Rompere i denti a un santo

Le indagini scientifiche per capire se le reliquie di San Luca a Padova sono davvero di San Luca, raccontate nel nuovo libro di Guido Barbujani

È uscito per Einaudi Lascia stare i santi. Una storia di reliquie e scienziati, di Guido Barbujani, genetista e scrittore. Il libro racconta la ricognizione delle reliquie di san Luca evangelista, conservate nella basilica di Santa Giustina a Padova, affidata nel 1999 dal vescovo di Padova a un gruppo di studiosi composto da storici, archeologi, biochimici, radiologi, per determinare se le reliquie fossero effettivamente quelle del santo. Barbujani, docente di genetica all’università di Ferrara, racconta dal suo punto di vista le attività di studio delle reliquie e il viaggio in Siria per ottenere campioni genetici da confrontare con quelli ottenuti dai denti di san Luca per verificarne la compatibilità con le presunte origini del santo.

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Giuro che è tutto vero. Aleppo, lunedì 4 ottobre 1999. Siamo nel centro di analisi cliniche dove il giorno prima Fabio e io abbiamo trascorso una domenica diversa dal solito, ma stavolta ai piani alti, nello studio del direttore, che però è soprattutto un colonnello dell’esercito siriano. È quasi ora di cena, ma fa ancora caldo; tutti sudano; il rumore del traffico sale dalla finestra aperta e riempie le pause fra una frase e l’altra. E ce ne sono, di pause. La conversazione è priva di cordialità: il colonnello fa inutili domande in arabo a Pascal e mi fissa senza espressione mentre Pascal traduce in italiano e dò la mia risposta, che Pascal traduce in arabo. Come sempre quando le cose si fanno complicate, Fabio si guarda intorno con l’aria di uno che non c’entra, fra l’assente e il seccato. A un certo punto sembra che il colonnello si ricordi all’improvviso di una cosa: batte la mano sul tavolo, si alza e si dirige verso la porta. È un uomo corpulento sui cinquanta, in abiti borghesi di buon taglio, i capelli forse tinti pettinati all’indietro e tenuti in posizione da uno strato di brillantina. Pascal, nervoso, mi fa segno: è il momento, devo sbrigarmi a seguirlo.

Attraversiamo un paio di stanze fino a fermarci davanti a una porticina dipinta con lo stesso intonaco bianco del muro. Il colonnello fruga nella tasca dei pantaloni, tira fuori un mazzo di chiavi, apre e mi precede attraverso un corridoio in penombra. Lo occupa quasi per intero, ci saranno due centimetri fra i muri e le sue braccia che oscillano appena mentre cammina. In uno slargo illuminato da un neon c’è un ascensore di servizio. Il colonnello entra per primo, si assicura che la porta sia ben chiusa alle mie spalle, preme un pulsante e subito dopo, fra un piano e l’altro, il pulsante di stop. È molto serio; lo era anche prima, ma adesso di più. – Allora, sono quattrocentocinquanta dollari, – dice, rivelando una discreta pronuncia inglese. È difficile non guardarsi in faccia, nei pochi centimetri quadrati dell’abitacolo, ma lui ci riesce. Deglutisco. – Veramente, – rispondo, – eravamo d’accordo per tre dollari. Cento campioni per tre dollari l’uno, trecento dollari –. Silenzio. Adesso posso anche ammettere che sarà durato pochi secondi, ma allora mi sono sembrati tanti. Il colonnello non insiste: – Ah sì? Allora trecento –. C’è spazio appena per respirare e devo contorcermi per estrarre il denaro dalla sacchetta che porto al collo, sotto la camicia. Il colonnello intasca le banconote senza contarle, senza neanche guardarle. Fa ripartire l’ascensore, mentre andiamo si pizzica la pappagorgia.

Rientrati nel suo studio, la tensione si scioglie come per incanto: e professore di qua e professore di là, e risate, e offerte di sigarette. Il nostro ospite si rivela uomo di mondo, adesso in grado di sostenere agevolmente una conversazione in inglese, e Fabio mi interroga con lo sguardo, stupito (ma lo sono anch’io) per il repentino cambiamento di registro. Quindi partiamo per Palmira l’indomani? Ma bene, benissimo: posto magnifico; ma non dobbiamo perderci Doura Europos, un gioiello. Ah, non abbiamo tempo? Il colonnello scuote il capo, poi allarga le braccia, solidale: peccato, eh sì, ma il lavoro, si sa. Però allora dobbiamo per forza tornare un’altra volta, avvisarlo prima così ci pensa lui, e fermarci più a lungo: due, meglio ancora tre settimane! E l’albergo, l’abbiamo già prenotato l’albergo? Il colonnello consiglia vivamente l’hotel Zenobia, socchiudendo gli occhi a chissà quali piacevoli ricordi: se uno va a Palmira deve assolutamente («ab-so-lu-tely») dormire all’hotel Zenobia, a due passi dagli scavi, e intanto si gira a polemizzare con Pascal che, ormai superfluo nel ruolo di interprete, si agita per non restare escluso dalla conversazione. Poi, con un gesto d’imperio tipico del suo grado, addirittura tira su il telefono e in quattro e quattr’otto si fa passare lo Zenobia e ci prenota lui una stanza doppia per due notti. Ci si accomiata molto amichevolmente, con prolungate strette di mano e nuove promesse: per qualsiasi problema, e intanto mi circonda le spalle con il braccio, basta telefonargli. Però non ci dà il suo numero, e io non glielo chiedo.

Cosa non si fa per un evangelista.

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