Andrea Delogu e la Collina

Come inizia il primo romanzo di Andrea Delogu e Andrea Cedrola, che racconta la storia di una famiglia in una comunità di recupero

Il 30 gennaio è uscito, per la casa editrice Fandango, La Collina, il primo romanzo di Andrea Delogu e Andrea Cedrola. Andrea Delogu è nata a Rimini, ha condotto programmi televisivi e recitato in spot pubblicitari e cortometraggi, e vissuto fino a dieci anni di vita nella comunità di recupero dalla droga di San Patrignano, da cui ha preso ispirazione per la storia del libro. Andrea Cedrola ha 33 anni, vive a Roma ma è cresciuto ad Agropoli, in Campania, e fa lo sceneggiatore.

Delogu spiega sul suo sito:

La Collina è un romanzo epico, la storia di una famiglia che si unisce a quella di tanti uomini e donne che hanno abitato quel mondo sperando di tornare alla luce. È il racconto incalzante e appassionato di una voce candida che cuce insieme i fili di tanti destini, i salvati e i sommersi che in nome della guerra alla droga hanno finito spesso per sacrificare se stessi.

Di seguito l’incipit del romanzo; il primo capitolo si può scaricare gratuitamente qui.

***

6 febbraio 1989

Riccardo urla, Dove sei? Scatta in piedi e lo ripete a voce più bassa, Dove sei? Nell’ufficio non c’è nessuno. Riccardo si guarda intorno impaurito, colpa del risveglio improvviso, di un incubo da dormiveglia che riempie la stanza e scompare lentamente. Il contenitore di vetro pieno di caramelle è caduto dalla scrivania, il rumore amplificato dal silenzio della notte. Per terra vetri sparsi sul parquet chiarissimo, quasi bianco. Riccardo li schiaccia, dalla scrivania al terrazzo. Ha bisogno di aria.
È al terzo piano di una grande villa, costruita da centinaia di ragazzi al centro della Collina, il mondo che Riccardo ha creato. Da lì può averne una visuale ampia, quasi totale.
Respira, rientra, torna alla scrivania, sprofonda nella poltrona girevole in pelle nera, inclina leggermente il busto. Il gomito sul legno massiccio, la guancia schiacciata sul pugno chiuso. Sta per assopirsi di nuovo ma di nuovo viene ridestato. Stavolta dal telefono che squilla. A quest’ora non se l’aspettava. Resta fermo, indeciso se rispondere. Alla fine alza la cornetta, Riccardo Mannoni, chi parla? Resta in attesa, annuisce. In pochi secondi cambia espressione due volte: la prima è sorpresa, la seconda è rabbiosa. Chiudetevi dentro e togliete la chiave.

Su in mansarda c’è solo una porta. Riccardo apre senza bussare. Un abat-jour si accende sul comodino di fianco al letto a una piazza e mezza. Dal piumone sbuca una ragazza poco più che ventenne, la pelle olivastra, capelli lunghi, lisci, neri. Una canottiera bianca. S’intravedono i capezzoli larghi, scuri. Si chiama Sabrina e ha i lineamenti di un’indiana d’America. Lo guarda, Che succede? Riccardo le fa cenno di andare, Abbiamo un problema in macelleria. Sabrina annuisce, Dieci minuti.

Una canzone metal proviene da una stanza del primo piano. Al centro del corridoio, in piedi, una donna. Non più tanto giovane, ciabatte e vestaglia di pizzo. Riccardo non si ferma, Vai a dormire, e raggiunge il piano terra. Soltanto luci al neon. I lampadari piovono ninnoli di cristallo ma sono spenti.

La luce forte dei lampioni. Riccardo attraversa nella notte un viale alberato, il corso principale di un luogo che ricorda un paese del Nord Europa: casette numerate con tetto rosso e giardino curato, una piscina scoperta e il palazzetto dello sport, due capannoni grandissimi e simmetrici, l’ippodromo, la chiesa, un campo da calcio regolamentare, vigne e campi coltivati a perdita d’occhio, una mensa imponente, un parcheggio con più di cinquanta macchine in sosta e a delimitare il tutto, molto più in là, un’altissima recinzione.

Riccardo sale su una Panda 4X4 blu. Arretra un po’ lo schienale del sedile del passeggero, stende le gambe e aspetta più o meno dieci minuti. Arriva Sabrina, si mette alla guida. Porge a Riccardo un mazzo di chiavi (otto chiavi grandi, diciotto chiavi piccole), mette in moto, Come stai? Riccardo evita il suo sguardo, Bene, meglio.
Da un secondo viale meno illuminato raggiungono una vasta area poco curata. Riccardo scende dalla macchina, il motore ancora acceso, Dì a Ivan di portare la pistola.

La macelleria è una grande struttura in cemento senza intonaco. Riccardo prova ad aprire il portone blindato con una delle otto chiavi grandi. Trova quella giusta al secondo tentativo, entra. L’atrio precede la grande cella frigorifera. Carcasse di vitello sono appese a ganci in acciaio, fissati alle pareti bianco panna. Gli va incontro un ragazzo, occhi piccoli e guance rosse, Dobbiamo andare in porcilaia. Riccardo lo afferra per la maglia e lo fissa inferocito. Lo molla solo quando il ragazzo china il capo.

Sul fondo, in mezzo ai maiali a riposo, ci sono altri tre ragazzi, fino a quel momento immobili. Non appena si accorgono di Riccardo si fanno da parte. Lasciando che passi, che guardi.
E Riccardo lo vede, lì sul terriccio, tra le ghiande e la merda. Sgrana gli occhi, si passa una mano sul volto. È un attimo. Poi arriva Sabrina. Non ha trovato Ivan. Che cazzo significa?
A casa non c’è, risponde Sabrina.
Vai, e non tornare senza di lui. Sabrina sta per andare ma quasi per caso guarda per terra, tra le caviglie di Riccardo.
Sabrina tace, le pupille dilatate per lo shock, riesce a reprimere un conato. Riccardo le rivolge un’occhiata veloce. Lei fa un cenno, Non è niente, poi esce dalla macelleria.
Riccardo si volta di nuovo e abbassa lo sguardo. Sul terriccio insanguinato giace il cadavere di un ragazzo.

Nella foto, la copertina del libro

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