Springsteen, vanità e controllo

Beppe Severgnini segnala il bel ritratto scritto dal direttore del New Yorker, e spiega come si fa a diventare Springsteen

Feltrinelli ha appena pubblicato in libro un lungo ritratto di Bruce Springsteen che era uscito sul settimanale americano New Yorker, scritto dal suo direttore David Remnick. Sul Corriere della Sera ne scrive Beppe Severgnini, sottolineando come nessuno sia immune da “egocentrismo e vanità”: la differenza è tra chi li usa come mezzi per ottenere grandi risultati e chi li ha come fini.

“Il mio è un lavoro in cui giocano un ruolo l’egocentrismo, la vanità e il narcisismo, e hai bisogno di tutte queste cose per farlo bene; ma non devi permettere che ti travolgano. Ne hai bisogno, ma devi tenerle sotto controllo”. Avrebbe potuto dirlo un attore, uno scrittore, un dirigente d’azienda, un avvocato, perfino un sindaco o un ministro. Invece l’ha detto una rockstar. Una rockstar introspettiva: non un ossimoro, ma certo una rarità. La citazione viene da “We are alive – Ritratto di Bruce Springsteen”, una microbiografia scritta da David Remnick per il “New Yorker” e pubblicata in Italia da Feltrinelli (ben tradotta e meno bene introdotta da Leonardo Colombati). Remnick è abitutato a dissezionare ego smisurati e talenti sconfinati. Ha scritto anche “Il re del mondo”, la storia di Muhammad Alì. Cos’ha di speciale Bruce Springsteen? Non soltanto l’abilità di riempire stadi per trent’anni di fila, grazie a un’insolita combinazione di genio e regolatezza. Non tanto la forza di superare la depressione che temeva di aver ereditato dal padre. Non solo una forma fisica impressionante, frutto di allenamento regolare, che gli consente di saltare per quattro ore sul palco “come un vecchio canguro”. Il Boss ha la capacità di leggere se stesso e il mondo che gli gira intorno, con lucidità e – perché no? – autoironia.

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