Sulle fotografie dei morti

Dal ricco libro di Grazia Neri, fondatrice di una delle più celebri agenzie fotografiche del mondo, le riflessioni su quali immagini pubblicare e quali no

di Grazia Neri

Mentre scrivo queste parole (è il 6 maggio 2011) ho sul tavolo una serie di articoli nazionali e internazionali, tratti da quotidiani cartacei e online, sull’opportunità di mostrare la foto di Bin Laden morto. Quando, il 2 maggio mattina, ho visto le prime immagini del compound di Osama (si dice che il presidente degli Usa le abbia ricevute attraverso il nuovissimo sistema video body-on, del quale sembra che siano dotati i corpi speciali: tutte le immagini in tempo reale), mi sono subito chiesta se ce ne fossero altre, perché la notizia del cadavere gettato in mare e le fotografie della squallida abitazione, del sangue sui pavimenti e dell’elicottero schiantato fuori dalla costruzione sembravano non essere esaustive.

Nei giorni a seguire la Casa Bianca ha annunciato che non avrebbe distribuito le immagini del cadavere per tante ragioni che ritengo valide, tra cui il rischio di offrire spunti per creare l’iconografia di un eroe. Accanto alle poche fotografie rilasciate, la stampa internazionale ha ripubblicato quelle dell’11 settembre 2001 e alcune immagini della folla che esulta davanti alla Casa Bianca. Tutti documenti storici, che riassumono visivamente una lunga tragedia.

Mi pare che in questo caso le fotografie rilasciate dalla Casa Bianca siano sufficienti: è facile per ognuno di noi immaginare il resto. Capisco però che, di fronte al desiderio di governi, stampa e opinione pubblica di avere la certificazione dell’evento, il cadavere rappresenterebbe la “chiusura” della storia. In questa direzione si muove per esempio beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 6 maggio 2011: «Stavolta ci sarebbe un motivo – forse più di uno – per mostrare la pessima fine di uno stragista seriale. Di quattro parole ha bisogno il mondo malato di cinismo: senza-ombra-di-dubbio. Perché è nell’ombra dell’incertezza che le fantasie crescono e i complottisti si moltiplicano».

Di diverso parere Harold Evans sul sito Dailybeast. La pensa come me: non serve questo cadavere. In queste situazioni, per riassumere il suo testo, il fotografo o chi per lui deve chiedersi prima di tutto se la foto agghiacciante e violenta aggiunga qualcosa alla storia, poi se possa farci cambiare idea sugli eventi, se la persona fotografata acconsentirebbe (e qui non è il caso), se la foto possa far parte della memoria dell’umanità. Tra i commenti all’articolo pubblicato me ne piace uno breve che dice: «Non vorrei vederlo più, ne vivo né morto».

Le persone vogliono storie con un finale preciso. Film e libri senza un finale lasciano delusi. Ma se la certificazione della fotografia aiuta la storia, di sicuro non la fa.
Sfoglio ancora i giornali. Vedo il lavoro compilatorio dei quotidiani che pubblicano tutti i cadaveri celebri del passato, di rivoluzionari o di dittatori, da Che Guevara a Saddam Hussein. Torno alla mia esperienza. Premetto che sono profondamente pacifista e che non è stato facile dover veder scorrere davanti agli occhi migliaia di fotografie di guerra e di sofferenza planetaria. Da giovane mi aveva impressionato la fotografia della salma imbalsamata di Lenin.

Soprattutto per una stana luce arancione che l’accompagnava costantemente e per le mani, che sembravano ancora piene di energia. L’altro cadavere che mi ha colpito è stato quello di Marcel Proust, fotografato sul letto di morte da Man Ray. Non so perché la foto sia stata scattata. Si usava fotografare i morti; per me è una cosa inutile, che pone problemi etici nei confronti della persona che abitava quel corpo: avrebbe voluto essere fotografata in quella situazione? Non sarebbe meglio ricordarla quand’era nel pieno della sua vitalità? Perché allora da giovane ho guardato tante volte la fotografia di Proust?

Forse per fissare bene nella mia mente il suo viso, così sensibile. Ricordo foto di cadaveri che non ho voluto distribuire (tra questi Moro all’obitorio), ma soprattutto quelle che ho distribuito: ancora Moro all’interno della Renault. Importante fotografia d’attualità, era cronaca ed era storia. Nessuna esitazione. Mi pentii invece di aver distribuito le immagini del cadavere di Herbert Kappler, ufficiale tedesco delle SS, autore dei più crudeli crimini contro gli ebrei a Roma. Ero esitante, ma me lo chiedevano con insistenza: forse era un sollievo per i parenti delle vittime vederlo finalmente morto? O così lo si faceva vivere di più?

Ora, con il trionfo del digitale, tutta l’etica e la cura nel distribuire le foto svaniscono. Sms e web hanno trasmesso in tempo reale le fotografie del cadavere di Gheddafi – e qualche anno fa la morte in diretta di Saddam Hussein. In quest’ultima occasione pregai la direttrice di Donna Moderna, femminile intelligente e di pratica utilità, di non mostrare l’immagine del cadavere del dittatore iracheno in una rubrica che tenevo ogni fine anno sulle fotografie significative dell’anno appena trascorso. Lei acconsentì e le sono grata. Una foto inutile da pubblicare, nella quale manca la pietas.

1 2 Pagina successiva »