Gli ultimi giorni di Lenin

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

L'uomo definito "il più importante leader politico del XX secolo" morì novant'anni fa dopo una lunghissima e terribile malattia

Il 21 gennaio del 1924, 90 anni fa, morì Vladimir Ilyich Ulyanov, meglio conosciuto come Lenin, “l’uomo politico più importante del XX secolo” secondo l’Enciclopedia Britannica. Lenin fu il leader della Rivoluzione russa, il primo capo di stato della Russia sovietica e l’inventore del marxismo-leninismo, la dottrina che per più di ottant’anni avrebbe guidato l’Unione Sovietica e ispirato i movimenti rivoluzionari di tutto il mondo. Quando morì, a causa di una gravissima forma di arteriosclerosi, da due anni era diventato incapace di leggere, bloccato a letto o su una sedia a rotelle, seguito dalla moglie in ogni momento, costretto come un bambino a imparare nuovamente a scrivere a e parlare. Aveva 53 anni.

Il treno di Lenin
Vladimir Ilyich Ulyanov non sarebbe mai diventato Lenin se il 9 aprile del 1917 non avesse preso un treno. All’epoca in Russia lo zar era già caduto. La “rivoluzione di febbraio” lo aveva deposto e sostituito con un governo di socialisti moderati che consideravano Lenin e il suo partito, i bolscevichi, dei pericolosi estremisti. Lenin e gli altri capi bolscevichi erano costretti a vivere in esilio in Svizzera, mentre a San Pietroburgo si decideva il destino politico del paese. Tra Lenin e la Russia c’era l’intera Europa impegnata nella Prima guerra mondiale.

Fu il governo tedesco, nemico della Russia, a decidere di mettere Lenin su un treno per San Pietroburgo. All’epoca la Germania era in guerra con la Russia a est e con Francia e Regno Unito a ovest. Gli strateghi tedeschi, ansiosi di chiudere almeno uno dei due fronti, pensarono che spedire in Russia il capo dei rivoluzionari più estremisti e finanziare la sua campagna politica fosse un buon modo per far crollare definitivamente il paese. Lenin, considerato una testa calda rivoluzionaria, avrebbe ulteriormente messo nei guai il governo Kerensky e probabilmente costretto la Russia a ritirarsi dalla guerra.

Il loro piano ebbe un successo inaspettato e spettacolare. Lenin salì a bordo del treno a Berna il 9 aprile 1917. Attraversò la Germania e da lì arrivò in Svezia, un paese all’epoca neutrale. Da Stoccolma prese un secondo treno e il 16 aprile, poco prima di mezzanotte, scese nella stazione di San Pietroburgo, in Russia. Nel giro di sette mesi Lenin rovesciò il governo Kerensky durante la famosa rivoluzione di ottobre, instaurò il primo regime socialista nella storia e firmò la pace con la Germania.

La scena dell’assalto al Palazzo d’Inverno, il momento più importante della rivoluzione di ottobre, dal film Ottobre! di Sergej Ejzenštejn

Volodya
Vladimir Ilyich Ulyanov, o, come lo chiamavano gli amici più intimi, Volodya, il diminutivo di Vladimir, nacque da una famiglia di funzionari pubblici il 22 aprile del 1870. I suoi biografi non sono d’accordo nello stabilire il momento in cui Volodya divenne un rivoluzionario. Uno degli episodi più importanti in questo percorso fu quando nel 1887 suo fratello Alexander, membro di un gruppo di terroristi di estrema sinistra, fu condannato a morte e ucciso per aver cercato di assassinare lo zar Alessandro III. Un anno prima il padre era morto a causa di un’emorragia celebrale e Lenin rinunciò alla fede ortodossa. Pochi anni dopo era entrato a far parte di alcuni circoli rivoluzionari, nel 1893 fu arrestato per la prima volta e spedito in esilio in Siberia per tre anni. A quell’epoca Volodya era probabilmente già divenuto Lenin. Un uomo che, come scrisse nel 1910 un suo avversario politico:

Per ventiquattro ore al giorno è impegnato nella rivoluzione, non ha altri pensieri oltre alla rivoluzione e quando dorme non sogna altro che la rivoluzione.

Tornato in Russia dopo l’esilio, Lenin divenne uno dei leader principali della rivoluzione del 1905 e fuggì di nuovo due anni dopo, quando le forze zariste riuscirono a fermare la rivolta. Nel periodo successivo mise a punto la sua dottrina, quella che divenne nota come marxismo-leninismo: l’idea che la rivoluzione socialista dovesse essere guidata da una ridotta avanguardia di rivoluzionari di professione. Dieci anni dopo mise in pratica quella dottrina, quando insieme a un folto gruppo di uomini della sua “avanguardia rivoluzionaria” scese nella stazione di San Pietroburgo.

Il primo ictus
A metà del 1921 la rivoluzione russa aveva vinto. Con grande sorpresa di tutto il mondo, e probabilmente degli stessi leader bolscevichi, i rivoluzionari erano riusciti a far crollare il governo Kerensky, a firmare una pace separata con la Germania, a instaurare una dittatura e un regime socialista. Nel frattempo erano sopravvissuti a una guerra civile, a un intervento delle potenze straniere, a una fallita invasione della Polonia, a una serie di rivolte contadine e a una carestia, iniziata casualmente ma poi molto peggiorata, che uccise circa 5 milioni di persone.

Nel 1921 c’erano ancora scontri con le cosiddette “guardie bianche” – i controrivoluzionari monarchici – e le rivolte dei contadini, ma Lenin e la sua avanguardia di rivoluzionari di professione avevano un altro ordine di problemi. Anche se i combattimenti non erano finiti, la guerra era ormai vinta: restava da mandare avanti uno stato. Questo fu probabilmente il periodo in cui Lenin fu sottoposto alle pressioni più forti. Un buon esempio del tipo di lavoro che doveva affrontare è dato dalla sua agenda del 21 giugno 1921 – un giorno assolutamente ordinario.

Alle 11 di mattina arrivò a Mosca dalla sua residenza di Gorki e incontrò immediatamente il Politburo, l’organo più importante del partito comunista. All’ordine del giorno della riunione c’erano: mettere ordine nel partito, la carestia, il terzo congresso del Comintern, alcune questioni fiscali, la visita di un senatore americano, il congresso del partito di Mosca, che sarebbe avvenuto entro poche settimane, la proposta del governo cinese di consegnare alcune “guardie bianche”, la conferma dell’ambasciatore a Berlino e molte altre questioni. Il Politburo aveva in genere tra le 20 e le 40 questioni simili da discutere a ogni riunione. Durante una pausa Lenin si dedicò al suo passatempo favorito: dettare note e lettere. Quel giorno ne dettò una dozzina che riguardavano temi come l’approvvigionamento di cibo nel nord del Caucaso, leggi agrarie e politiche del lavoro. Dopo aver finito di dettare si dedicò alla lettura della corrispondenza e alla firma di documenti finanziari, leggi e permessi di vario genere.

Come in passato aveva ammesso lui stesso, Lenin non era fatto per reggere questo tipo di stress. Fin da giovane era stato una persona emotiva. Si agitava facilmente e altrettanto facilmente cadeva in uno stato di agitazione febbrile: diventava pallido, il suo umore era nervoso e irritabile, parlava in fretta e in maniera concitata. Nel 1917 scrisse alla sorella: «Riesco a malapena a lavorare perché non riesco a tenere sotto controllo i miei nervi». Non sopportava che qualcuno parlasse, si alzasse o facesse rumore mentre parlava ed erano famose le sue sfuriate quasi isteriche durante il Politburo non appena percepiva una minima mancanza di attenzione. Si racconta che gli desse particolarmente fastidio il suono del violino.

Nonostante la sua bassa tolleranza allo stress, Lenin insisteva per occuparsi di tutto. Osservatori contemporanei scrissero che aveva una vera e propria ossessione per minuzie di cui spesso pretendeva di occuparsi in prima persona. Nell’immensa amministrazione dello stato, aveva creato delle vere e proprie commissioni per occuparsi dei piccoli affari (popolarmente erano chiamate “commissioni vermicelli”). Nell’estate del 1921 probabilmente era già malato, anche se non è tuttora del tutto chiaro quale fosse la sua patologia. Alcuni hanno ipotizzato una forma di sifilide. Probabilmente era affetto da una debolezza genetica del sistema vascolare del cervello (diverse persone nella sua famiglia morirono a causa di ictus o aneurismi). Lo stress che gli procurava l’enorme quantità di potere che aveva accumulato, e la sua mania di controllare ogni aspetto della politica russa, probabilmente fecero peggiorare rapidamente la sua malattia.

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