniera differente, ovattati, attutiti, spesso lontanissimi: frequenze di cui non ci accorgeremmo normalmente, capita perfino di sentire l’inquilino del piano di sotto che parla al telefono.
Il buio, come l’acqua, è un conduttore naturale che riesce a farci vedere oltre: ci insegna ad ascoltare il mondo con altri occhi.
Non basta non utilizzare le luci sul palco o in sala per parlare di buio assoluto. Basta dare il tempo giusto alla rètina per abituarsi all’assenza di luce e, poco dopo, chiunque di noi è in grado di vederci, ovunque: in un teatro, come in un bosco in una notte senza luna. C’è luce anche nella Foresta Nera.
La natura, con i suoi suoni, ci viene sempre incontro, fa sempre il primo passo verso di noi chiedendoci di ritornare a un’ideale situazione di ascolto. Sta a noi la volontà di sentirci parte di quel suono.
Sulla Terra esistono solo due luoghi nei quali si può vivere il buio assoluto: le profondità marine, da quel punto esatto in poi in cui non arriva più la luce del sole – quel confine oltrepassato dal pesciolino Nemo nel film della Pixar – e le grotte che bucano le viscere della terra. Solo questi due posti.
In qualunque altro luogo del globo non si può parlare di buio assoluto naturale.
Ma quello è il buio che voglio.
Penso al grande pittore Paul Gauguin, che diceva «chiudo gli occhi per vedere», ma per il mio buio non basta chiudere gli occhi, non basta bendarsi.
Centinaia di persone sedute e bendate, che ascoltano un pianista bendato? Dài, al mio tre ci bendiamo tutti che inizio a suonare! ridicolo.
Ci deve essere un’altra strada.
Provare a portare gli abissi marini dentro il teatro. Oscurare tutti i segnali luminosi, nessuna infiltrazione di luce dall’esterno, i partecipanti dovranno imparare a muoversi nel buio assoluto: pianista, pubblico e tecnici.
Il concerto potrà esistere grazie alla presenza di due figure fondamentali: il tecnico delle luci e il tecnico del suono. Tutti e due dovranno essere pronti a svolgere il loro lavoro nel buio, proprio come me. Al disegnatore luci il compito di oscurare totalmente il luogo del concerto, disegnare le forme di luce su pianoforte e palco, impostare la lenta discesa verso le tenebre e la risalita successiva. Il tecnico audio avrà il compito di far arrivare al pubblico il mio suono nella maniera più giusta, seguendo nota dopo nota la musica e comandando – sempre nel buio assoluto – i tasti e i pulsanti delle sue macchine. Tutti assieme, pianista, tecnici e pubblico, dovremo costituire un vero e proprio ecosistema a sé stante durante il concerto, ciascuno di noi avrà un preciso ruolo.
E tutto prende finalmente forma nella mia mente.