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  • sabato 14 agosto 2010

Quanto valgono 27 anni di vita?

Michael Green ha passato 27 anni in carcere per uno stupro che non aveva commesso

Il line-up, classico metodo usato dalla polizia americana per il riconoscimento del colpevole, ha portato negli anni ad una notevole quantità di errori

Michael A. Green era appena maggiorenne quando è stato condannato a 75 anni di carcere per uno stupro che non aveva commesso: ora, dopo averne scontati 27, è stata riconosciuta la sua innocenza grazie a un test del DNA e lo Stato del Texas gli ha offerto due milioni di dollari di risarcimento.

Il 18 aprile del 1983, a Houston (Texas), una donna fu rapita e stuprata da quattro uomini. La donna era bianca, i quattro uomini neri. La polizia si mise subito sulle tracce dei colpevoli ma, una volta fermata la macchina rubata che stavano usando, i quattro riuscirono a fuggire. La polizia cominciò subito a fermare tutti i neri che si trovavano nei paraggi, e Michael Green fu tra gli arrestati. In un primo momento la vittima non lo riconobbe come uno degli stupratori, e Green fu rilasciato. Ma qualche giorno dopo, stavolta guardando delle fotografie, la ragazza lo indicò come uno dei quattro. Green venne messo in fila per uno dei cosiddetti line-up, il metodo di identificazione che siamo abituati a vedere nei film americani: la polizia fa vedere alle vittime dei reati o ai testimoni una serie di persone dietro un vetro, mostrando sospetti e figuranti. Il resto lo racconta il New York Times:

Quando toccò a lui, Green sentì la donna urlare attraverso il vetro. Cominciò a imprecare e urlare contro la polizia. «Mi sono arrabbiato moltissimo, perché avevo capito che mi stavano incastrando. Un poliziotto mi ha detto: ‘Non capisco cos’hai da urlare. Non ho stuprato io quella donna. Sei stato tu’»

Dopo il processo, che Green descrive come una «esperienza surreale» e il rifiuto di confessare un crimine che non aveva commesso, arrivò la condanna: 75 anni di carcere. I primi anni di detenzione furono i più turbolenti: litigava spesso con le guardie e con gli altri carcerati, al punto che nel 1985 fu spostato in un’unità speciale per prigionieri pericolosi.

Nel 1986 un altro detenuto cercò di accoltellarlo, ferendo una guardia al suo posto. Green sostiene che l’aggressore, appartenente ad una banda di suprematisti bianchi, abbia cercato di ucciderlo per vendicare lo stupro della donna bianca. Verso la fine degli anni Ottanta Green cominciò a prendere in prestito testi di giurisprudenza dalla biblioteca, alla ricerca di un modo per porre fine alla detenzione. Ma perse ogni appello e l’avvocato d’ufficio nel 1988 gli disse che il suo era un caso senza speranza, data la veemenza con cui la vittima aveva testimoniato contro di lui.

Da quel momento in poi Green si arrese, rassegnato a vivere in carcere il resto della sua vita: fino al 2001, anno in cui in Texas fu accordata ai carcerati la possibilità di richiedere un test del DNA su vecchie prove incriminanti. Fu Green stesso a redigere la richiesta nel 2005, che fu però accantonata fino al 2008.

Nel 2008 Patricia Lykos, una ex magistrato e poliziotta, è stata eletta pubblico ministero e si è messa subito al lavoro per correggere la tradizionale riluttanza della sua carica ad ammettere gli errori. Sotto sua indicazione, due assistenti e un investigatore si sono dedicati esclusivamente a rivedere 185 casi di condanne in cui veniva richiesto il test del DNA insieme ad altre 75 dichiarazioni d’innocenza. Fino ad oggi questo lavoro ha portato al rilascio di tre uomini, tra cui Green.

Lykos fa costantemente pressione per avere un nuovo laboratorio per l’analisi delle prove, in modo da velocizzare i vari casi. Non solo uomini innocenti si trovano in prigione, ha detto, ma alle vittime è negata la giustizia e i reali colpevoli restano a piede libero, con la possibilità che commettano altri crimini. «Ogni volta che metti in prigione una persona innocente hai una tripla tragedia»

Quasi per caso fu ritrovata una scatola di prove relativa al caso di Michael Green. La scatola che conteneva, tra le altre cose, i jeans indossati dalla vittima, che contenevano ancora tracce del DNA degli aggressori. C’è voluto un anno e mezzo per analizzarle, ma alla fine è arrivata la conferma: nessuna traccia del DNA di Green. Inoltre, grazie a questi test, sono stati identificati i reali colpevoli dello stupro, due dei quali già in carcere per crimini minori: nessuno dei quattro dovrà affrontare un processo per lo stupro del 1983, perché ormai il reato è caduto in prescrizione.

Ora Green cerca di capire cos’è rimasto della sua vita precedente e cosa può fare del suo futuro: gli è stato offerto un posto da consulente presso lo studio legale che ha seguito il suo caso e dedicherà la sua vita «a tirare fuori di prigione altra gente innocente». Gli resta inoltre da decidere se accettare i due milioni di dollari offertagli come indennizzo dallo Stato del Texas a patto che non faccia causa o se cercare di far pagare il più possibile le istituzioni per l’errore commesso, ottenendo una sentenza che metta nero su bianco le colpe della giustizia. Quando il giornalista gli chiede qual è la cosa che più gli dispiace, si commuove raccontando di non aver potuto essere presente al funerale di sua madre.

(la foto è del New York Times)

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