Yemen, sale la tensione: interviene coalizione guidata da Arabia Saudita

La guerra in Yemen, spiegata bene

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Questa settimana è cominciata una nuova guerra nel mondo: una breve guida per capire come ci siamo arrivati e perché ci sono poche possibilità che finisca bene

Yemen, sale la tensione: interviene coalizione guidata da Arabia Saudita

Nella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 marzo è cominciata ufficialmente una nuova guerra. Alcuni aerei dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi hanno bombardato le postazioni in Yemen dei ribelli sciiti Houthi, che nelle ultime settimane hanno preso il controllo della capitale Sana’a e di altri territori nell’ovest del paese. La situazione in Yemen è molto tesa da mesi, tanto da far parlare diversi analisti di “guerra civile”. È anche molto complicata da capire, perché ai gruppi ribelli locali si sono affiancati l’intervento di paesi esterni e le rivalità personali di importanti esponenti politici yemeniti. La storia recente dello Yemen – il paese più povero del Medio Oriente – è cambiata d’improvviso tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, quando Ali Abdullah Saleh, il capo del paese da oltre trent’anni, ha lasciato il potere. Abbiamo messo insieme una guida per capire che cosa sta succedendo in Yemen – chi combatte contro chi e cosa potrebbe diventare la guerra – e perché la si può definire una delle crisi internazionali più complicate e pericolose degli ultimi tempi.

Cos’è lo Yemen, e da dove arriva?
Lo Yemen è un paese molto povero, che si trova sulla punta sud della Penisola arabica. Ha la forma simile a un rettangolo: condivide tutto il suo confine settentrionale con l’Arabia Saudita e tutto il suo confine orientale con l’Oman. A partire dal 1962 e fino al 1990 c’erano due stati yemeniti: a nord la Repubblica Araba dello Yemen, governata in maniera autoritaria da Ali Abdullah Saleh, a sud la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, governata da un regime marxista: anche dopo l’unificazione, avvenuta nel maggio 1990, nel sud si sono sviluppati a fasi alterne diversi movimenti indipendentisti che ancora oggi continuano a operare contro il governo centrale (nel gennaio 2015, per esempio, il leader dei separatisti nel sud ha letto in diretta su al Jazeera una specie di “dichiarazione d’indipendenza”).

Il momento più importante della storia recente dello Yemen è stata la fine del regime di Saleh a seguito delle proteste della cosiddetta “Primavera araba”, che in Yemen è stata guidata soprattutto dagli Houthi e dal gruppo Islah, all’interno del quale c’erano anche i Fratelli Musulmani yemeniti: Saleh governava il paese dal 1978, prima solo lo Yemen del Nord e tutto il paese dopo l’unificazione. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 in Yemen è stata avviata una lenta e complicata transizione politica, sostenuta e in qualche modo guidata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), soprattutto dall’Arabia Saudita. Dopo molte pressioni, Saleh ha accettato di lasciare il potere e Abdel Rabbo Monsour Hadi è diventato il nuovo presidente: l’elezione di Hadi è stata riconosciuta dai paesi arabi e dall’Occidente.

Gli Stati Uniti hanno cominciato a collaborare molto con Hadi, con cui condividono due grandi avversari: al Qaida nel sud e i ribelli sciiti Houthi nel nord del paese. Saleh, comunque, non ha mai lasciato davvero il potere: come ha scritto il New York Times nel febbraio del 2014, non ha fatto una brutta fine come molti altri dittatori deposti con le Primavere Arabe. È rimasto a Sana’a, nel suo palazzo presidenziale, ha continuato a fare il leader del suo partito e a controllare parte dei funzionari al governo e dei militari nelle posizioni chiave dell’esercito. È stato un compromesso accettato anche dai sauditi, che lo hanno giustificato come necessario per evitare una guerra civile nel paese.

La strana alleanza tra Houthi e Saleh
Uno dei due schieramenti della guerra – quello oggi più forte – è formato dai ribelli Houthi e dalle forze fedeli all’ex presidente Saleh e dall’Iran, che però al momento non sembra avere una presenza diretta in Yemen. Gli Houthi sono un gruppo sciita zaydita, una setta molto particolare dello sciismo di cui fa parte circa il 35 per cento della popolazione musulmana yemenita: per molto tempo zayditi e sunniti hanno pregato nelle stesse moschee e si sono sposati gli uni con gli altri. Zayditi e Saleh non sono sempre stati alleati, anzi: gli zayditi, che hanno governato nel nord dello Yemen per secoli, sono stati oppressi da Saleh tra il 2004 al 2010. Nel 2011, durante le proteste della cosiddetta “Primavera araba”, gli Houthi hanno protestato insieme ad altri partiti e gruppi chiedendo l’allontanamento di Saleh dal potere. Come ha scritto l’analista yemenita Iona Braig su al Jazeera America, quello di oggi tra Houthi e Saleh è un “matrimonio di convenienza”, che ha molto poche probabilità di durare nel tempo: grazie a questa strana alleanza, nell’ultimo anno gli Houthi sono stati in grado di espandere rapidamente la loro influenza verso sud, come mostrano chiaramente alcune facili mappe colorate realizzate dal New York Times.

Ali Abdullah Saleh nella foto: Ali Abdullah Saleh a Sana’a, il 3 settembre 2012. (AP Photo/Hani Mohammed)

La rapida avanzata degli Houthi è spiegata anche dai legami del gruppo con l’Iran. Gli Houthi hanno sempre negato di avere legami con l’Iran, ma diverse inchieste giornalistiche e testimonianze – anche di funzionari iraniani – hanno dimostrato il contrario. Tempo fa un funzionario iraniano ha detto a Reuters che “alcune centinaia” di combattenti delle Forze al Quds, l’unità di élite delle Guardie Rivoluzionarie iraniane che si occupa di estendere l’influenza dell’Iran all’estero, hanno addestrato i combattenti Houthi sia in Yemen che in Iran. Si sa per certo che il governo iraniano ha fornito una qualche assistenza militare e finanziaria agli Houthi, anche se non si conosce la dimensione di questi aiuti: negli ultimi anni molti hanno ipotizzato che yemeniti e sauditi abbiano esagerato le stime per ottenere più sostegno esterno, soprattutto dagli Stati Uniti, anch’essi rivali dell’Iran.

Hadi e i paesi del Golfo, più l’Egitto
Diversi analisti credono che il presidente Hadi, eletto nel 2012 dopo la fine del regime di Saleh, non sia riuscito a mantenere le promesse fatte durante il periodo di transizione che ha seguito le Primavere arabe, ovvero formare un governo che includesse anche i gruppi che erano stati oppressi o discriminati da Saleh (tra cui i ribelli Houthi e le forze separatiste del sud). Il nuovo governo yemenita, ha scritto Iona Craig, è stato un “rimpasto dei politici di vecchia data, invece che un reale cambiamento”, probabilmente anche per le resistenze saudite a dare più poteri agli Houthi. I sauditi considerano la sicurezza il motivo principale del loro intervento in Yemen: oltre al lungo confine che condividono con lo Yemen, il problema è legato al fatto che un rafforzamento degli sciiti yemeniti potrebbe rafforzare la minoranza sciita che si trova in alcune zone orientali dell’Arabia Saudita, e che sfida periodicamente il potere della monarchia sunnita.

Abed Rabbo Mansour Hadi, Mohammed bin Salman nella foto: Abed Rabbo Mansour Hadi (a sinistra) e il ministro della Difesa saudita Mohammed bin Salman a Riyadh, il 26 marzo 2015. (AP Photo/SPA)

Oltre agli stati del CCG, Hadi è sostenuto anche dall’Egitto, che con il presidente Abdel Fattah al Sisi ha avviato delle politiche molto interventiste in diversi paesi della regione (per esempio di recente ha bombardato gli islamisti in Libia). L’Egitto aveva già avuto un ruolo molto importante in Yemen nei primi anni Sessanta: il colpo di stato che depose la monarchia – quello organizzato da un gruppo di arabi nazionalisti – fu ispirato dal regime da Gamal Abdel Nasser, l’allora presidente egiziano. L’Egitto partecipò con decine di migliaia di uomini anche alla successiva guerra civile tra sostenitori della monarchia e della repubblica. I morti egiziani furono moltissimi e quella guerra è ricordata dagli storici come il “Vietnam dell’Egitto”. La partecipazione dell’Egitto nelle faccende yemenite è molto importante anche oggi, perché sta dando una dimensione alla guerra in Yemen che va al di là delle diatribe tra gli stati del Golfo Persico: con la presa del potere di al Sisi, l’Egitto è tornato un solido alleato dell’Arabia Saudita, come non lo era più stato durante la presidenza egiziana di Mohammed Morsi, esponente del movimento politico-religioso dei Fratelli Musulmani (per chiarezza, vale la pena rivedere le alleanze del Medio Oriente, spiegate con le faccine).

Al Qaida e l’ISIS
La situazione dello Yemen è complicata ancora di più dalla forte presenza di al Qaida nella Penisola Arabica (AQAP, chiamata anche al Qaida in Yemen), che controlla alcuni territori nel sud del paese. AQAP è considerata oggi la divisione più potente di tutta al Qaida, autorizzata a compiere attacchi terroristici all’estero, anche in Occidente (ha rivendicato di recente l’attentato contro la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo): si crede che il suo leader, Nasser al Wuhayshi, sia stato nominato nel 2013 una specie di “general manager” di al Qaida e che gli sia stato dato il potere di “coordinare le attività degli affiliati di al Qaida in Medio Oriente e Africa”. AQAP si oppone tutti: al presidente Hadi, che negli ultimi anni ha collaborato con gli Stati Uniti negli attacchi coi droni; ai ribelli Houthi, che sono sciiti e potrebbero volere estendere il loro potere nel sud-est dello Yemen; e anche all’ISIS yemenita, che ha compiuto i suoi primi attentati il 20 marzo scorso contro due moschee di Sana’a frequentate da sciiti, uccidendo più di 130 persone. In particolare la rivalità tra AQAP e ISIS potrebbe portare a nuovi attentati anche molto violenti in Yemen.

yemen-mappa

Perché oggi lo Yemen è importante?
Nonostante il generale disinteresse della stampa internazionale, ci sono diversi motivi per cui i paesi arabi – appoggiati dagli Stati Uniti – hanno deciso di cominciare una guerra in Yemen. Primo: lo Yemen si trova in una posizione strategica, perché controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e che è una via di commercio piuttosto importante, anche per il passaggio del petrolio.

Secondo: parte del suo territorio meridionale è controllato da al Qaida in Yemen, che oggi è la divisione di al Qaida che riesce a organizzare più efficacemente attacchi terroristici all’estero. Per diverso tempo l’amministrazione di Barack Obama ha definito gli attacchi coi droni contro al Qaida in Yemen come un “modello riuscito” di guerra al terrorismo: con l’allontanamento al potere di Hadi il rischio è che l’amministrazione americana perda un importante alleato contro al Qaida. Terzo: lo Yemen è considerato uno “stato fallito” e un terreno conteso da due tra i paesi più potenti del Medio Oriente, Arabia Saudita e Iran. Non è la prima volta che sauditi e iraniani si confrontano direttamente per mantenere l’influenza in un paese del Golfo: il caso più recente e più noto è l’invasione saudita in Bahrein del marzo del 2011, durante le proteste della maggioranza sciita contro la monarchia saudita appoggiata dall’Arabia Saudita.

Cosa si dice della guerra in Yemen
Giovedì 26 marzo l’Egitto ha detto che gli attacchi aerei saranno seguiti da un’operazione di terra in Yemen, che sarà compiuta da egiziani e sauditi (l’Arabia Saudita ha poi smentito a metà). Diversi analisti credono che gli attacchi aerei non saranno sufficienti a sconfiggere i ribelli Houthi, che ormai controllano i territori del nord-ovest, la capitale San’a e stanno cercando di conquistare anche Aden, la città portuale del sud che era stato dichiarata “capitale provvisoria” del paese dopo la fuga di Hadi da Sana’a. Oggi il presidente dello Yemen si trova a Riyadh, in Arabia Saudita, lui dice per un incontro internazionale ma molti credono che sia scappato. Un intervento egiziano di terra viene considerato possibile. Il giornalista Hakim Almasmari ha scritto sul Wall Street Journal che il rischio è che la guerra in Yemen si trasformi in un più ampio conflitto regionale, con conseguenze difficilmente prevedibili.

nella foto: una manifestazione di ribelli sciiti a Sana’a, contro gli attacchi aerei, il 26 marzo 2015 (REUTERS/Khaled Abdullah)

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