Fino a oggi, si conoscono circa quattrocentocinquanta casi accertati di pianeti che orbitano intorno ad altre stelle. La maggior parte è stata scoperta nell’ultimo decennio; il primo caso noto di pianeta extrasolare, in assoluto, ha meno di venti anni. Sono per lo più pianeti strani (almeno secondo gli standard del nostro sistema solare): molto grandi e molto massicci, e molto vicini alla stella che li ospita. Niente che possa neanche lontanamente essere sospettato di ospitare la vita. Ma le cose stanno cambiando rapidamente.
In queste ore, il gruppo di ricerca che analizza i dati raccolti da Kepler (un telescopio orbitante lanciato lo scorso anno dalla NASA), dovrebbe rendere pubblici i primi risultati. Pare si tratti di trecentocinquanta nuove stelle sospettate di ospitare pianeti. Pianeti che potrebbero essere molto più simili alla Terra di quelli scoperti finora.
Quasi tutti i pianeti scoperti fino a oggi, infatti, sono stati identificati tramite l’effetto che la loro presenza induce sul moto della stella ospite (un pianeta extrasolare è troppo piccolo e poco luminoso per essere visto direttamente). Questa tecnica, purtroppo, finisce per selezionare solo pianeti mostruosamente grandi (abbastanza grandi, cioè, da alterare la posizione della stella in modo percepibile).
Kepler, invece, adotta un’altra strategia: prova a cogliere la piccolissima diminuzione di luminosità provocata dal passaggio di un pianeta davanti a una stella. In questo modo si possono scoprire anche pianeti molto piccoli. Se lì fuori c’è una seconda Terra, Kepler, osservando un numero enorme di stelle, ha qualche possibilità di accorgersene.
È chiaro che si tratterebbe di una scoperta sensazionale. L’alta posta in gioco, come racconta un articolo del New York Times, ha fatto scoppiare un piccolo conflitto riguardo alla proprietà dei dati osservati dal satellite. La NASA solitamente richiede che i dati raccolti durante una missione diventino pubblici dopo un certo tempo – il cosiddetto “periodo proprietario”. In genere, il periodo proprietario è sufficientemente lungo da consentire ai ricercatori che lavorano alla missione di analizzare adeguatamente i dati e di ricavarne per primi i risultati scientifici principali. Ma nel caso di Kepler i ricercatori hanno chiesto alla NASA più tempo di quello inizialmente concordato e – con difficoltà e qualche polemica – sono riusciti a ottenere una proroga. Quindi, quella che vedremo nei prossimi giorni sarà solo una parte dei dati; presumibilmente di qualità inferiore rispetto ai dati che il team ha tenuto per sé e che renderà pubblici solo all’inizio del prossim’anno.
Una scommessa facile, quindi, è che non sentiremo parlare di una nuova Terra nei prossimi giorni. Un’altra, quasi altrettanto facile, è che nei dati che i ricercatori hanno deciso di custodire gelosamente ancora un po’ potrebbe davvero esserci qualcosa che cambierà per sempre il nostro modo di vedere l’universo e, forse (ma è un forse molto grande), il modo di vedere la vita su questo pianeta.

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