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  • domenica 27 Marzo 2011

Il grande libro del rock (e non solo) – 27 marzo

Le storie del rock di oggi raccontate da Massimo Cotto: Quentin Tarantino, Sarah Vaughan

di Massimo Cotto

Non hai bisogno di cibo da mangiare / tutto quello di cui hai bisogno sono due piedi nudi

Two Bare Feet, Katie Melua

1963 – nasce a Knoxville, nel Tennessee, Quentin Tarantino, il cui cinema, come disse lui dopo aver ricevuto la Palma d’Oro a Cannes per Pulp Fiction, o lo si ama o li odia. Io lo amo incondizionatamente, anche quando non perfettamente a fuoco (Jackie Brown, Grindhouse) perché respiro comunque grande cinema (grondante di citazioni, come in un eterno gioco di rimandi che accoglie senza snobismi registi intellettuali e B-movie) e grande musica. Strambo fin da piccolo (giura che l’unico film che lo abbia veramente terrorizzato è Bambi, visto all’età di sei anni con il suo padre adottivo), Tarantino (che ha la faccia dei suoi film, esattamente come Dario Argento, esattamente come molti padroni hanno la faccia dei loro cani) è cinefilo incallito (potrebbe parlare per ore sull’argomento) e grande appassionato di musica. Le sue colonne sonore sono spettacolari, perché mai banali, mai prevedibili. Si è molto parlato del rapporto tra lui, Kurt Cobain e Courtney Love. Si è anche detto che Quentin avesse offerto alla coppia i ruoli di Lance e Jody (i due spacciatori poi interpretati da Eric Stoltz e Rosanna Arquette), ma la notizia è stata smentita dallo stesso regista. La storia è molto più semplice: a Kurt e Courtney era piaciuto molto Le iene e per questo avevano ringraziato Tarantino nelle note di In Utero (anche se con lo spelling sbagliato: Tarentino) e lui aveva restituito la cortesia ringraziando i Nirvana in Pulp Fiction. Tarantino ha anche una forte passione per i piedi femminili (in ogni film ci sono molte scene cult per i feticisti) e anche per questo mi è molto, molto simpatico.

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Proprio quando ho smesso di aprire porte / vengo a sapere che quello che volevo era tuo

Send In The Clowns, Sarah Vaughan

1924 – nasce Sarah Vaughan, insieme a Billie Holiday e Ella Fitzgerald la più famosa e talentuosa cantante jazz di sempre. Come Ella, che era forse più fantasiosa e creativa, aveva mutuato dalla tecnica strumentale molte possibilità di utilizzo della voce – la Fitzgerald a livello di scat, fraseggio e variazioni improvvisate; Sarah nella tessitura, nel timbro e soprattutto nell’estensione, davvero eccezionale, quasi allucinante, che le permetteva salti di registro di rara ampiezza, da contralto a soprano, dal basso all’acuto. I critici e gli amanti del jazz sostenevano che bastavano due note per riconoscerla, perché la sua era una voce che suonava, usciva dalla bocca e diventava immediatamente musica. Rispetto a Billie Holiday era meno drammatica e più gigionesca, anche meno interessata alla passionalità interpretativa. Se Lady Day scavava nella canzone ogni suo abisso e profondità testuale, caricando ogni parola di un pathos che a tratti si faceva quasi insostenibile e si rompeva in commozione, Sassie preferiva esaltare il gioco delle combinazioni armoniche. Per lei, il jazz era un modo per dimenticare i dolori della vita, per Billie un modo per ricordarli.

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Foto: AP Photo/Stefano Paltera