L’acustica perfetta

Un capitolo del nuovo romanzo di Daria Bignardi, quello da cui parte tutto

È uscito la settimana scorsa il terzo libro di Daria Bignardi: è un romanzo, si chiama L’acustica perfetta (Mondadori), e racconta la storia di un uomo – un musicista – che una mattina (nel capitolo che pubblichiamo) viene abbandonato senza spiegazioni dalla moglie, e della sua successiva ricerca: di lei e del suo passato, e dei suoi pensieri e sentimenti che non aveva mai capito abbastanza.

Sto suonando il concerto di Schumann alla Carnegie Hall con la Chicago Symphony. Lo sento così profondamente che mi commuovo. Sono esaltato, sono felice. All’improvviso entra un corno a rovinare tutto, maledetto pazzo. In un istante passo dalla gioia alla rabbia, finché capisco che il corno è la sveglia del cellulare e che sto sognando.
Guardo l’ora. Le sette? Perché la sveglia? Chi ha puntato la sveglia alle sette? Dov’è Sara?
Mi giro nel letto, spengo la suoneria, accendo la luce sul comodino. Cos’è questa storia? L’avevo puntata alle otto e mezzo per andare in palestra, sono sicuro.
Mi siedo sul letto. Che cazzo di freddo.

Ti alzi sempre senza sveglia tu, l’avrai messa per sbaglio, stamattina. Ma perché sul mio telefono? Il tuo era scarico? E dove sei? Sarai in bagno. Devo andarci anch’io, mi alzo.
Il bagno è vuoto, guardo in cucina e non ci sei, in soggiorno nemmeno. Cammino nel corridoio buio, mi viene incontro Graffio miagolando e mi si struscia contro i polpacci. Il pavimento è gelato. Sei già uscita? Senza dire niente? Apro piano la porta della stanza dei ragazzi, forse ti sei infilata nel letto di Carlo. Ogni tanto di notte lo fai, se litighiamo, ma ieri non abbiamo litigato, mi pare. O sì? Ma no. Sono venuto a letto prima di te, ti ho aspettato cinque minuti, poi sono crollato. Ho ancora gli arretrati di sonno dalla tournée giapponese.
La stanza dei ragazzi è un casino. Libri per terra, zaini per terra, calzini per terra, dinosauri per terra, ma tu non ci sei. Elia dorme con un braccio penzoloni fuori dal letto e la guancia spiaccicata contro il legno rosso del letto a castello. Carlo, di sotto, è raggomitolato contro il muro. I vetri della loro camera sono appannati come se di notte i due animali emettessero vapore acqueo. Da Maria non entro, ha il sonno leggero e non vuole nessuno nel suo letto, neanche il gatto, si blinda dentro per non farlo entrare. Lì non sei di certo.
Nel bagno dei ragazzi la ciotola di Graffio è piena, in cucina la tavola è apparecchiata per la colazione. Che freddo fa a quest’ora, devo mettere i calzini e devo andare in bagno, però prima torno all’ingresso per vedere se il tuo cappotto grigio è appeso all’attaccapanni. Non c’è. Nemmeno la sciarpa e neanche la borsetta nera, né le chiavi sulla mensola col portachiavi orso di peluche che ti ha regalato Carlo.
Sarai uscita a comprare qualcosa, forse mancano i biscotti preferiti di Maria o il latte ad alta digeribilità di Elia. Sei tu che gli hai dato queste abitudini, fosse per me, mangerebbero quel che c’è.

Sono le sette e cinque adesso, la sveglia dei bambini è tra un quarto d’ora. Eppure lo sapevi che oggi volevo dormire fino alle otto e mezzo e poi andare in palestra… arriverai entro cinque minuti. Vado in bagno a pisciare che me la faccio addosso, con questo gelo poi.
In cucina c’è la mia moka pronta: accendere il fornello è la prima cosa che faccio appena alzato. Accanto alla mia tazza con la faccia di Beethoven preparata sul piano di marmo, accanto alla zuccheriera, c’è una busta bianca con scritto il mio nome. È la tua grafia. Una busta per lasciarmi detto che scendi a prendere il latte? Siamo formali, stamattina. Mi avrai scritto un’altra delle tue lettere dolenti e chilometriche, era un po’ che non lo facevi. Non muoio dalla voglia di leggerla: sono anni che scrivi le solite cose, non vere, che mi descrivi in un modo in cui non mi riconosco, che pretendi di sapere quello che penso e sento, ma il più delle volte sbagli. Lascerò che ti sfoghi. Parli da sola, ormai. Fammi pisciare, almeno, prima di leggerla. Intanto, apro la busta. Dentro c’è un foglio di carta da lettera, lo spiego, sono poche righe, meno male.
La tua scrittura è inconcepibile per una persona che disegna come disegni tu, ma stavolta ti sei sforzata di scrivere meglio, anche se ti pendono le T e le L da tutte le parti. Non leggo senza occhiali, con questa luce fioca. Dove li avrò messi?
Torno in camera da letto, saranno sul comodino. Non ci sono, dannazione… Aspetta, li ho lasciati ieri sera sulla mensola del bagno per leggere il foglietto di istruzioni dello shampoo anticaduta. Vado in bagno, così finalmente mi libero la vescica, la tavoletta è ancora alzata da ieri sera, segno che hai usato il bagno dei bambini. Lo fai, ogni tanto, per non disturbarmi. Vado in cucina, mi siedo al tavolo, infilo gli occhiali e cerco di decifrare la tua scrittura aggrovigliata:

Arno, devo partire. Sai quando devi fare una cosa per forza? Ho bisogno di stare da sola, di andare a caso, di uscire dalla gabbia che mi sono costruita. Non ti dico dove vado né quando torno perché non lo so. Pensa tu a cosa dire ai bambini.
Ciao, S.

È uno scherzo. I primi anni me ne facevi, di divertenti. Però il ventun dicembre, quattro giorni prima di Natale, con tutto quello che c’è da fare per partire dopodomani, non mi sembra momento da scherzi e questo non fa neanche ridere. Ti chiamo.
Il cellulare è staccato. È uno scherzo, va bene, starò al gioco, meglio così di quando fai la vittima o scrivi lettere assurde… ma cosa dico ai bambini, adesso? Niente, dirò che la mamma è uscita prima del solito. Mando a scuola Maria, accompagno i ragazzi… entro le due, quando rincasa Maria, sarai tornata, appena esci dallo studio ti precipiti sempre a casa per mangiare con lei. Quando ho provato a invitarti a pranzo in centro come facevamo una volta mi hai detto che avevi paura si scottasse con l’acqua della pasta, se la lasciavi da sola. Io, alla sua età, preparavo ogni sera la cena per me e Guido. Comunque oggi non lavoro, starò a questo gioco scemo, rimarrò a casa, anche se stamattina avevo solo voglia di andare in palestra, correre, sudare e poi farmi una bella sauna e la vasca di reazione con l’acqua ghiacciata. E magari un massaggio svedese col massaggiatore nuovo: ha detto Guido che ne vale la pena. Anzi, ora li porto a scuola e ci vado lo stesso in palestra, che cavolo.
Tra poco ti chiamo al lavoro e fingerò di aver trovato il tuo scherzo divertente. Adesso sveglio tutti e mi butto sotto la doccia. Che palle fare le cose in fretta, che scherzo cretino, Sara, a quarantatré anni, quattro giorni prima di Natale, sei proprio una ragazzina, quando crescerai?

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