Perché non può esistere il diritto a cancellarsi dal web

Oggi il commissario europeo Viviane Reding presenta a Bruxelles un imponente provvedimento sulla protezione dei dati personali. Inizia così un percorso che nel giro di due anni cambierà radicalmente la privacy in tutti i paesi europei (la direttiva, che riguarda l’uso dei nostri dati da parte delle autorità giudiziarie, di pubblica sicurezza e polizia – una cosa fondamentale – dovrà essere recepita dai singoli stati membri UE mentre il regolamento, che riguarda tutto il resto, web compreso, sarà immediatamente esecutivo e identico per tutti, probabilmente dal 2014).
Si tratta di un tema immenso, anche dal punto di vista filosofico. Come ha scritto qualche anno fa Viktor Mayer-Schönberger, in un libro molto allarmistico sul tema (Delete), “since the beginning of time for us human, forgetting has been the norm and remembering the exception. Because of digital technologies this balance has shifted”. Insomma, la nostra impronta digitale ci può restare attaccata come un tatuaggio per tutte la vita. E questo può essere un problema, per tutti, ma soprattutto per quelli che vogliono rifarsi una nuova vita, per esempio coloro che tanti anni fa hanno commesso un reato, hanno pagato il conto con la giustizia e vorrebbero che nessuno glielo ricordasse più perchè lo ha scoperto su Google. Ma anche per chi ha messo su Facebook una foto cretina e dopo tanti anni non deve rischiare di perdere un lavoro per questo motivo. O semplicemente per chi ha cambiato situazione sentimentale e oggi le cose che ha scritto sulle sua bacheca tempo fa, creano imbarazzo.
Insomma è un tema che ci riguarda tutti: come cambia il futuro se il passato non passa mai? (in “Funes, the memorius”, un racconto di Borges, per esempio, il protagonista ricorda tutto ma al prezzo della incapacità di astrarre concetti da quello che sa).
Le norme della Reding provano a rispondere a questa domanda con una raffica di prescrizioni minuziose, alcune lodevoli, altre di difficile attuazione, e qualcuna probabilmente sbagliata. Vedremo il dibattito parlamentare cosa farà emergere. Ma quello che dovremmo dirci, ora, subito, una volta per tutte, è che non esiste “il diritto a sparire dal web”, così come non esiste il diritto a sparire dal mondo. Nella vita reale (ma questa distinzione ha sempre meno senso) uno ci può provare a volatilizzarsi (lo ha fatto per gioco un cronista di Wired Us un paio di anni fa prima di essere riacciuffato da un lettore in una pizzeria di provincia), ma resteranno sempre dei documenti a parlare di noi, e poi la memoria degli altri che ci ricorderanno. Quelle cose non si possono cancellare con un clic. E nemmeno con una legge europea o intergalattica.
Similmente su Internet esiste il diritto a cancellarsi da Facebook portandosi dietro tutti i dati personali (infatti è possibile farlo e non è più tanto difficile come un tempo). Esiste il diritto a navigare in rete senza lasciare tracce ed essere inseguito da coookie vari (e infatti con Chrome, anche Google ti consente dio farlo). Esiste il diritto ad essere avvisato che i nostri dati saranno conservati e usati per fini anche commerciali (e infatti Apple ci chiede di poterci seguire metro per metro quando usiamo l’iPhone). Tutte queste cose già esistono e una norma europea molto dettagliata non serve a fare la rivoluzione ma semplicemente a rafforzare un principio, che è riconducibile a un diritto fondamentale della persona (se poi, l’eccessiva minuziosità delle prescrizioni ne renda difficile l’attuazione e di breve periodo l’efficacia davanti al progresso tecnologico, è un altro discorso come mi ha fatto notare il Garante della Privacy Francesco Pizzetti).
Non esiste invece il diritto a far sparire tutti gli articoli o i post che parlano di noi, come qualcuno pretende. Quella si chiama storia. Qualcuno dirà: parliamo di storie irrilevanti. Ma un giorno i ricercatori andranno in rete a cercare di capire come vivevamo nei primi decenni del ventunesimo secolo. E quello che oggi ci appare minimo, domani servirà a raccontare chi eravamo davvero. E sarebbe ben strano se, come mi ha fatto notare l’avvocato Guido Scorza, tutte le storie di piccoli e grandi reati fossero scomparse. Se ne ricaverebbe l’impressione che vivevamo nell’età dell’oro e dell’onestà.

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